Sia l'Europa a finanziare le opere pubbliche

di Paolo Savona - 31/05/2008 - Economia
Sia l'Europa a finanziare le opere pubbliche
L’UNIONE Europea ha fatto a suo tempo un incauto acquisto: ha importato dagli Stati Uniti le idee della Scuola di Chicago (quella di Milton Friedman, per intenderci) sulla moneta e il disavanzo pubblico sostituendole a quelle della Scuola di Cambridge (di John Maynard Keynes) di cui era insoddisfatta. L’amministrazione americana non si sogna neanche di usare le idee prodotte all’interno e mantiene saldamente le istituzioni create seguendo la filosofia di Cambridge: moneta orientata all’ equilibrio tra stabilità e crescita, e disavanzo pubblico flessibile secondo le necessità congiuntuali. In particolare sostiene i consumi al di là delle risorse prodotte all’interno, tanto qualcuno si tiene i dollari che crea per finanziare il disavanzo della bilancia estera (oggi ancora pari al 4,6% del loro PiI). Il dollaro, essi insistono brutalmente, è la nostra moneta, ma un vostro problema. E gli europei destinano i modesti guadagni di produttività per assorbire gli effetti negativi di questa politica sulle loro esportazioni.

L’Unione Europea ha deciso di orientare la moneta alla stabilità - e solo la metà dei suoi paesi membri vi hanno aderito creando l’eurozona - e ha introdotto per tutti rigidità nell’uso del disavanzo pubblico. Proprio ieri il signor Trichet ha sostenuto che l’euro procede bene per merito della sua Banca, ma che la crescita non è sufficiente per colpa dei Governi e suggerisce ai Paesi membri di aumentare la produttività, in quanto insufficiente per competere globalmente (in Europa essa è appena sopra l’1%). Come ciò possa avvenire non è argomento trascurabile. Come ci ha insegnato la Scuola di Cambridge (e non solo questa), se la domanda non cresce, la produttività può aumentare solo se si riduce l’occupazione, già fortemente insidiata dalla concorrenza dei Paesi emergenti a basso salario.

Se la domanda interna non cresce e le esportazioni languono, anche perché si permette alla debolezza del dollaro di riflettersi sull’ euro, secondo i suggerimenti della Scuola di Chicago, le imprese sono libere, anzi hanno l’obbligo se vogliono sopravvivere, di investire all’estero. Il problema si trasferisce dall’economia alla politica e da questa alla società, La manifestazione più evidente di questo malessere è “dagli agli emigranti!”. Cambiare Scuola “di pensiero” in Europa, come è stato tentato in questi ultimi lustri, si è mostrato impossibile. La missione di stabilità affidata alla Bce e alla Commissione è diventata una bandiera sotto cui combattere e, quando ciò avviene perché i gruppi dirigenti e di pressione lo vogliono, niente può essere fatto. Qualcuno prima o dopo dovrà spiegare che rigore o stabilità ci sia nel rispettare il parametro europeo del disavanzo pubblico aumentando le tasse e spiazzando l’attività produttiva.

La crescita della produttività ha due componenti: una legata ai comportamenti delle imprese, che esse hanno già fatto oggetto di una severa prospezione creando economie interne; e una legata in particolare alla dotazione di infrastrutture materiali e immateriali creatrici di economie esterne. Ciò è stato riconosciuto da tempo a livello europeo e sono state scelte importanti reti infrastrutturali, ma il finanziamento e la realizzazione è stata affidata prevalentemente ai paesi membri, stretti nei vincoli di bilancio previsti dagli accordi comunitari e le infrastrutture languono. Non resta quindi che cambiare impostazione e finanziarle con emissione di obbligazioni europee.

Pare che questa proposta, più volte avanzata dal nostro ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, abbia trovato il sostegno del presidente francese Sarkozy e si sia aperta una breccia in tal senso nella stessa Commissione europea.

C
’è da augurarsi che l’iniziativa vada in porto. In assenza d’altre decisioni, la domanda interna europea riceverebbe un impulso significativo e creerebbe le condizioni per tramutare l’invito di Trichet in qualcosa di realistico e utile al miglioramento delle condizioni socio-economiche dell’economia europea, finora lasciata troppo in balia dei venti globali.


da Il Messaggero di sabato 31 maggio 2008
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