Giorgio La Malfa su Il Foglio del 14 marzo 2015: “L'euro, un colpo di teatro”

di Giorgio La Malfa - 14/03/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Foglio del 14 marzo 2015: “L'euro, un colpo di teatro”

Elite determinate, banchieri sbadati e coincidenze della storia. Come s’arrivò alla moneta travagliata.

La vicenda della creazione dell‘euro è veramente straordinaria. Più la si studia, più appare sorprendente.

È la storia di una moneta che non doveva nascere, perchè quasi nessuno era favorevole a un progetto di questa portata e che invece, attraverso il concatenarsi di una serie di circostanze, divenne un’idea inarrestabile.

E forse perchè in fondo nessuno aveva creduto che davvero si sarebbe giunti a una moneta unica per l’Europa, quando essa è venuta alla luce, ci si è resi conto che c’erano molti aspetti del problema sui quali non si era riflettuto abbastanza.

Nella seconda meta degli anni Ottanta del Novecento, quando questa storia comincia, lo schieramento dei contrari era vasto e potente. Ne facevano parte le Banche centrali dei 12 paesi che allora costituivano la Comunità europea, con eccezione, forse, della Banca d'Italia di Carlo Azeglio Ciampi e della Banca di Spagna.

Ferocemente contrarie erano, in particolare, le due banche più importanti, la Bundesbank guidata dal sanguigno Karl Otto Pöhl e la Banca d’Inghilterra guidata da Robin Leigh-Pembemn, un loose cannon — un peso leggero piuttosto incontrollabile — nel giudizio impietoso di Nigel Lawson, allora cancelliere dello Scacchiere, ma che aveva comunque alle spalle la volontà ferrea della signora Thatcher.

Erano contrari nella sostanza i governi europei, pur se tutti, tranne l’Inghilterra, a parole si dichiaravano a favore dell’idea di una Unione economica e monetaria. E in ogni caso le loro idee sull'organizzazioni e gli scopi dell’Unione erano così variegate e contrastanti da assicurare che ben difficilmente essi avrebbero potuto mettersi d’accordo fra di loro su un progetto concreto.


Anche le opinioni degli economisti e degli esperti, nella loro grande maggioranza, erano largamente negative. Gli economisti americani esprimevano apertamente i loro dubbi, mentre gli europei, pur non ignorando i problemi e le difficoltà di introdurre una moneta unica in paesi così diversi fra loro, preferivano non approfondire troppo il discorso per non essere accusati di scarso europeismo.

A queste difficoltà si aggiungeva, in fine, il fatto che l’introduzione di una moneta europea non era prevista dai trattati europei allora vigenti e dunque richiedeva l'adozione di un nuovo trattato, con tutte le difficoltà che questo avrebbe comportato.

Invece, nonostante questo insieme di circostanze negative, a un certo punto, fra il 1988 e il 1989, venne messo a punto il progetto di una Unione monetaria europea e quando, subito dopo, l’idea si mise in cammino, la sua marcia divenne inarrestabile. Venne negoziato in fretta un nuovo trattato, sottoscritto a Maastricht nel febbraio del 1992, in cui il capitolo principale riguardava l’Unione monetaria europea.

Tranne in Francia, dove un referendum incautamente promesso da Mitterrand rischiò di far saltare tutto, le ratifiche del trattato furono velocissime (il Parlamento italiano fu, come sempre, fra i primi solerti e i meno riflessivi). Alla fine del 1993 il trattato entrò in vigore.

Meno di 5 anni dopo nasceva la Banca centrale europea. Contemporaneamente alla creazione della Banca, vennero individuati i primi undici paesi membri dell’Eurozona. Dal primo gennaio del 1999 la politica monetaria passò nelle mani della Banca centrale europea.

Tre anni dopo entrava in circolazione l’euro.

Come avvenne questa specie di obnubilazione  collettiva che permise di realizzare in tutta fretta un progetto di cui oggi, a distanza di pochi anni,  anche molti fra quelli che allora furono favorevoli hanno finito per prendere le distanze? È una vicenda che merita di essere ricostruita, anche alla luce di un libro prezioso, uscito di recente, che ha potuto utilizzare, accanto ai documenti ufficiali, le carte di quegli anni conservate negli archivi delle banche centrali europee e della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (Harold James, Making the European Monetary Union, Harvard University Press, Cambridge 2012).

La  storia può essere raccontata  come una specie di   piece teatrale in due atti e molte scene. Il primo atto si svolse in seno a un Comitato per lo studio dell’Unione Economica e Monetaria Europea, istituito dal Consiglio Europeo di Hannover nel giugno 1988. Il Comitato presieduto da Jacques Delors, allora Presidente della Commissione Europea, svolse molto rapidamente i suoi lavori e consegnò il rapporto conclusivo, adottato all’unanimità dai suoi componenti, nell’aprile del 1989.

