L'Europa non deve restare a guardare

di Paolo Savona - 11/02/2010 - Economia
L'Europa non deve restare a guardare
La crisi del debito pubblico greco impone all’Unione Europea di trovare una soluzione ai problemi irrisolti che minano la sua stessa esistenza; per trovarla occorre dare risposta al quesito se è possibile esercitare la sovranità monetaria e quella sui mercati dei beni e della finanza senza analoghe dosi di sovranità fiscale, restata interamente sotto controllo dei Paesi membri. Non ha lunga vita un’unione economica senza unione politica vera e propria.

I Capi di Stato europei si riuniscono oggi a Bruxelles, ma è sconfortante accertare che nessuno, proprio nessuno, si attende che da essi provenga una risposta ai quesiti insistentemente sollevati da questo quotidiano; i più ottimisti sperano che si trovi almeno una soluzione tampone per la crisi della Grecia la quale, è facile prevedere, non sarà però capace di accelerare la marcia lenta dello sviluppo europeo e di prevenire nuove simili crisi. In assenza di precise garanzie da parte dell’Unione Europea, le società di rating hanno preannunciato un peggioramento della loro valutazione del rischio di insolvenza anche per il debito pubblico del Portogallo, mostrando analoghe preoccupazioni per quello della Spagna, e con ciò innestando nuova speculazione e nuove crisi. Qualsiasi soluzione diversa da un diretto intervento degli organi comunitari a favore della Grecia rafforzerà il convincimento del mercato e dei Governi extraeuropei che l’Unione Europea è un’anatra zoppa, incapace di tramutare in realtà il suo peso politico potenziale e, pertanto, resterà emarginata nella fissazione dei nuovi equilibri globali e ne subirà le conseguenze.

Se decidesse invece di intervenire concretamente e in via permanente, l’Ue potrebbe anche approfittare dell’attuale discesa dell’euro per fissare un cambio estero compatibile con i fondamentali della sua economia, dando così impulso alle esportazioni e al turismo. Ciò richiederebbe che la creazione di euro avvenisse acquistando dollari e non finanziando le sole banche, le quali si procurerebbero i fondi sul mercato; dovrebbe inoltre mettere il suo peso politico al servizio di un più diffuso uso dei diritti speciali di prelievo e di un cambiamento degli accordi di libero scambio in ambito Wto, imponendo lo stesso rapporto di cambio tra i Paesi che beneficiano del commercio internazionale.

Se avesse ancora tempo e voglia, come dovrebbe, potrebbe chiedere che si riconosca pari responsabilità ai Paesi in surplus e in deficit di bilancia corrente, agendo sulla domanda interna e non sui rapporti di cambio, e fare sapere quale sia la sua visione delle nuove regole del gioco monetario e finanziario all’interno dell’Unione e nel contesto globale. E. soprattutto, deve respingere con fermezza ogni suggerimento di affrontare i propri disparati problemi con aumenti di tasse, come continua a leggersi quotidianamente sulla stampa come se la pressione fiscale ovunque raggiunta sia elemento trascurabile della cattiva performance europea.

Il problema non è nei cittadini, come vorrebbero farci credere, perché essi si attendono che tutte queste decisioni vengano prese, perché vogliono un’Europa diversa, più attenta al loro benessere e non al prestigio delle istituzioni, con il quale, per parlare con slogan, “non si arriva a fine mese”. Il vero problema è nella crescente autoreferenzialità delle organizzazioni europee di ogni tipo che si accompagna con insofferenza alle critiche e sordità a ogni forma di dibattito. Si considerano, come molti Governi nazionali, i depositari della verità.

Questo è il vero male che mina l’Unione, anche maggiore di quello causato da un Paese in difficoltà. Come si può sostenere dopo tre lustri di bassa crescita seguiti a promesse di segno opposto e alle difficoltà esistenti in quasi tutti i Paesi membri che la Costituzione economica attuale nata con il Trattato di Maastricht sia quella che va bene per il futuro dell’Unione, soprattutto senza una seria Costituzione politica?

da Il Messaggero 11 febbraio 2010

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