Giorgio La Malfa su Il Foglio del 19 febbraio: “Il falco compassionevole”

di Giorgio La Malfa - 19/02/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Foglio del 19 febbraio: “Il falco compassionevole”

Opere e pensiero di Hans-Werner Sinn, lo studioso tedesco che vuole buttare fuori dall'euro la Grecia (ma per il suo bene) e che dà quasi tutte le colpe a Draghi.

“Venti anni fa l’Europa era piena di euroentusiasti ed io ero uno di loro, incapace di comprendere, o indisponibile ad ascoltare, i richiami e gli avvisi di pericolo di economisti più anziani e di maggiore esperienza. L’Europa sembrava giunta a uno stadio della sua storia in cui una moneta comune era un passo logico  per la conservazione della pace e per la crescita della prosperità nel Vecchio Continente. E’ triste constatare che queste grandi  speranze sono  brutalmente svanite. Oggi l’eurozona è a pezzi e si trascina da una crisi all’altra.  Il Sud dell’Europa è in una trappola che gli fa perdere di competitività, mentre i paesi nordici sono avvolti in una spirale fatta di debiti pubblici altrui che crescono e di cui  essi si debbono fare carico.”

Con questa ammissione  autocritica si apre un libro di Hans-Werner Sinn, uno dei maggiori economisti tedeschi  contemporanei. Il libro, uscito in Germania nel 1912 e da poco pubblicato in inglese (H.W. Sinn, The Euro Trap, Oxford University Press, Oxford, 2014),  merita di essere letto e meditato in tutti i paesi dell’area dell’euro, oltre che, ovviamente, a Bruxelles e a Francoforte, dove hanno sede le istituzioni europee e la BCE.

Sinn è un economista molto autorevole: professore a Monaco di Baviera, ha insegnato ed è in contatto con  molte università  nel mondo; presiede il Leibniz Institute for Economic Research, IFO, che è il principale think-thank economico tedesco ed è un esponente della scuola tedesca dell’ordoliberalismo. Sinn è diventato, in questi ultimi anni, un critico duro  ed esplicito  dell’Unione Monetaria Europea e dell’euro. Nel 2012 è stato uno dei firmatari di una lettera aperta  alla Cancelliera Merkel nella quale le si chiedeva di opporsi alla ricapitalizzazione delle banche europee. La sua firma è fra quelle degli economisti che hanno sollecitato un giudizio della Corte Costituzionale sulla compatibilità fra la Costituzione tedesca e le politiche della Banca Centrale Europea. Sulla questione greca che agita in questi giorni l’Europa,  Sinn  ha scritto un durissimo  articolo sul Financial Times del 17 febbraio per spiegare perché non sia accettabile nessuna  attenuazione del rigore imposto dalla troika alla Grecia nel corso di questi anni. Insomma Sinn è una voce di cui non si può non tenere conto per comprendere le posizioni attuali della Germania sull’euro e soprattutto in quale direzione esse potranno evolvere.

 

L’insostenibilità dell’euro

“Questo  libro – scrive Sinn nell’Introduzione - cerca di mettere in chiaro il pasticcio che l’euro ha creato in Europa. Analizza i fattori che hanno portato alla crisi…e discute le poche opzioni che sono ancora possibili.”  Sinn ha pochi dubbi sul fatto che ben difficilmente l’euro possa sopravvivere così come esso è oggi: “Nel libro spiego – scrive - perché penso che l’eurozona non possa sopravvivere nella sua forma attuale. Sosterrò che sarebbe nell’interesse di alcuni dei paesi membri uscire temporaneamente dall’euro, svalutare le loro nuove monete e riguadagnare competitività….E’ la sola possibilita di stabilizzare l’euro”(pag.7). Nello stesso tempo “nonostante il mio scetticismo sul funzionamento attuale dell’euro, mi rifiuto di rinunciare alla speranza che l’euro possa sopravvivere e che l’Europa possa unirsi. Non ci sono alternative all’integrazione europea..e quindi descriverò che cosa implica uno stato europeo e che cosa invece non implica”(pag.8).

