Il G8 è il summit peggiore, eccetto tutti gli altri

di Paolo Savona - 08/07/2009 - Economia
Il G8 è il summit peggiore, eccetto tutti gli altri
In un mondo ancora strutturato in stati-nazione, piuttosto gelosi della loro sovranità anche quando hanno deciso di condividerla con altri (come nell’Unione europea), un consesso come il G8 è una ricchezza da proteggere. Nato come G5 dopo la crisi petrolifera d’inizio anni Settanta con la funzione di centro di consultazione dei paesi consumatori “dell’oro nero”, è andato assumendo un ruolo sempre più ampio, includendo problemi come le pandemie, la povertà, la fame e la tutela dell’ecosistema, argomenti all’ordine del giorno anche nella riunione dell’Aquila. I problemi del mondo sono sempre più urgenti e difficili da risolvere facendo leva su un solo paese o un insieme tra essi, per potenti che essi siano. La Federazione mondiale degli scienziati ha contato 63 emergenze planetarie, considerando tali quei problemi gravi che possono essere risolti solo se una larga maggioranza dei paesi, a cominciare da quelli più sviluppati, decidono di affrontarli congiuntamente. In occasione della grave crisi finanziaria in corso un momento di svolta si è avuto quando il G20, il consesso più ampio dei paesi “che contano” nel Pianeta, ha dichiarato all’unanimità che non avrebbero più consentito di lasciare andare fallita una banca o finanziaria come fatto dagli Stati Uniti con la tragica decisione riguardante la Lehman Brothers. E’ chiaro che alle dichiarazioni devono seguire i fatti per mantenere la credibilità (e l’utilità) dell’istituzione.

E’ stato detto che il G8 è una formula esaurita perché rappresenta solo il 13 per cento della popolazione, pur producendo metà del reddito complessivo del mondo. Esso, quindi, non è più rappresentativo neanche delle forze del Pianeta più emerse che emergenti – come la Cina, l’India e il Brasile – e, quindi, le consultazioni andrebbero sviluppate in ambito del G20. L’argomento è pertinente, ma non tiene conto che, dato lo stato delle relazioni internazionali, più ampli il consesso, meno probabilità hai di raggiungere un accordo, come testimonia l’esperienza dell’allargamento dei paesi membri dell’UE da 15 a 27 e la confusione che regna nell’Onu. Il rischio è che, allargando i partecipanti ai Summit per avere una maggiore rappresentatività, si finirà con aprire la strada al bilateralismo incombente (o già in atto?) tra Stati Uniti e Cina, legati da quello che il grande banchiere Mattioli chiamava catoplebismo, ossia una simbiosi tra debitore e creditore. Sarà questo un ennesimo errore del rimpianto inglese per la perduta leadership?

Non vi è dubbio che nell’ambito del G8 vi siano rivalità personali, differenze istituzionali e ambizioni sovrane, ma è anche lecito riconoscere che esse sono presenti in tutti gli stati nazionali. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole. Se, immemore del ruolo centrale di luogo di consultazione dei problemi globali, preso dall’insoddisfazione dei risultati, il mondo fosse attratto dal grido futurista “affondiamo il G8”, andrebbe presto a fondo anche il G20, il cui funzionamento è inevitabilmente più complesso. In ogni istituzione, anche privata, esistono gruppi di lavoro, comitati esecutivi, consigli di amministrazione e assemblee deliberanti. Perché non dovrebbe essere lo stesso per governare problemi ben più importanti riguardanti le genti del Pianeta, in attesa di un vero (ma impossibile e, forse, non auspicabile) governo globale? In attesa di andare oltre per garantire una maggiore democraticità delle scelte, proteggiamo quel poco di cui disponiamo con il G8, magari associando gli altri tre grandi del BRIC, passando al G11, per mantenere aperto almeno un luogo che dia indicazioni della direzione di movimento dei paesi nel trattamento delle 63 emergenze planetarie. La democraticità consentita dai mezzi di comunicazione moderni controllerà la validità e i modi di attuazione che verranno dati dagli Stati nazione agli indirizzi espressi. Stabiliamo un metro di misura e accontentiamoci per ora dei “blogparlamenti”.

Il compito delle presidenze di turno del G8 è proporre soluzioni alle emergenze planetarie, a prescindere dal successo pratico che avranno le iniziative. I paesi che non vorranno approvarle si prenderanno la responsabilità delle scelte d’inazione, ma il prestigio delle buone proposte resta pur sempre ai proponenti. Per quanto è dato sapere, il prossimo Summit a guida italiana porterà al tavolo dell’Aquila proposte di soluzione dei problemi della finanza (i global legal standard), del lavoro, della povertà e della tutela dell’ecosistema e della salute. In attesa di commentare i contenuti una volta noti, resta fin d’ora il rammarico di non aver neanche proposto di discutere i tratti della nuova architettura del sistema monetario internazionale e degli scambi globali, per introdurre l’obbligo d’avere lo stesso rapporto di cambio e le stesse regole di governo degli squilibri di bilancia estera. Questi restano i più seri problemi da affrontare per evitare la crisi prossima ventura. L’insieme delle emergenze grava sul mercato globale come una pietra tombale. Vale per esso, senza nessuna intenzione blasfema, quanto disse Keynes: solo con l’aiuto di Dio possiamo venirne fuori. Ma i problemi sono oggi molto più complicati, e questa volta non basta che ci mandi suo figlio.

da Il Foglio del 7 luglio 2009
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