Come far uscire l'Italia dal tunnel

di Paolo Savona - 27/10/2008 - Economia
Come far uscire l'Italia dal tunnel
La Borsa sembra essersi infilata nuovamente in un tunnel. Finché c’è gente finanziariamente così esposta da dover realizzare le azioni in portafoglio, o così ricca da poter sopportare gravi perdite, la caduta di Borsa non si arresterà. Ad alimentarla sono le notizie sulle difficoltà di grandi imprese, come la prestigiosa General Motors, e i timori di una grave recessione generalizzata.

Sulla base delle decisioni prese dai Governi di tutto il mondo, è ragionevole considerare superata la fase più critica della crisi finanziaria, mentre la trasmissione dei suoi effetti negativi sull’economia reale è appena iniziata e anche per essa si prospettano gli stessi ritardi della politica nel prendere adeguate decisioni. Come si è già avvertito su queste stesse colonne, se così accadesse, l’accentuazione della caduta produttiva causerebbe fallimenti e, innalzando il rischio di credito, indurrebbe le banche a tirare i remi in barca.

In una situazione di debolezza finanziaria i cui effetti “tossici” non sono stati ancora interamente riassorbiti, la situazione potrebbe sfuggire di mano e la crisi economica precipitare drammaticamente. Invece di una nuova Bretton Woods registreremo una nuova Grande Depressione, senza avere un Roosevelt pronto al New Deal o un Generale Marshall pronto a darsi carico dei problemi. E’ quest’ultimo il vero problema, perché c’è un vuoto politico negli Stati Uniti e non sapremo, al di là delle intenzioni manifestate, quali saranno le effettive possibilità di intervento del nuovo presidente prima dell’inizio del 2009.

Possiamo solo augurarci che una risposta forte ed autonoma venga dal vertice convocato da Sarkozy come presidente di turno dell’Unione europea, non solo per sapere cosa proporre nel corso del vertice convocato da Bush (che servirà al massimo per salutare l’illustre ospite). Ma anche per decidere ciò che può essere ratto per evitare il contagio reale delle nostre economie, dopo che non si è riusciti a evitare parte del costo di quello finanziario.

Come è auspicabile avere una risposta forte dell’Unione europea, altrettanto è ragionevole attendersi che essa non verrà in modo indipendente e congiunto, dato lo stato incompiuto dell’unione politica, come testimonia l’annuncio della costituzione di un fondo sovrano francese, invece di uno europeo come proposto da Tremonti. La patata calda della recessione passa quindi nelle mani italiane e potrà essere raffreddata se il Governo mette in campo subito una manovra di spinta dell’economia da 2 punti percentuali di Pil (circa 30 mld di euro).

Non si conoscono i termini del rilassamento dei parametri del Patto di stabilità e sviluppo consentiti, ma questo è il momento di verificare se per la prima parte del patto, quella della stabilità (che non c’è), siamo disposti a immolare l’economia italiana scordandoci della seconda parte, quella dello sviluppo.
Che fare quindi? Per la prima volta le proposte che vengono avanzate dalle principali categorie interessate corrispondono alle necessità, oltre che agli interessi generali di sostegno dello sviluppo. I commercianti, che rappresentano una fetta importante del Pil e anche il settore più esposto ai fallimenti, propongono la de-tassazione della tredicesima, affermando che costerebbe 5 miliardi.

I costruttori indicano che sarebbero circa 250 mila le abitazioni pronte che potrebbero essere acquistate da giovani coppie o da altri alla ricerca della prima casa, se potessero ottenere un mutuo ventennale con tassi dell’interesse nell’ordine del 3-4%. Ciò richiederebbe un contributo annuo per acquirente nell’ordine di 10 mila euro, per un totale di 2,5 miliardi di euro che in tutto o in parte rientrerebbero attraverso le imposte e tasse su queste vendite.

Lo sveltimento dei pagamenti in contropartita della realizzazione delle opere pubbliche in corso darebbe fiato alle imprese e all’occupazione immettendo liquidità nel sistema, allargando le possibilità di concedere credito per sostenere l’economia. Una detassazione generalizzata potrebbe immettere nella domanda aggregata il potere d’acquisto che manca o che è restio a manifestarsi perché i lavoratori temono per il loro futuro e gli imprenditori per le loro imprese. Un concreto aiuto agli esportatori proverrà dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, che ha ormai raggiunto il 20%. Un effetto sostitutivo o aggiuntivo della spinta che l’Italia vorrà imprimere alla propria domanda potrà provenire dall’emissione di Eurobond per finanziare grandi opere pubbliche europee, se cesseranno le fisime per questa scelta che avrebbe il pregio di evidenziare l’esistenza di un barlume di volontà verso una seria unione politica.

da Il Messaggero del 25 ottobre 2008
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