Bloomberg ha rilanciato, in occasione di un discorso a Seul di Mario Draghi, come presidente del Financial Stability Board, una sintetica informazione: “Mario Draghi said a European economic recovery led by German exports is becoming more broad based, citing a pick-up in investment and consumer spending”. Non serve tradurla perché il suo contenuto è immediatamente percepibile. Draghi dice che l’economia i
italiana dovrebbe essere come quella tedesca. Larghissima parte degli osservatori e della stampa italiana ha riportato, o ha lasciato un ampio margine di ambiguità, sul fatto che, secondo Draghi, l’Italia dovrebbe imitare la politica economica della Germania. Sono due cose abbastanza diverse. Tra i pochi commenti azzeccati c’è l’intervista di Bini Smaghi al Sole 24 Ore di ieri. La capacità della Germania di esportare, nel mondo ed in particolare nei paesi che stanno crescendo intensamente - come Brasile, India, Cina e Russia - deriva da una oggettiva competitività delle merci e dei servizi tedeschi. Che, a sua volta deriva dalla maggiore produttività dell’imprese di quel paese. Sono tre le leve di questo vantaggio competitivo: il rapporto positivo che sussiste tra i cittadini e l’amministrazione pubblica, il rapporto cooperativo che lega imprese e sindacati, l’abilità tedesca nel tenere insieme tecnologie nazionali, e capacità di progettazione, con la gestione di filiere transnazionali, che includano sia le imprese tedesche che le imprese delle economie emergenti. Sono, come si vede chiaramente, le tre cose che in Italia non esistono più dagli anni novanta. E che spiegano perché, anche molto prima della crisi, il nostro paese non fosse più in grado di crescere. In Italia l’amministrazione pubblica, centrale e periferica, è un problema e non la soluzione: per le imprese come per i cittadini. I sindacati sono una proiezione del residuo ideologico nel sistema politico e, solo in parte, tentano di recuperare una dimensione cooperativa tra lavoratori ed imprese. Le vicende Fiat sono esemplari, in proposito. Le grandi imprese - che sono le uniche a poter produrre l’alchimia tra tecnologie, progettazione e filiere transnazionali - sono una specie in esaurimento nella nostra economia: si contano a decine su milioni di ditte individuali e centinaia di migliaia di piccole imprese. Grazie ai suoi vantaggi competitivi la Germania è oggi l’unico paese esportatore netto dell’area euro ed il surplus commerciale alimenta la sua domanda effettiva, e genera effetti espansivi sulla domanda interna: consumi ed investimenti. L’opinione di Draghi rilanciata da Bloomberg.
Ma la politica economica della Germania contraddice questi effetti. La Merkel riduce il deficit nella speranza di ridurre il debito e, così facendo, deflaziona la sua domanda interna e quella dell’intera Unione Europea. Anche perché chiede, ed ottiene, dagli altri Governi europei e dalla Commissione, presieduta da Barroso, la medesima terapia deflattiva. La stabilizzazione della finanza pubblica, purtroppo, è una condizione necessaria ma non certo sufficiente per sostenere la crescita. La deflazione tedesca tenta di essere “intelligente” ma rimane una spinta recessiva. Essere come l’economia tedesca, insomma, non è la medesima cosa che fare la politica economica del Governo tedesco. Ma su questa dissonanza cognitiva, di chi ha male interpretato Draghi, si può aggiungere anche una ulteriore precisazione. Ogni paese crea, secondo la sua storia e la sua cultura, il rapporto tra popolazione ed istituzioni, includendo nelle istituzioni ogni genere di organizzazioni: comprese le grandi imprese ed i sindacati, come abbiamo appena detto. Dalla Germania, allora, dovremmo imparare anche che le Regioni dovrebbero essere poche, e più grandi, per essere una molla positiva del welfare state e non una “gabbietta centralistica” sovrapposta allo stato nazionale. Mentre il Governo italiano potrebbe spiegare a Barroso che la crescita si promuove con un concerto di politiche europee e non con un “a solo” della Merkel e dell’attuale Governo tedesco.
da Il Riformista del 5 settembre 2010
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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