Giorgio La Malfa su Il Foglio del 11 marzo 2016 "La Lezione di Bretton Woods"

di Giorgio La Malfa - 14/03/2016 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Foglio del 11 marzo 2016 "La Lezione di Bretton Woods"

Lo storico accordo economico e monetario del 1944 avrebbe potuto insegnare molto ai fondatori dell'euro cinquant'anni dopo. Perché ignorarlo è stato un errore.

Mancando finora la volontà di andare verso un'unione politica, quello europeo rimane in tutto simile a un accordo di cambi fissi -- La Pace "cartaginese" dopo la Prima guerra mondiale, i liveili del cambio irrealistici: tutto congiurò per depressione e guerra -- Lo scontro tra l'inglese Keynes e l’americano White? Per il primo anche i paesi in surplus avrebbero dovuto correggerei propri squilibri  -- La Conferenza che diede il via a Fondo Monetario Internazionale e Banca mondiale fu più lungimirante. Up to a point

Troppo spesso si dimentica, quando si parla dei problemi dell'euro, che creare una moneta comune per stati fra loro diversi è equivalente a fissare e rendere immodificabili i rapporti di cambio fra le monete preesistenti. In questo senso, la creazione dell'euro è prima di tutto un accordo per un regime di cambi fissi fra i paesi che hanno aderito all'Unione monetaria, con tutte le conseguenze economiche e le altrettanto rilevanti implicazioni politiche che ne discendono. 

Sarebbe stato molto utile, a chi pensava negli anni 80 e 90 a una moneta comune per l'Europa, riflettere sull'esperienza degli accordi di Bretton Woods del '44 dai quali era nato il sistema mondiale dei cambi fissi che aveva accompagnato lo sviluppo economico mondiale dal Dopoguerra fino agli inizi degli anni 70. In sé, l'accordo di Bretton Woods sembrerebbe non avere molto a che vedere con l'unione politica, il federalismo e il futuro dell'Europa, che erano le idee che stavano nella mente di Jacques Delors e di quanti accarezzavano il progetto della moneta unica. O meglio non l'avrebbe se i paesi europei avessero avuto una autentica volontà di andare verso un'unione politica dell'Europa. Ma questa volontà è proprio quello che è mancato finora e probabilmente continuerà a mancare. In queste condizioni la moneta unica è essenzialmente un accordo particolarmente rigido per i cambi fissi. Il genus è quello degli accordi di Bretton Woods del 1944. 

Forse sarebbe stato opportuno fermarsi a riflettere su quella storia che, in ogni caso, ha ancora molto da dire oggi sul futuro dell'euro. Pochi sanno che cosa siano gli accordi di Bretton Woods, da quali discussioni e da quali rapporti di forza essi nacquero e perché dopo avere assicurato un clima economico estremamente favorevole per quasi trent'anni dopo la loro stipulazione, a un certo punto saltarono e produssero il passaggio da un sistema di cambi fissi a un sistema di cambi fluttuanti. E' una storia lontana che vale la pena di essere raccontata. Avendo di mira il pasticcio nel quale, con l'euro, si è cacciata l'Europa... 

Morgenthau convoca gli alleati Il primo luglio del 1944, mentre ancora su tutti i fronti infuriava la guerra, anche se ormai le sorti del conflitto volgevano a favore degli Alleati, affluivano a Bretton Woods, una località di montagna del New Hampshire, nel nordest degli Stati Uniti, alcune centinaia di diplomatici, ministri, banchieri centrali e funzionari pubblici di 44 paesi alleati. Erano invitati a una Conferenza sull'assetto economico del Dopoguerra convocata e organizzata dal ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Hans Morgenthau. 

Per una ventina di giorni i delegati si riunirono nelle grandi sale dell'Hotel Mount Washington, un immenso albergo di lusso costruito nel 1902 che era stato luogo prediletto di vacanze di finanzieri e industriali fino a quando, dopo la grande depressione del 1929, era andato in disuso. Il luogo era stato scelto da Morgenthau per sfuggire al caldo dell'estate e alla confusione di Washington, ma anche per ingraziarsi il senatore repubblicano dello stato, uno dei più duri critici di Roosevelt. 

 

In un paio di mesi di lavoro, squadre di operai avevano rimesso a lucido l'albergo che però restava, secondo Lydia Lopokova, la ballerina classica russa, moglie di John Maynard Keynes, un "manicomio", con i rubinetti che perdevano, i tubi rotti e le finestre che non chiudevano. Naturalmente i problemi logistici non fermarono la Conferenza, né lo fecero i contrasti fra i due protagonisti principali, gli americani e gli inglesi. Dopo poche settimane di lavoro venne sottoscritto un documento da cui nacquero il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. E Bretton Woods entrò a far parte della storia. 