Vale anche la pena di  leggere quello che scrive Sinn, a conclusione dell’Introduzione,  a proposito dell’atteggiamento delle élites europee davanti a qualunque posizione critica sulla moneta unica. Quanti, in Italia, hanno espresso delle riserve in questi anni sul modo nel quale è stata costruita  la moneta unica e sulle sue regole di funzionamento si riconosceranno nelle parole di Sinn: “E’ assolutamente necessario riesaminare criticamente gli sviluppi che vi sono stati nell’UE negli ultimi venti anni. Mentre gli obiettivi originari scivolano sempre piu lontani da noi, i leaders europei continuano a sostenere che la strada che essi hanno disegnata e’ la sola corretta e che si tratta soltanto di accelerare il passo lungo quella strada. E invece il caos attuale e l’enorme disoccupazione  che si registra in molti paesi europei  fanno dubitare che questo sia il modo giusto di procedere. Può essere meglio tornare all’ultimo bivio della strada e prendere un’altra direzione. Deploro quei politici e quegli studiosi che si rifiutano di discutere di queste proposte  e si limitano a definire antieuropei quelli che dicono queste cose.  Restare attaccati allo statu quo non è piu’ possibile. Bisogna trovare strade nuove  se l’Europa deve prosperare in futuro. C’e necessità  di coraggio e di visione, non certo di continuare come se nulla fosse” (pag.8).

 

L’euro: desideri e realtà

Se l’Europa fosse diventata o se potesse diventare una nazione, allora essa potrebbe  e dovrebbe darsi una moneta unica. Ma questo - scrive Sinn -  è un obiettivo lontano che, tra l’altro, l’esistenza dell’euro tende a rendere piu’ difficile e ad allontanare nel tempo.  Nella Strategia di Lisbona del marzo 2000, l’Europa dichiarava “di voler diventare nel corso del successivo decennio una economia competitiva capace di realizzare una crescita sostenibile, un aumento e un miglioramento dei posti di lavoro, una maggiore coesione sociale (pag.9). L’euro doveva essere il veicolo di questa straordinaria fase di crescita. Le cifre della disoccupazione e della crisi indicano una realtà completamente diversa. L’euro sembra avere condannato l’Europa alla stagnazione.

A sua volta la disoccupazione crea tensioni politiche e sociali e soprattutto determina uno stato crescente di animosità all’interno dell’Unione Europea. Il processo di integrazione europea aveva avvicinato fra loro popoli che storicamente si erano aspramente contrapposti fra loro. Ora la situazione e’ tornata indietro: “Dal 1945 in avanti – scrive Sinn – l’animosità contro la Germania non è mai stata così alta come è oggi.” Sinn  cita molti di questi segnali fra cui un articolo del New Statesman,  il settimanale della sinistra  inglese, che definisce Angela Merkel come  “il leader tedesco più pericoloso, dopo Hitler” (pag. 18).   Sinn ha certamente  ragione nel rilevare con allarme la crescita di sentimenti antitedeschi in molti paesi europei, a cominciare dall’Italia, anche se per completezza egli dovrebbe citare i giudizi sprezzanti dei tedeschi sui paesi del Sud Europa, che fanno da pendant a queste affermazioni.

E’ chiaro che in queste condizioni il progetto dell’unità politica dell’Europa non ha più fondamento. La moneta unica non può essere la moneta di un nuovo stato. Con freddezza logica, Sinn conclude che la moneta unica non puo’ essere niente altro, ne’ niente di piu’, di un accordo fra  i paesi che fanno parte dell’Unione Monetaria Europea,  gestito in modo da evitare che i paesi che non sanno amministrarsi contagion con I loro problemi i paesi piu’ virtuosi del nord Europa.  Naturalmente, anche in questo caso egli dovrebbe riconoscere che e’ altrettanto legittimo per i Paesi che non si riconoscono nella filosofia economica tedesca desiderare un’unione monetaria basata su regole diverse da quelle scritte nel Trattato di Maastricht.

In realta’, pur non scrivendolo esplicitamente, Sinn e’ pienamente consapevole di questa realta’ ed e’ convinto, proprio per questo, che l’euro non possa sopravvivere. Due filosofie opposte non possono convivere nella stessa casa europea. Una delle due dovra’ cedere il passo all’altra. Cosi’ come noi temiano che alla lunga la visione tedesca possa prevalere e schiacciarci, Sinn pensa che, un passo dopo l’altro, si arrivera’ al punto in cui la Germania dovra’ farsi carico dei debiti altrui. Non ne vede la ragione e si oppone con tutte le sue forze a che questo avvenga.  Non ha torto, a condizione che sia possibile sciogliere di commune accordo un patto che porta conseguenze negative per tutti i suoi contraenti.

