L'Europa deve pesare di più

di Paolo Savona - 20/11/2009 - Economia
L'Europa deve pesare di più
Non si è ancora spenta l’eco di quello che è stato definito un “ben orchestrato show della cooperazione tra Washington e Pechino” che i media hanno dato la notizia della visita in Cina del presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, per perorare la causa della rivalutazione dello yuan-renminbi. Essa fa seguito a un’altra ben orchestrata campagna condotta dai due principali quotidiani economici inglese e italiano a favore della rivalutazione della moneta cinese, che ritengono evidentemente necessaria per riassorbire gli squilibri globali. Interpretata in chiave degli interessi europei (e perciò dell’Italia) il sostegno che incontra la proposta ci sorprende non poco e dobbiamo ribadire la ferma opposizione di questo giornale.

Se rivalutare lo yuan comporta una rivalutazione dell’euro, questo è un danno netto per noi. L’Europa deve pesare politicamente di più, queste sono le vere partite. Per capire fino in fondo perché, conviene ricordare brevemente i contenuti degli “accordi” in materia raggiunti da Barack Obama e Hu Jintao. Essi hanno convenuto che occorre (citiamo testualmente) “un riequilibrio economico e una pianificazione lungimirante che, attraverso un’azione combinata e in tandem tra i due Paesi, possa riequilibrare le rispettive economie e, attraverso adeguate politiche monetarie, promuovere una forte e duratura ripresa economica mondiale”.

E l’Europa dov’è? Un fatto è certo: per raggiungere questo risultato "la Cina continuerà ad applicare le politiche tese a modificare la propria struttura economica, attraverso un aumento dei redditi delle famiglie, l’espansione della domanda interna e l’aumento del contributo dei consumi alla crescita del Pil, alle quali si aggiungerà la riforma del suo sistema di sicurezza sociale". “In cambio, gli Stati Uniti dovranno adottare misure per aumentare il risparmio nazionale e promuovere la crescita sostenibile e non inflazionistica.” "Per raggiungere questo obiettivo, gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre il disavanzo del bilancio federale attraverso un percorso sostenibile e attraverso misure specifiche che possano favorire il risparmio privato". “Cina e Usa hanno inoltre convenuto di accelerare i negoziati su un trattato bilaterale per gli investimenti e di lavorare attivamente per risolvere le controversie commerciali bilaterali e gli investimenti in modo costruttivo, cooperativo e reciprocamente vantaggioso”.

Un programma, quindi, che, come si dice, non fa una piega, ma nasconde due tranelli, uno immediatamente percepibile e uno occulto. Il primo riguarda una politica già in corso di attuazione in Cina, mentre il secondo una politica al di là da venire; non si comprende infatti come Obama possa realizzarla senza accentuare la caduta dello sviluppo e dell’occupazione americana. Il secondo tranello è che tra le righe dell’accordo si evince – e Obama lo ha ripetuto nella conferenza stampa – che lo yuan-renminbi va rivalutato.

L’Europa, lo ribadisco, deve pesare di più. Il suo interesse è per una piena ed esclusiva realizzazione della parte palese e una chiara esplicitazione di quella occulta. Se infatti la caduta delle esportazioni europee – indotta sia dalla riduzione della domanda estera americana per aumentare i risparmi ritenuti indispensabili per stabilizzare il dollaro, sia dalla rivalutazione dell’euro che certamente conseguirà dalla svalutazione della moneta americana – fosse superiore, come riteniamo, alla caduta delle esportazioni cinesi a seguito della rivalutazione dello yuan-renminbi, allora dovremmo essere molto cauti nello spingere la Cina a seguire le pressioni internazionali. Siamo quindi molto più interessati a una rapida espansione della domanda interna cinese a cambi sostanzialmente fissi che si riverberebbe sulle loro importazioni, anche dall’Europa oltre che dall’Italia. Questo dovrebbe andare a dire Trichet nel suo prossimo viaggio a Pechino, altrimenti la rivalutazione dell’euro sul dollaro possiamo considerarla alle porte.

L’Europa deve fare di più. Per non essere emarginata dall’incombente cooperazione cino-americana dovrebbe sostenere il dollaro, cambiando canale di creazione dell’euro da quello delle banche e quello dell’estero. Accumulerebbe dollaro da mettere sul tavolo delle trattative per contare nelle scelte globali, finanziando gli Stati Uniti e creando un Fondo sovrano di ricchezza per acquisire materie prime, fonti di energia e imprese strategiche. Ma per fare ciò l’Europa dovrebbe avere le idee chiare ed essere una vera e propria Unione politica. Poiché non lo è, né pare abbia intenzione d’esserlo, siamo destinati a restare emarginati se non prendiamo le decisioni indicate. Lo ripetiamo da tempo, non è un problema di politica economica, ma di politica estera.

da Il Messaggero del 19 novembre 2009
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