 

L'antecedente. La Conferenza di Parigi 

Che differenza rispetto alla Prima guerra mondiale! Nessuno, prima che essa si concludesse, aveva preparato il terreno per il Dopoguerra. Sul tavolo del palazzo del Trianon, a Parigi, dove nel 1919 si svolse la Conferenza della pace, c'era soltanto l'illusione astratta del Presidente degli Stati Uniti, Wilson, che immaginava una Società delle Nazioni capace di prevenire le guerre. Troppo poco per frenare l'esplosione delle rivendicazioni nazionali e soprattutto il desiderio della Francia di Clemenceau e dell'Inghilterra di Lloyd George di schiacciare la Germania sotto il peso delle riparazioni per impedirle di tornare a minacciare l'equilibrio europeo. 

Fra i pochi che si erano resi conto della cecità di questa impostazione vi era stato un allora giovane economista inglese, che aveva seguito la parte finanziaria del negoziato per conto del Tesoro. Nel giugno del 1919, Keynes si era dimesso dalla delegazione inglese, stanco  aveva scritto alla madre di assistere a quella "follia". E tornato in Inghilterra, aveva pubblicato, sei mesi dopo, un libro in cui analizzava i contenuti del Trattato e prevedeva che la pace "cartaginese" imposta alla Germania avrebbe creato le condizioni per una nuova guerra "i cui orrori  aveva scritto avrebbero superato di gran lunga quelli della guerra appena finita". Keynes aveva avuto ragione. 

Oltre al peso insostenibile delle riparazioni, vi era stata l'incapacità di ricostruire un sistema monetario internazionale funzionante, come quello che vigeva nella seconda metà dell'800 e all'inizio del 900. Non era stato possibile ristabilire il Gold standard per l'indebolimento della sterlina che ne era stato il pilastro centrale. E i tentativi di riportare le parità al livello del tempo che aveva preceduto la Prima guerra mondiale erano stati fallimentari. 

In quegli anni, simili a quelli seguiti in Europa al 2008, la volontà di mantenere i tassi di cambio a livelli irrealistici produsse depressione, riduzioni forzose dei salari che aggravarono la crisi e una lunga fase di depressione seguita alla crisi americana del 1929. Nel 1926 Mussolini aveva annunciato nel discorso di Pesaro che l'Italia avrebbe ristabilito la parità prebellica con la sterlina e che avrebbe difeso "con il sangue" la quota novanta. Dopo qualche anno questa cura ortodossa portò al fallimento larga parte dell'industria e del sistema bancario italiano e li consegnò nelle mani dello stato. Negli anni fra le due guerre Keynes aveva continuato a riflettere sui problemi dell'assetto che doveva darsi al sistema monetario internazionale e alla fine del 1941 aveva esposto al governo inglese, con cui era tornato a collaborare, le sue idee su quello che avrebbe dovuto essere l'assetto del Dopoguerra. 

Contemporaneamente negli Stati Uniti, sempre nel 1941, un economista giovane e sconosciuto, collaboratore di Morgenthau, Harry Dexter White, aveva fatto altrettanto. Se non ci fosse stato il progetto di White, a Bretton Woods le idee di Keynes, la cui fama  dopo la pubblicazione nel 1936 della "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta" era planetaria, avrebbero dominato la Conferenza. Ma se non ci fosse stato un progetto americano, forse Morgenthau non avrebbe convocato la Conferenza. Non lo si può sapere. Certo è che White, sconosciuto ai più e molto meno affascinante di Keynes nell'argomentazione, rappresentava però il paese che, entrando in guerra, aveva salvato l'Inghilterra e gli Alleati da una sconfitta che altrimenti appariva sicura e si avviava a concludere la guerra con una disponibilità massiccia di riserve auree. 

 

Il dibattito di Bretton Woods 

La storia dello scontro fra Keynes e White è stata raccontata molte volte, ma mai bene come in un libro recente di Benn Steil, intitolato "La battaglia di Bretton Woods" e pubblicato in italiano da Donzelli (in una traduzione non del tutto soddisfacente) con un bel saggio introduttivo di Pierluigi Ciocca che sottolinea le analogie e dunque la rilevanza con i problemi europei di oggi. I piani di Keynes e di White avevano alcuni punti in comune ma anche delle profonde differenze. Ambedue convenivano sui vantaggi della libertà degli scambi e sui danni economici e politici del protezionismo; erano ambedue convinti che bisognasse creare le condizioni perché nel Dopoguerra si ristabilisse la massima libertà nel commercio internazionale. 

