I fondi sovrani, agire sulle cause

di Paolo Savona - 25/08/2008 - Economia
I fondi sovrani, agire sulle cause
La Germania ha deciso di riservarsi il diritto di rifiutare l’acquisto da parte di un fondo sovrano straniero di una partecipazione in un’impresa tedesca considerata strategica per le sorti del Paese e la decisione è ora all’esame della Commissione europea, che si pronuncerà sulla liceità di tale decisione sulla base degli accordi esistenti. I fondi sovrani operano con risorse pubbliche che perseguono ufficialmente obiettivi di migliore convenienza degli investimenti ma, non di rado e nei fatti, anche di accrescimento dell’influenza geopolitica degli Stati che li creano. Il fondo sovrano cinese usa le riserve ufficiali accumulate sostenendo il cambio dello yuan-renminbi rispetto al dollaro ed effettua scelte che hanno una valenza geopolitica, mentre il fondo sovrano norvegese è alimentato dai ricavi delle vendite di petrolio del Mare del Nord e pare mosso dalla sola convenienza.

Esattamente un anno orsono, questo giornale ha indicato nell’operatività dei fondi sovrani la nascita di un nuovo pericolo per il corretto svolgersi degli scambi mondiali e delle relazioni politiche internazionali, avvertendo che la loro azione rappresentava un ritorno degli Stati sul mercato come operatori, dopo che una parte del mondo libero stava faticosamente uscendo da questa condizione. Si voleva infatti ridare agli Stati il ruolo proprio di regolatori dei mercati nazionali, funzione che stavano esercitando male, anche perché coinvolti sul mercato come investitori. Ove si escluda una particolare attenzione dedicata al problema dalla Rivista dei Servizi di Sicurezza e Informazione italiani, che ha segnalato l’importanza del nostro richiamo, il tema è stato trattato all’interno e all’estero con una superficialità degna dei modi in cui stanno evolvendo le relazioni internazionali. Cioè male.

Da un lato le banche in difficoltà e le imprese bisognose di capitale di rischio vedono di buon occhio, ma con una visione microeconomica, gli acquisti effettuati dai fondi sovrani e rilasciano dichiarazioni a essi favorevoli. Dall’altro alcuni importanti Governi avvertono la contraddizione tra la ricerca di un mercato globale che sia veramente e correttamente competitivo e la pericolosità di una lenta penetrazione nella proprietà delle banche e delle imprese strategiche da parte dei Paesi in attivo di bilancia.
Paesi come la Cina e i produttori di petrolio; ma sono stretti nella morsa degli accordi di libero movimento di merci e capitali a cui essi stessi hanno dato vita, ma con rilevanti imperfezioni.

Lasciare agli Stati il compito di difendersi singolarmente dai fondi sovrani, come va facendo la Germania, equivale a sovrapporre errore ad errore geoeconomico, inseguendo gli effetti e non le cause del fenomeno. Nessuno denuncia che alla loro origine vi sono le diversità nei regimi di cambio che gli accordi internazionali vigenti consentono. La Cina accumula riserve perché pratica cambi fissi (o quasi), come pure fanno tutti gli Stati che accumulano riserve. Se i cambi fossero perfettamente flessibili, invece di permettere l’accumulo di dollari e la loro parziale trasformazione in euro (creando gravi problemi all’euroarea), vedrebbero rivalutarsi le loro monete nazionali eliminando il problema alla radice. Quella della diversità nei regimi di cambio, tuttavia, è condizione necessaria ma non sufficiente. Occorre che qualcuno tenga la sua bilancia estera in disavanzo, creando quella liquidità internazionale che finisce a riserva ufficiale dei paesi in avanzo e che li induce a creare i fondi sovrani. Il principale fornitore di liquidità, internazionale è gli Stati Uniti, che ogni anno ne immette nel circuito internazionale dai 700 agli 800 miliardi dollari, che vanno in buona parte ad alimentare le riserve ufficiali e i fondi sovrani. Per tentare di impedire al cane di mordersi la coda, si tenta di afferrare quest’ultima e non la testa!

Se vogliamo veramente il mercato globale e se lo vogliamo ben funzionante, tale da calmierare tutti i comportamenti e non solo quelli dei lavoratori, allora dobbiamo avere sia lo stesso regime di cambio per tutti i paesi che partecipano agli scambi mondiali, sia una riduzione degli eccessi di domanda interna americana e relativa creazione di liquidità: Spero che gli Stati Uniti si rendano conto che è nel loro interesse farlo, se vogliono mantenere un minimo di influenza politica nelle sorti economiche del Pianeta; come c’è da augurarsi che, nel giudicare la decisione tedesca, la Commissione europea si proponga di risalire alle origini del problema, invece di cimentarsi, come di consueto, sugli effetti dei comportamenti del resto del mondo e sull’esegesi degli accordi.

da Il Messaggero del 25 agosto 2008
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