 

Il gold standard

La critica piu’ aspra di Sinn al funzionamento attuale dell’Unione Monetaria è riservata alla Banca Centrale Europea. Essa – scrive reiteratamente Sinn -  a partire dal 2008 quando la crisi americana si e' trasferita all'Europa, ha scelto di aiutare in tutti i modi  i paesi della periferia meridionale dell’euro, cercando di evitare che essi fossero costretti a mettere ordine nelle loro economie. La situazione  avrebbe richiesto che essi facessero con coraggio dei tagli ai costi del lavoro ed alle spese per la sicurezza sociale indispensabili per recuperare competitivita’. La BCE, invece, con la sua politica monetaria – sostiene Sinn – ha ridotto di molto la pressione esercitata dalla situazione economica generale  su questi paesi per spingerli a questi interventi indispensabili per recuperare competitivita’. Essa lo ha fatto, oltretutto, nascondendo artificialmente la natura dei suoi interventi, presentandoli non come operazioni di salvataggio dei paesi debitori – l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo, Cipro e la Grecia –  ma come operazioni  di politica monetaria necessarie  per evitare la deflazione e per rendere piu’ fluido il funzionamento dei canali di trasmissione della moneta. In realta’, agendo in tal modo, la BCE  incoraggia questi paesi a ritardare la correzione dei loro squilibri.

Come è noto, nel corso di questi anni si è determinata una situazione fortemente anomala: la Germania ha sviluppato un enorme attivo della bilancia dei pagamenti nei confronti della maggior parte dei paesi dell’eurozona, i quali, a loro volta, sono in passivo nei confronti della Germania. Sinn sostiene che questa situazione anomala non deriva dal fatto che la Germania tiene artificialmente bassa la domanda interna. Essa, a suo avviso, deriva dale scelte della BCE:  se la BCE non consentisse alle Banche Centrali dei paesi del Sud di creare moneta per compensare i flussi monetari che si  determinano a fronte del passivo delle loro bilance dei pagamenti, la situazione tenderebbe a correggersi rapidamente. I paesi in deficit sarebbero costretti a stringere la cinghia, fino al punto da rimettere i conti in ordine.

Uno potrebbe obiettare che in questi anni l’Europa ha imposto ai paesi del Sud delle politiche di austerita’ che hanno provocato forti cadute del reddito e aumenti imprssionanti della disoccupazione. Non si puo’ certo dire, ad esempio, che la troika abbia concesso molto alla Grecia. Il reddito nazionale  e’ sceso di oltre un quarto, la disoccupazione e’ salita dall’8% all 27%, la poverta’ e’ esplosa. E tuttavia  - sembra dire Sinn – questi interventi, pur necessary, non sono andati abbastanza a fondo. Se fossero stati adeguati, oggi i conti della Grecia sarebbero a posto e non saremmo, invece, di fronte alla necessita’ di un ulteriore intervento di salvataggio. E lo stesso si può dire per l’Italia e per  gli altri paesi del Sud i quali continuano ad avere un  passivo di bilancia dei pagamenti e dunque – dice Sinn – evidentemente  vivono e contuinuano a vivere  al di sopra dei loro mezzi. E possono farlo perche’ la BCE crea abbastanza moneta per consentire loro questo eccesso di potere d’acquisto.

Cosi’ –dice Sinn – non si puo’ andare avanti. Se l’Unione Monetaria deve continuare, e’ necessario fare si’ che  i meccanismi di aggiustamento dei paesi che spendono e consumano troppo funzionino meglio. Visto che le regole del Fiscal Compact e degli altri accordi europei non sono efficaci, bisogna trovare altri meccanismi’ possibile piu’ incisivi. Bisogna, in sostanza, rendere più severo il controllo sulle politiche economiche ed immaginare meccanismi che impongano realmente ai paesi in deficit di correggere la loro situazione. Una strada possibile – dice Sinn – potrebbe essere questa: si potrebbe stabilire che quando un paese ha un deficit di bilancia dei pagamenti verso un altro paese dell’eurozona, alla fine dell’anno esso lo debba regolare come avveniva al tempo del Gold Standard. Si potrebbe cioe’ prevedere che i deficit di bilancia dei pagamenti debbano essere periodicamente regolati in oro. In questo senso si potrebbe stabilire che i paesi in deficit trasferiscano ai paesi in attivo oro o alter attivita’ in misura tale da pareggiare I conti.