Ritenevano inoltre che a questo fine fosse necessario un sistema di cambi fissi fra le monete, anche se ritenevano che bisognasse prevedere la possibilità di modificare, ove necessario, le parità stabilite. In comune avevano anche l'idea che non si potesse lasciare corso totalmente libero ai movimenti di capitale da una piazza all'altra, perché spostamenti improvvisi di capitali avrebbero destabilizzato il sistema. Qui finivano i punti di contatto e cominciavano le differenze. La principale riguardava il ruolo dell'oro. Keynes era convinto che bisognasse eliminare quella che egli definiva "una barbara reliquia del passato". Pensava a una International clearing union, cioè essenzialmente a una Banca centrale mondiale che avrebbe dovuto emettere una vera e propria moneta fiduciaria, cui Keynes dava il nome di "bancor". 

L'offerta di bancor doveva accompagnare l'evoluzione degli scambi e la crescita del reddito mondiale. Keynes aveva anche immaginato che la clearing union dovesse favorire l'aggiustamento delle bilance dei pagamenti dei paesi membri nel senso che, nei casi in cui la bilancia dei pagamenti di un paese fosse in squilibrio, questo paese dovesse essere indotto a intraprendere delle azioni correttive. Per Keynes questo doveva valere sia per i paesi in deficit, che avrebbero dovuto restringere il livello della loro attività produttiva per rimettere a posto i conti esteri, sia per i paesi in surplus ai quali non poteva essere consentito di accumulare riserve valutarie senza limiti: questi paesi avrebbero dovuto accrescere la loro domanda interna in modo da contribuire al miglioramento dei conti dei loro corrispondenti. Su questo punto lo scontro con White fu frontale. Esso riguardò essenzialmente il ruolo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere nel sistema. Gli americani, che in quel momento avevano una bilancia dei pagamenti in forte sovrappiù, erano furiosamente contrari a questo aspetto del piano di Keynes. Sospettavano che egli cercasse di difendere la posizione dell'Inghilterra, che aveva un deficit cronico della bilancia dei pagamenti, ma cercava il modo di non ridurre il proprio tenore di vita per rimettere a posto i conti. 

Non si può escludere che vi fosse anche questo motivo fra quelli che spingevano Keynes a ricercare un meccanismo che assegnasse anche ai paesi in surplus la responsabilità di correggere gli squilibri delle bilance dei pagamenti, ma in realtà egli vedeva lontano. Pensava che il buon funzionamento del sistema monetario internazionale richiedeva che l'aggiustamento non cadesse soltanto sulle spalle dei paesi in deficit, ma dovesse coinvolgere anche i paesi in surplus. 

E' un tema assolutamente attuale: basta pensare all'enorme accumulazione di saldi attivi da parte della Cina o, in seno all'Unione monetaria europea, al problema della Germania che ha un attivo della bilancia dei pagamenti gigantesco che crea enormi problemi agli altri paesi membri dell'Unione monetaria, ma cui essa non intende rinunciare espandendo la domanda interna. White era totalmente contrario a queste idee di Keynes. Non riteneva giusto smonetizzare l'oro solo perché l'Inghilterra non era in grado di collocare la sterlina al centro del sistema monetario, come era avvenuto nel secolo XIX. 

Per White, ma anche per Morgenthau, che pure non capiva quasi nulla degli aspetti tecnici di queste questioni, la novità era che il dollaro poteva e doveva prendere il posto della sterlina e diventare il perno del sistema monetario internazionale. Per questo motivo l'idea di White, che alla fine prevalse, era che tutti i paesi che aderivano al Fondo dovessero fissare una parità della loro moneta con il dollaro, mentre gli Stati Uniti avrebbero assicurato la stabilità complessiva del sistema, garantendo, grazie alle loro vaste riserve d'oro, la convertibilità dei dollari in oro alla parità che sarebbe stata stabilita successivamente. 

Nacque così il sistema di Bretton Woods in cui il dollaro era dichiarato convertibile in oro a 36 dollari l'oncia, mentre tutti i paesi membri del Fondo dovevano dichiarare la propria parità in termini di dollari e implicitamente di oro. In quel momento la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti era in forte attivo e quindi White rifiutò l'idea che vi dovesse essere un obbligo per un paese con una bilancia dei pagamenti attiva di correggere questa situazione. 

Naturalmente l'attivo della bilancia dei pagamenti americana sorreggeva il valore del dollaro rendendolo scarso e quindi consolidava quel tasso di cambio con l'oro, anche perché non vi era una particolare ragione per i paesi di convertire in oro le loro disponibilità in dollari che erano indispensabili per il commercio internazionale. Il libro di Steil documenta che lo scontro tra White e Keynes fu molto aspro, anche se Keynes, consapevole della debolezza della posizione dell'Inghilterra, non giunse mai alla rottura e cercò di nascondere lo scontro politico che si stava svolgendo. In realtà la vicenda di Bretton Woods mostra che in quella circostanza maturò il passaggio delle consegne del potere mondiale dall'Inghilterra (e più in generale dall'Europa) agli Stati Uniti. Questo fu certo uno degli effetti delle due guerre nelle quali i paesi europei, inconsapevoli di ciò che stava avvenendo fuori dall'Europa, si erano totalmente svenati. 