Il secondo atto ebbe inizio pochi mesi dopo, il 9 novembre del 1989, con la caduta del Muro di Berlino e si concluse a Maastricht, in Olanda, con la firma dell’omonimo Trattato, il 7 febbraio del 1992. In mezzo vi fu l’unificazione della Germania che pesò in maniera determinante sul corso degli avvenimenti.

Il personaggio principale di tutta  questa vicenda, nel primo come nel secondo atto, fu Jacques Delors, che allora presiedeva la Commissione Europea  con un’energia e un prestigio che nessuno dei suoi successori ha più avuto. Al suo fianco ebbero un ruolo importante alcuni  alti funzionari  europei, fra i quali forse il più incisivo fu il nostro Tommaso Padoa Schioppa, in quegli anni direttore degli affari monetari della Commissione. Delors era  mosso dalla persuasione   che non fossero piu’ sufficienti i passi parziali con cui si sviluppava il  processo di integrazione europea e fosse necessario un salto di qualità’ nel senso della unificazione politica del continente.

Per farlo  bisognava forzare la mano ai Governi ed alle banche centrali, arroccati come essi erano nella difesa delle sovranità nazionali dalle quali sembrava dipendere il loro potere. Con lui interagirono, nel primo atto, i Governatori delle Banche Centrali; mentre, nel secondo, entrarono in scena i Governi europei dell’epoca.

Atto primo. Scena prima. Nasce il Comitato Delors.

Giugno 88. Delors convince i capi di Stato e di Governo europei a costituire un Comitato di saggi per lo studio dell’Unione Economica e Monetaria Europea e a nominarlo Presidente. L’idea non piace quasi a nessuno, tranne a Kohl e a Mitterand. D’accordo con il Cancelliere Tedesco, Delors decide di chiamare a far parte del Comitato ‘a titolo personale’ i Governatori delle banche centrali dei 12 paesi membri (più tre economisti e un vicepresidente della Commissione). E’ la prima trovata.

I governatori, risolutamente  contrari all’idea di  studiare la creazione di un’altra diavoleria europea destinata – sospetta Pohl il presidente della Buba (come si chiama affettuosamente la Bundesbank) – a mettere il naso nelle loro competenze di severi tutori della stabilità, non possono però non calmarsi un po' essendo chiamati a far parte del Comitato. Anche la signora Thatcher, ostile a qualunque proposta venga da Bruxelles (e da Delors in particolare),  si tranquillizza alquanto perchè con  due cani da guardia come Karl Otto Pohl e Robin  Leigh-Pemberton,  il capo della vecchia signora di Threadneedle Street (come è familiarmente chiamata  a Londra la Bank of England),  il Comitato non riuscirà a combinare  nulla.

Atto primo. Scena (e trovata) seconda. Si avvia il Comitato.

Nella prima riunione  Delors spiega che il compito del Comitato  non è quello di discutere se fare l’Unione Economica e Monetaria.  Il loro compito – dice –  non è quello di scrivere  un manifesto politico sull’integrazione europea, è (solo) quello di condurre  un’esplorazione tecnica di come organizzare un’Unione Monetaria Europea, nel caso in cui   la politica decida di procedere in tal senso.  Messa così,  anche i più scettici fra i governatori si mettono  al lavoro pensando, come disse uno di loro, che il compito fosse di spiegare esattamente “che cosa significasse l’Unione e soprattutto quanto essa fosse difficile” (p. 237). Delors aggiunse che le riunioni dovevano essere riservatissime per ridurre al massimo le interferenze esterne (cioè i tentativi dei Governi di immischiarsi nelle decisioni dei Governatori). Si crea così uno spirito di corpo e si lasciano praticamente al buio i Governi su ciò che il Comitato sta discutendo e in che direzione sta andando.

Atto primo. Scena terza. Le riunioni del Comitato.
 

Gestire una serie di prime  donne vanitosissime come sono di fatto i  Governatori (oltre a Pohl e Leigh-Pemberton, bisogna aggiungere fra i protagonisti anche il francese de Larosiere) deve essere stato molto complicato. Ma Delors è abilissimo. Indirizza i Governatori verso la descrizione dell’architettura del nuovo sistema che più si avvicini ai loro ideali ed ai loro sogni di indipendenza dal potere politico. Delors, in particolare, da’ largo spazio  a Pohl  nella delineazione delle caratteristiche di una futura (ed eventuale) banca centrale europea. E Pohl  - “a broken reed”, una persona debole e inaffidabile,  lamenterà in seguito, il Cancelliere dello Scacchiere inglese - dopo aver brutalmente dichiarato nella prima riunione che il Comitato doveva togliere di mezzo l’idea dell’unione monetaria e spiegare ai ‘politici’ “che in questo momento non vi e’ una chance realistica di costruire un’unione monetaria”,  finisce prigioniero delle sue stesse proposte descrivendo una banca che assomiglia in tutto e per tutto alla Buba.