Uno potrebbe obiettare che in questo modo alcuni paesi europei perderebbero tutte le loro reserve ed altri le accumulerebbero in misura corrispondente e potrebbe aggiungere che, comunque, dopo un certo tempo, le reserve si esaurirebbero. Sinn risponderebbe che e’ esattamente questo il meccanismo che bisognerebbe attivare. La perdita di reserve valutarie indicherebbe a un paese che esso sta vivendo aldila’ dei suoi mezzi, che ha un tenore di vita troppo elevato per le proprie possibilita’. Esso sarebbe costretto a fare le correzioni necessarie a riportare i propri conti in pareggio, a essere piu’ competitivo, a esportare di piu’. In questo modo il paese in questione ritroverebbe l’equilibrio e sarebbe indotto a percorrere la strada della virtu’.

Tutto questo non viene scritto in termini paradossali. E’ espresso con serietà (si potrebbe dire, con serietà teutonica) e viene accompagnato dalla osservazione che se questa soluzione non dovesse essere accolta, allora bisognerebbe immaginare un’altra possibilita’: una fuoriuscita dall’euro, il ritorno a una propria valuta, la sua svalutazione e il recupero di competitivita’ per questa via. Dovrebbe trattarsi – dice Sinn – di una uscita temporanea, alla quale potrebbe fare seguito il ritorno in seno all’Unione Monetaria, una volt ache il paese avesse ritrovato il suo equilibrio. Naturalemte, uno si domanda se su questo punto Sinn non sia un po’ ambiguo, cioe’ non prospetti un future ritono nell’euro sapendo che probabilmente, una volta uscito dalla moneta unica,  un paese avrebbe molte difficolta’ a ritornarvi.

 

Prima che sia troppo tardi

In realta’, aldila’ della durezza dell’esposizione e di qualche eccesso polemico nell’interpetazione delle politiche condotte in questi anni dalla BCE, Sinn non ha torto nella sua analisi. I termini del problema dell’euro sono esattamente quelli da lui individuati. Vi sono solo tre possibilita’: o si crea una unione politica europea nella quale si mette in comune il destino dell’Europa, ivi compresi i debiti preesistenti (lo fece l’America dopo la guerra di Indipendenza decidendo di porre a carico del bilancio federale i debiti degli stati fatti durante la guerra contro Re Giorgio); in alternativa, si possono e si debbono mettere a punto dei meccanismi che separino in modo assoluto i paesi fra loro e impediscano  ciò che piu’ temoni i tedeschi, e cioe’ il contagio delle cattive abitudini dei paesi del Sud; oppure, infine,  si restituisce a tutti la libertà di condurre la politica economica come ciascuno preferisce e quindi si libera il tasso di cambio della valuta di ciascun paese dal vincolo della sua immutabilita’ rispetto alle valute degli altri paesi dell’Unione Europea.

Questo è in estrema sintesi  il libro di Sinn. E’ un libro serio che sarebbe sbagliato sottovalutare. La Germania ha una sua filosofia economica che nasce dalle esperienze del secolo scorso: l’inflazione degli anni venti, la disoccupazione degli anni trenta, la dittatura e la guerra. Nessuno in Europa ha diritto di imporre alla Germania di ragionare in modo diverso, anche perche’, nella conduzione dei suoi affair economici, la Germania si e’ dimostrata assai piu’ saggia e piu’ previdente di noi. Ma la Germania, a sua volta, non può pensare che l’Europa  debba sacrificare sull’altare della moneta unica tutto il proprio patrimonio industriale e aggiungervi anche la perdita delle proprie reserve valutarie.

E’ gravissimo non avere riflettuto seriamente su questi problemi prima di imbarcarsi nella avventura della moneta unica e di essere partiti verso una destinazione ignota, armati  soltanto della retorica dell’europeismo e del superamento degli stati nazionali. Sarebbe ancora piu’ grave non riflettere adesso sui problemi, le implicazioni, le conseguenze della moneta unica, alla luce dell’esperienza di questi anni. Se, dopo avere cominciato a constatare le conseguenze economiche, sociali e politiche del trattato di Maastricht, persistessimo nel tacitare le voci critiche e continuassimo ad andare avanti alla cieca, rischieremmo non la crisi passeggera dell’euro, ma la disintegrazione dell’Europa. Per quanto dissonante dalla nostra, la voce di Hans Werner Sinn merita di essere ascoltata con attenzione.

Giorgio La Malfa

Nuffield College - Oxford

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