L'Europa che non c'è e il ritorno al mercato

di Paolo Savona - 04/06/2009 - Economia
L'Europa che non c'è e il ritorno al mercato
Nella vicenda Fiat vi è qualcosa che trascende gli aspetti puramente aziendali e le relazioni tra Italia e Germania, e investe uno dei due pilastri su cui poggia l’Unione Europea: la sovranità a essa delegata di regolare la concorrenza (essendo l’altro quella di governare la moneta). Se si considera che i primi esperimenti di unione tra i principali Paesi del Vecchio Continente hanno riguardato il trattamento del carbone, dell’acciaio e dell’energia atomica, come fondamento della ripresa postbellica e delle volontà di pace, e si confronta lo stato degli affari in materie altrettanto delicate, si deve costatare sconsolati che i progressi sulla strada dell’unione politica hanno subito una netta involuzione e rischiano di minare anche il molto che era stato fatto nella costruzione del mercato comune europeo. L’avvertimento era già stato dato dal nostro ministro dell’Economia in una recente intervista nella quale aveva sottolineato che agli aiuti di Stato alle banche, giustificabili per i rischi sistemici da esse corsi a seguito della crisi americana, si andavano aggiungendo quelli alle imprese, facendo perdere la direzione di marcia impressa all’economia europea dagli accordi comunitari.

La crisi mondiale in corso si è abbattuta più di tutte sui consumi di beni durevoli, con specifica concentrazione sull’auto. Al di là della crisi, tuttavia, incombeva sulla produzione del settore in Europa anche la concorrenza che le imprese cinesi, coreane e indiane erano in condizione di esercitare e questa si sarebbe abbattuta prima o dopo sulle produzioni europee, anche in assenza dell’attuale crisi. Nel precedente e, per certi versi, analogo caso delle produzioni tessili e siderurgiche, la Comunità Economica Europea aveva preso la guida del processo di adattamento alle nuove condizioni competitive mondiali con provvedimenti che, magari non avevano le caratteristiche proprie del “purismo” competitivo, ma hanno impresso ai settori un indirizzo comune rispondente a una visione europea del problema. La dura negoziazione che il ministro dell’Industria del governo Ciampi ha condotto a Bruxelles per salvare dalla chiusura l’Ilva di Taranto rappresenta certo un episodio più dignitoso e rispondente a comuni interessi di quanto non sia quella che è stata definita la “soap opera” della trattativa Fiat-Opel.

Nonostante queste positive esperienze, rispondenti a un dovere della Commissione ancor più di quanto non lo sia al suo potere, per l’auto è mancata una comune visione del problema. Anzi fin dalle prime battute, il Commissario per la concorrenza Vereughen ha criticato la “mossa” Fiat, dando dell’insolvente all’impresa torinese. Se il buon giorno si vede dal mattino, ora sappiamo in che direzione si andava muovendo l’atmosfera nell’Unione Europea…
Questo quotidiano ha già evidenziato che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il vento del protezionismo aveva già cominciato a spirare d’oltre Atlantico, dove l’amministrazione Obama - in oggettive difficoltà ereditate, ma anche per filosofia politica - intende riportare lo Stato al centro del mercato, rovesciando l’impostazione impressa dalle precedenti amministrazioni repubblicane, peraltro recepita da quelle democratiche.

Forse, l’Unione Europea non aspettava altro e si è messa sulla stessa scia degli Stati Uniti ma, mentre la Confederazione americana è un’unione politica vera e propria, essa è un calabrone le cui due ali - la concorrenza e la moneta unica - sono talmente forti sul piano logico e pratico da essere capaci di far volare il corpo appesantito dai nazionalismi mai sopiti dei suoi membri. I più ritengono che l’ortodossia fiscale, monetaria e concorrenziale, che ha creato tanti nuovi problemi all’Italia, si sia dissolta come neve al sole di fronte alla crisi globale, mentre è perita sotto il maglio dell’assenza di un’unione politica, per mancanza di idee su come guidare il Vecchio Continente nella competizione globale con potenze demografiche e conduzioni politiche capaci di produrre crescita, delegandoci in posizione marginale nel Pianeta.

L’anno prossimo scade il decennio entro il quale l’Unione Europea, secondo gli accordi di Lisbona del 2000, rilanciati nel 2005, doveva divenire la società basata sulla conoscenza più avanzata del mondo; sarebbe il caso di avviare una seria riflessione sui motivi del fallimento degli obiettivi perseguiti con i Piani di riforma nazionali. Il tema delle riforme è ritornato prepotente nel dibattito politico, innalzandone il basso livello. Tutti hanno riforme da proporre, ma manca un comune sforzo per redigere una lista delle priorità e dei costi da sopportare per ottenere i ricavi futuri che da esse si attendono. Le speranze dei firmatari degli accordi europei di parte italiana è che il Paese, sottoposto al vincolo esterno, le avrebbe accettate e, in parte. ha avuto ragione. Ma il processo si è arrestato di fronte alla volontà dei grandi Paesi di procedere per proprio conto, ma soprattutto perché è venuto meno il convincimento che sia la concorrenza l’unica disciplina delle crisi, la spinta più efficiente allo sviluppo e il viatico più efficace alla meritocrazia e all’etica degli affari. Invocare un’Unione Europea diversa non contrasta con la richiesta di chi chiede al Paese di dare innanzitutto prova, con comportamenti coerenti, che è questo ciò che vuole, affinché i meccanismi democratici trasmettano l’urgenza del bisogno alla politica. Questa è quindi la prima verifica da fare e l’occasione delle elezioni europee ci dirà se si intende farla.

da Il Messaggero 31 maggio 2009
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