La conversione di Pohl porta con se quella di Robin Leigh-Pemberton, l’altro cane da guardia, che  aveva avuto  dal suo Governo il compito di vigilare a che il Comitato non combinasse nulla. La Thatcher, che non doveva averne un’alta opinione, gli aveva detto: “Io ho fiducia in Pohl. Se lui propone qualcosa, seguilo.” (p.238 ) e quindi, imbarcato Pohl, era a bordo anche Leigh-Pemberton. A dimostrazione del suo acume, c’è una sua  lettera al Cancelliere dello Scacchiere dopo la prima riunione in cui si legge che [in seno al Comitato]  “I pragmatici hanno in mano la faccenda; a quanto pare sono la maggioranza; gli idealisti sono  silenziosi e Delors neutrale” (p.238)!

Atto primo. Ultima scena. Le conclusion del  Comitato.

All’inizio dell’aprile ’89, Delors porta un testo finale che in sostanza delinea il cammino in tre fasi verso l’unione monetaria poi adottato a Maastricht. Il modello della banca centrale è quello dellla Bundesbank. L’obiettivo della politica monetaria la stabilita’ dei prezzi. Le finanze pubbliche dei paesi membri debbono essere tenute sotto controllo. I governatori non possono chiedere di meglio e di più. Hanno anche fretta di concludere, convinti, tra l’altro, che i governi comunque non ne faranno nulla. L’argomento per così dire definitivo è di Leigh-Pemberton, il loose cannon: “Se mostro queste maledette carte  al Tesoro, a quelli saltano i nervi….Se chiudiamo fra una settimana, mi chiederanno di fare altri emendamenti…Io cerco di salvarmi da questo guaio.” (pp. 258-259). E’ dunque il governatore del paese più contrario, quello che spinge in porto la nave di Delors.

Così si conclude il primo atto. E tuttavia, probabilmente il capolavoro tattico di Delors non avrebbe portato alla moneta unica se la storia non avesse fatto il resto. I governi non avevano alcuna voglia di procedere con l’Unione Economica e Monetaria, neppure dopo la presentazione del Rapporto Delors nell’aprile del 1989. I problemi erano troppo complicati. Per fare un nuovo trattato serviva l’accordo unanime dei paesi membri. La signora Thatcher non ci pensava proprio. Cadde invece il Muro di Berlino e la prospettiva della riunificazione della Germania cambio’ di colpo tutto.

Atto secondo. Scena prima. Cade il Muro.

La caduta del Muro  non generò alcuna ondata di gioia nelle cancellerie europee. Nelle sue Memorie la signora  Thatcher racconta perfidamente che Mitterand la chiama all’indomani della Caduta del Muro e le dice che nei momenti di pericolo la Francia e l’Inghilterra devono fare fronte comune. Pericolo? La riunificazione tedesca, ovviamente. Andreotti, che pensava di essere spiritoso, disse in quei giorni che egli amava così tanto la Germania che gli faceva piacere ce ne fosssero due. E così via.  L’Europa si chiedeva come si sarebbe potuto evitare che la Germania corresse da sola nelle praterie dell’Europa orientale. E così a Mitterand venne in mente – e forse fu Delors a suggerirglielo – che, se non si poteva evitare l’unificazione tedesca, cui gli americani erano favorevoli,  si poteva offrire l’accordo  europeo all’unificazione in cambio della rinuncia della Germania al marco. E così in poche settimane si partì in direzione di Maastricht.

Atto secondo. Scena seconda.

4 gennaio del 1990. Meno di 2 mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, Kohl e Mitterand si incontrano e nel comunicato finale citano insieme  l’avvio dei negoziati per la riunificazione tedesca e quelli per la creazione dell’Unione Monetaria. Il treno  parte. E tutti i dubbi e le incertezze sulla presenza delle condizioni necessarie per il successo della moneta unica? Spazzati via dalla urgenza delle scelte politiche. La Bundesbank era e rimaneva contraria, ma da un lato Pohl non poteva più  prendere le distanze da un progetto di Banca Centrale Europea ricalcato  sul modello della Bundesbank e dall’altro Kohl non voleva ostacoli all’unificazione tedesca. E cosi’ si è andati verso la moneta unica senza tener conto delle condizioni economiche e politiche che avrebbero potuto assicurarne il successo  e senza davvero mettersi d’accordo su come farla funzionare.

Il resto è storia recente (ivi comprese gli esiti delle  elezioni in Grecia e  il crescente euroscetticismo in tutta l’Europa, a sud come a nord). L’intendance suivra – diceva De Gaulle parlando del primato della politica sull’economia. Ma l’intendance, in questo caso, non ha seguito e non segue. Ecco perchè siamo in un mare di guai.

 

Giorgio La Malfa

 

 

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