 

Il collasso dell'accordo 

Per circa venti anni, il sistema di Bretton Woods ha accompagnato il grande sviluppo economico del secondo Dopoguerra. Ma alla fine degli anni 60 sono emerse le contraddizioni che Keynes aveva previsto e intravisto. A un certo punto, la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, inizialmente in forte attivo, è divenuta passiva, anche per il costo della proiezione mondiale di quel paese. In particolare, gli oneri della guerra in Vietnam risultarono progressivamente insostenibili. I deficit della bilancia dei pagamenti americana resero disponibili grandi quantità di dollari. La conseguenza fu che i detentori di dollari cominciarono a domandarsi se la moneta americana fosse in grado di mantenere la parità aurea. 

Alcuni di questi paesi, fra cui la Francia del generale De Gaulle, decisero di esercitare il loro diritto a convertire i dollari in oro. La Francia mandò a un certo punto alcune navi militari a ritirare l'oro che avevano così acquisito. Fra il 1971 e il 1973, il sistema di Bretton Woods saltò. 

Prima l'America dovette dichiarare unilateralmente l'inconvertibilità del dollaro in oro per poi comunicare che il dollaro avrebbe fluttuato liberamente sui mercati dei cambi. Era la fine del sistema dei cambi fissi sul quale era stato costruito l'equilibrio del Dopoguerra. Si è passati così dai cambi fissi ai cambi flessibili e sono nati altri problemi, fra i quali la decisione europea di creare in Europa un'area di cambi fissi, la moneta unica, non sostenuta da una vera e propria Banca centrale europea dotata del potere di prestatore di ultima istanza e non governata da regole precise per quanto riguarda il modo di correggere gli squilibri delle bilance dei pagamenti dei paesi deficitari, come di quelli eccedentari. Oggi la situazione appare estremamente difficile, con un enorme potere della Cina nato dagli squilibri della bilancia dei pagamenti americana e dalla volontà degli Stati Uniti di non correggere questa loro condizione. Sembra per certi versi ripetersi la storia della caduta della sterlina dal suo piedistallo. Per ora il dollaro regge, ma per quanto? Steil racconta bene questa storia e Pierluigi Ciocca nell'introduzione la collega ai temi europei che ci sono più vicini. 

C'è poi tutta una parte che riguarda la strana vicenda personale di Harry Dexter White. A suo carico emersero a un certo punto, quando stava per divenire il primo direttore del Fondo monetario internazionale (il posto oggi occupato da Christine Lagarde), dei rapporti piuttosto stretti con alcune spie sovietiche. Venne fuori che in effetti White aveva tenuto costantemente informati i russi su molte questioni, anche se non è stato mai provato che egli avesse "venduto" i suoi servizi all'Unione Sovietica. Truman dovette costringerlo in tutta fretta a ritirarsi e poco tempo dopo anche White, come Keynes che era morto nel 1946 all'indomani delle vicende che abbiamo raccontato, ebbe un attacco di cuore e morì. Probabilmente vi furono comportamenti impropri di White a favore dell'Unione sovietica, ma è possibile che essi gli fossero dettati dalla convinzione che per gli Stati Uniti fosse meglio consolidare un'alleanza con l'Urss piuttosto che appoggiarsi su paesi ormai deboli come l'Inghilterra e la Francia o peggio ancora rimettere in circolazione la Germania. 

White non era il solo a pensarlo. Lo stesso Morgenthau era di questo avviso e fu autore di un piano che prevedeva lo smantellamento totale dell'industria tedesca dopo la fine della guerra e la riduzione di quel paese a uno stadio silvopastorale. Prevalse invece, a partire dal 1946 con il lungo telegramma dell'ambasciatore Kennan da Mosca, l'idea che l'Unione sovietica costituisse un pericolo e che dovesse essere contenuta a tutti i costi. Da lì nacque il piano Marshall rivolto a sostenere la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra, indipendentemente dal fatto che fossero fra i vincitori o fra i vinti e poi la Nato. Questa è stata la storia del Dopoguerra. 

Del resto quello che poi è emerso sulla realtà sovietica dopo la caduta del Muro di Berlino fa pensare che avesse ragione Kennan, non Morgenthau e White. Comunque Bretton Woods rimane come la testimonianza della lungimiranza delle forze alleate decise a organizzare il Dopoguerra in maniera più saggia di come era stato fatto a Parigi nel 1919. E questo rimane vero anche a distanza di settant'anni. Mentre l'euro, nato dall'idea che fosse possibile forzare e obbligare i paesi europei a unirsi politicamente, continua la sua vita stentata. 

 

 

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