L'Europa separata di moneta e politica

di Paolo Savona - 21/07/2011 - Economia
L'Europa separata di moneta e politica

La maggior parte dei commenti di ieri sottolineano che le reazioni delle Borse bocciano come insufficiente la manovra di governo per porre al riparo i nostri titoli di Stato dagli attacchi speculativi. Non è escluso che sia così, ma se lo fosse sarebbe solo una parte della questione del nostro debito pubblico, come testimonia il fatto che anche altri Stati, che le manovre le hanno fatte, anche se non digerite, restano sotto attacco, nonostante le ripetute assicurazioni collettive e di singoli leader dell'Unione europea.


Seguo da anni con Carlo Pelanda l'evolversi degli scenari geopolitici e abbiamo fior di studenti che studiano i diversi scenari delle relazioni internazionali. Ci sembra che le recenti vicende riguardanti i debiti sovrani richiedano una diversa interpretazione e la risposta all'attacco speculativo debba essere diversa: i mercati desiderano sapere se l'Unione europea esiste politicamente e se, quindi, l'euro è una moneta destinata a sopravvivere perché ha dietro una forma qualunque di Stato. I dubbi sulla possibilità degli Stati membri di rimborsare i loro debiti pubblici dipende da questo chiarimento, perché se l'euro si dissolvesse, l'effetto sarebbe un default a catena. Occorre quindi creare le condizioni affinché la risposta sia credibile; se così non fosse la speculazione non cesserebbe di svilirne giorno dopo giorno il valore dei debiti sovrani (e non solo di quelli!). Ci spiace doverlo dire, ma l'entità raggiunta dai titoli in circolazione degli Stati europei è tale che i mercati hanno ragione di chiedere siffatto chiarimento. Superato un certo rapporto rispetto al Pil, che gli economisti valutano oggi intorno al 70%, si entra in un circolo vizioso affrontabile solo attraverso operazioni straordinarie. La speculazione sfrutta le incertezze che incontra questa politica e usa il rostro delle agenzie di rating per attaccare i debiti dei singoli Stati e guadagnare operando al ribasso.

Il problema ha carattere generale e richiederebbe una soluzione globale, rallentata dal fatto che i mercati riservano un trattamento asimmetrico al debito pubblico americano perché gli Stati Uniti possono infatti vantare d'essere tuttora il Paese economicamente più solido e istituzionalmente più assestato; in più beneficiano della possibilità di creare dollari, la moneta universalmente accettata che non mostra per ora segni che lo sarà di meno in futuro. L'Unione europea può contare sulla prima e la terza caratteristica, anche se hanno minore consistenza, mentre non beneficia della seconda, quella d'essere una qualche forma di Stato ben organizzato. La nostra interpretazione è che i mercati desiderano sapere se essa è un'istituzione solida, in cui gli Stati membri sono realmente convinti di dover stare insieme o se è una organizzazione economica claudicante e, quindi, contingente, che ha proposto l'euro come moneta di riserva solida senza adeguata struttura politica. È ovvio che l'attenzione è rivolta soprattutto alla Germania, ma è indirizzata verso tutti i Paesi membri, in particolare quelli appartenenti all'euroarea. La solvibilità dei singoli Stati è secondaria per il mercato: se vuole, la speculazione se li può giocare uno per uno quando vuole e nessuno tra essi può fronteggiare gli attacchi da solo. Diverso è invece se essi stanno insieme e si assistono l'uno con l'altro: i Paesi dell'Unione europea devono convincersi di ciò – e ancora non lo sono – per dare una risposta forte e decisiva e così rompere, come suol dirsi, le ossa alla speculazione. Non si raggiunge certo questo risultato deflazionando e affamando i poveri.

Quanto finora deciso a livello europeo sa ancora di esitante ed è insufficiente. Non convince perciò i mercati. Le decisioni di riduzione della domanda pubblica e privata che vengono imposte agli Stati il cui debito sovrano è sotto attacco riducono la crescita e, quindi, peggiorano in prospettiva il suo rapporto con il Pil, l'indicatore consueto di riferimento in materia. Poiché il grado di concorrenza è ancora basso per la maggior parte di essi, gli aumenti dei prezzi internazionali e delle maggiori tasse richiesti per tamponare la crisi trovano un habitat favorevole per trasferire questi oneri sui prezzi interni; ciò induce la Bce ad aumentare i tassi dell'interesse in adempimento di un mandato ristretto a essa affidato di controllare l'inflazione, con l'effetto di imprimere un'ulteriore spinta verso il basso alla crescita. Per il bene di tutti, occorre uscire da questo circolo vizioso.

da Il Messaggero del 20 luglio 2011
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