L'Europa liberalizzi, l'Italia tagli la spesa

di Paolo Savona - 18/03/2008 - Economia
L'Europa liberalizzi, l'Italia tagli la spesa
In questi ultimi giorni la società civile ha cominciato a premere con insistenza sulla politica per portare al centro del dibattito elettorale i temi economici che più preoccupano i lavoratori e le loro famiglie. A essa si è affiancata la Banca Centrale Europea che ha lanciato moniti sulla possibilità che l’inflazione e la spesa pubblica possano rafforzare la recessione in atto e erodere il potere di acquisto salariale. La Confindustria ripropone con insistenza la necessità di recuperare margini di produttività e di ridurre la pressione fiscale, chiedendo ai leader delle coalizioni di indicare con precisione dove intendono tagliare la spesa improduttiva invece di dire, come si va facendo, dove e a chi si intende darne di più.

Tutti concordano che l’inflazione ha origine negli aumenti di prezzo del petrolio (cresciuti ancora del 13% solo nell’ultimo mese) e degli alimentari (cresciuti dell’11%, sempre nell’ultimo mese, dopo essere aumentati del 71% nel corso di un anno), ma nessuno aggiunge che questi aumenti sono dovuti al prevalere di condizioni non competitive su questi mercati e che questi andamenti sono rafforzati dall’abbondante liquidità internazionale e dalle massicce immissioni di denaro decise per sanare la crisi generata dalla concessione di credito ad alto rischio (i subprime).

Per fronteggiare la situazione si chiede di ridurre le tasse e le spese e di comprimere le posizioni di privilegio, ma soprattutto, lo chiede insistentemente la Bce, che i salari non recuperino l’inflazione. Si ritiene che queste decisioni possano rilanciare la produzione e gli investimenti, ma vi sono motivi per ritenere che la situazione sia un po’ più complicata, oltre a essere mal compresa. Poiché ben sappiamo che ridurre le tasse e le spese è quasi impossibile in recessione e in clima elettorale, non manca chi accredita che la soluzione è che il costo della crisi deve essere pagato dai lavoratori e dai risparmiatori, che devono accettare un assottigliamento del potere di acquisto del salario e dei loro risparmi.

Volendo essere realisti, pur restando sconfortati, questo appare uno sbocco probabile della crisi in atto. Volendo però anche essere un minimo giusti, è lecito pretendere che la società, per essere ancora definita civile, chieda qualcosa in contropartita immediata. All’Europa e al Paese. La prima è di liberalizzare l’80% dell’economia che ancora non è tale (soprattutto nei servizi e in agricoltura). La seconda è di intervenire drasticamente sulle inefficienze della spesa pubblica che si annidano, come i lacci e laccioli per il settore privato, in tutti i gangli della pubblica amministrazione. Si potrebbe risparmiare circa il 10% del Pil, portando questo risparmio a lenire la perdita di potere d’acquisto salariale indotta dall’inflazione creata dall’incapacità dei governanti di liberalizzare i mercati e di ben gestire la politica monetaria al di qua e al di la dell’Atlantico.

La forza dì chi non vuole liberalizzare tutti i mercati e razionalizzare la spesa pubblica giace purtroppo nell’attitudine dei sindacati dei lavoratori a ritenere che una maggiore concorrenza vada contro i loro i interessi e che una riduzione della spesa pubblica comporti un minore impiego pubblico, perché non si è capaci di partire dai fannulloni. Attrae inoltre l’idea di ricorrere a forme di protezionismo, senza rendersi conto che dietro di esso si celano maggiori inefficienze e rendite, quindi minori salari, oltre che la restrizione dell’area di libertà per i cittadini. Questo non impedisce di pensare che l’Europa egli altri Paesi civili includano la difesa di un minimo di rete di welfare tra le condizioni di liberalizzazione del Wto, come già fatto per il lavoro minorile (perché solo quello?) e per i brevetti intellettuali. L’importante che non siano i singoli Paesi a gestirla, ma un’istituzione sovranazionale, e che l’eventuale gettito venga destinato allo scopo per cui la tutela è stata ideata, cioè per prestare servizi sociali.

Vi è infine un ultimo punto, recentemente messo in luce su queste stesse colonne, ma trascurato dalla posizione assunta dalla Bce e da quella che abbiamo chiamato società civile: l’inflazione non nasce nei settori esposti alla concorrenza, oggi limitati in Europa e in Italia a non più del 20-25%, ma nei settori non esposti che, come tali, sono in condizione di trasferire costi sui prezzi. Inflazione e posizioni di privilegio vanno di pari passo. Nei settori esposti, l’incidenza del costo del lavoro sul costo industriale totale non supera mediamente il 10%; far pagare ai lavoratori di questo settore il costo della crisi non solo non consentirebbe il suo superamento, ma probabilmente neanche la scalfirebbe. Il prezzo di vendita dei prodotti di questo settore è molto più elevato del costo industriale di produzione e la differenza è colma di servizi resi dal settore non esposto alla concorrenza, ossia dalle aree di rendita. Il problema della carenza di capacità competitiva nasce quindi in questo secondo settore ed è su esso che la politica europea e italiana devono agire. Questi sono i motivi per cui il cerchio dell’ingiustizia e della giustizia sociale si può chiudere chiedendo ai lavoratori il sacrificio di non chiedere la piena compensazione dell’inflazione e ai governanti una maggiore competizione dove essa è gravemente carente (che, ripetiamo, riguarda l’80% dell’economia) e una riduzione delle inefficienze del settore pubblico (la cui spesa, in contropartita di tasse, è pari alla metà del Pil).

da Il Messaggero, venerdì 14 marzo 2008
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