L'Europa, l'unione politica da fare

di Paolo Savona - 11/06/2009 - Economia
L'Europa, l'unione politica da fare
Dopo la prima chiusura della trattativa Fiat-Opel avevamo concluso che l’Unione Europea – e, per essa, la Commissione di Bruxelles – era stata la grande assente nel negoziato; rispetto ai modi in cui analoghe crisi settoriali, come quella tessile e siderurgica, erano state affrontate a livello comunitario, questa conclusione rappresentava un passo indietro sulla strada dell’unificazione politica, che resta il tessuto indispensabile per giustificare le forme dell’attuale organizzazione europea centrate sulla delega di sovranità in materia di concorrenza e di creazione monetaria. L’Italia aveva puntato molto sulle capacità dell’Unione di trascinarla – pur recalcitrante (il termine è dell’Economist) – a rispettare le regole del libero mercato e della stabilità dei prezzi. Avevamo perciò auspicato che il dibattito politico in corso per le elezioni europee si concentrasse sul da farsi all’interno per essere coerenti con la scelta comunitaria e sul mandato da assegnare a coloro che sarebbero stati eletti al Parlamenti europeo.

Salvo un generico richiamo alle riforme – insistendo però che si possono e si devono fare, mentre il problema è come e con chi – il giudizio unanime sullo svolgersi del dibattito elettorale è che ha riguardato le relazioni interne tra partiti, prescindendo dalla definizione della nostra posizione politica nell’Unione. E’ noto che la maggioranza degli italiani pensa tuttora d’avere bisogno dell’Europa, ma essi non si dichiarano soddisfatti dei risultati ottenuti, i cui dati parlano chiaro: i prezzi al consumo sono crollati in media dal 3,3% di un anno fa allo 0,6% dell’ultimo quadrimestre, con Spagna e Germania e i settori industriali in piena deflazione, e lo sviluppo reale è sceso, anch’esso in media, a – 4,6% ed è previsto che continui a cadere del 3,7% nell’anno in corso, con una severa recessione nel comparto dei beni durevoli. Le previsioni per il 2010 non sono consolanti: la ripresa è stimata nell’ordine di soli 30 centesimi di punto e i prezzi scenderanno ancora a 40 cent.

Se ci accontentiamo di indicare l’untore e non la peste, la diagnosi è presto fatta: la colpa è degli Stati Uniti e, in particolare, delle banche, anche quelle del nostro Paese. Ma anche in questa diagnosi le conclusioni non sono unanimi. La Merkel afferma che la Banca Centrale Europea ha ecceduto nel creare liquidità e lancia uno worning (avvertimento) sui rischi di inflazione e di eccesso di indebitamento pubblico, definito come “trappola del debito” (quello in cui è incappata l’Italia, senza l’idea di come uscirne, nonostante l’ingente patrimonio di cui dispone). Con i suoi 200 mld circa di avanzo della propria bilancia e l’euro che si rivaluta di circa il 10% scoraggiando produzione ed esportazioni, la Germania potrebbe fare molto di più espandendo la domanda interna. Tentare di spostare la responsabilità degli andamenti futuri dell’inflazione o della deflazione, come fa l’economista americano Rubini, sulla BCE, anche se quest’ultima – e con essa taluni economisti – sembra interpretare l’indipendenza come rinuncia alla critica.

Non ci sono quindi untori. La peste invece è nella bassa esposizione dell’economia europea alla concorrenza, anche interna al mercato comune, nell’eccessivo peso delle esportazioni sulla domanda interna, con troppa indipendenza dagli andamenti internazionali, nel frazionamento dei membri tra quelli che usano l’euro e quelli che lo rifiutano o non possono accedervi per vincoli del Trattato e nelle esitazioni che sussistono – e forse si vanno rafforzando – di procedere verso la messa in comune delle sorti nazionali. Tutto ciò perché l’Unione si è data un assetto istituzionale basato su obiettivi scelti e regole fissate prima del crollo del Muro di Berlino e dell’ascesa dei paesi emergenti che hanno mutato gli equilibri geopolitici e reso obsolescente parti dell’accordo stipulato a Maastricht. Non sono nate, né possono nascere imprese, né banche veramente europee, a causa delle perduranti diversità normative, del restringimento della logica comunitaria e della gravitazione degli interessi nazionali al di fuori dell’area europea.

Sul piano dei disavanzi pubblici “brilla”, nel silenzio della Commissione, quello del Regno Unito, che ha raggiunto il 13,8% del suo PIL (rivaleggiando con gli Stati Uniti, che registrano il 13,2%), mantenendo la sua tradizionale prodigalità nelle critiche e nei consigli al resto del mondo, Italia in testa, dopo tutti i pasticci che ha combinato la sua City. Che fine ha fatto il discorso di insediamento di Blair al Parlamento europeo che proponeva il suo paese come faro di sviluppo e di stabilità dell’Unione?

Se non abbracciamo la religione europea scritta nelle “tavole della legge” da una setta di illuminati (il termine è di Ralph Dahrendorf), che tuttora imperversano, ma ci proponiamo di dare fiato alla madre di tutte le riforme, quella che porta all’Unione politica, il mandato da assegnare ai prossimi eletti dovrebbe essere quello di perseguire questo obiettivo e, se non raggiunto, di contribuire a riposizionare l’Italia nelle sue relazioni internazionali. C’è una speranza che il problema venga affrontato in questo modo evitando traumi più gravi? Spes ultima dea.

da Il Messaggero del 7 giugno 2009  
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