I generali hanno perso, non paghino i lavoratori

di Paolo Savona - 03/11/2011 - Economia
I generali hanno perso, non paghino i lavoratori

Ora che i generali hanno perso la guerra, come al solito si spara sui soldati. Cavalcando l'idea delle aspettative razionali come fondamento dei mercati perfetti, i generali americani hanno causato un disastro finanziario di proporzioni incommensurabili. Sbagliando strategia nella sistemazione del debito pubblico greco, i generali europei hanno aperto un varco sul fronte della moneta unica attraverso il quale è passata la speculazione.

La politica, solitamente pronta a saltare sul carro dei vincitori, questa volta è saltata sul carro dei perdenti, salvando molti dal disastro, ma causando un tale indebolimento della fanteria fiscale da rendere quasi inutile il bombardamento monetario, dato che nessuno è in condizione di conquistare il territorio speculativo. Così facendo ha creato il presupposto del suo suicidio (il termine è stato autorevolmente proposto da Emanuele Severino). Gli Stati Uniti credono in Dio, come è chiaramente scritto sui dollari. L'Europa può contare invece sullo Spirito Santo che ha finora protetto la Christianitas, ma fino a quando?

Ciò che preoccupa è che, gira che ti gira, la colpa della sconfitta viene data ai soldati lavoratori e pensionati. Si possono essi rendere responsabili della crisi finanziaria e di quella indotta sul debito pubblico? No di certo. Ma sono il ventre molle della società, hanno redditi e ricchezza per raggiungere le cifre necessarie per risanare i bilanci pubblici, guadagnano salari o beneficiano di provvidenze che i Paesi benestanti non possono più permettersi dato che i Paesi comunisti o populisti pagano o assistono poco o niente. La politica ritiene che sia finalmente giunto il momento per fare ciò che si doveva prima della crisi: flessibilità nell'uso del lavoro, più bassi salari e minore welfare o, in alternativa, portare il costo dei servizi sociali a loro carico. E, se invece di comportarsi da cicale, si sono comportati da formiche, dopo avere spremuto il loro reddito, giù con nuove tasse sul patrimonio.

Gli Stati Uniti di Barack Obama tentano di mitigare la loro vocazione capitalistica, innestando fuori tempo elementi di welfare, mentre l'Unione (economica) europea ribadisce la sua ispirazione capitalistica mantenendo al vertice della sua scala di valori sociali l'accumulazione di ricchezza, anche se la cela dietro una cortina di politiche «di coesione» che non riescono però a bilanciare gli effetti negativi. Non sorprende quindi che pretenda dall'Italia riforme del mercato del lavoro e del sistema pensionistico. Sorprende invece che autorevoli economisti propongano per l'Italia un piano di uscita dalla crisi che riguarda soprattutto lavoro e pensioni.

Mentre i problemi sono l'abnorme assorbimento di risorse dello Stato rispetto alle prestazioni che offre, una meritocrazia pubblica e privata carente, il basso investimento dei profitti in innovazioni che sospingano la produttività totale dei fattori e il persistente rifiuto della politica di cedere il patrimonio dello Stato e degli enti locali. Solo una volta avviato un piano di risoluzione di questi macigni che pesano sullo sviluppo si può chiedere al lavoro di dare il suo giusto contributo.

 

Da Panorama Economy del 9 novembre 2011

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