Giorgio La Malfa su Il Mattino del 10 marzo: “Perde la Grecia, perdiamo tutti”

di Giorgio La Malfa - 10/03/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 10 marzo: “Perde la Grecia, perdiamo tutti”

Oggi si riunisce a Bruxelles l’eurogruppo per cominciare l’esame del  piano in 7 punti che il ministro greco delle finanze, Varoufakis, ha presentato nei giorni scorsi  a nome del suo governo,  in vista dell’ottenimento di un’ulteriore tranche degli aiuti di cui la Grecia ha bisogno per far fronte ai suoi impegni internazionali. Da tutti gli osservatori viene dato per scontato che  lo scontro, già determinatosi nelle scorse settimane, quando si è cominciato ad affrontare questo problema, è destinato a riaprirsi e, forse, ad inasprirsi ulteriormente. Lo ha fatto capire, del  resto, il  Presidente dell’eurogruppo, Dijssenbloem, che   ha già ieri  anticipato,  con una buona dose di scorrettezza, il giudizio negativo  sul programma greco, dichiarando che si tratterebbe di una impostazione del tutto inadeguata.

Di fronte a queste prese di posizione,  che puntano a condizionare preventivamente il giudizio delle opinioni pubbliche mettendo in cattiva luce tutto quello che  le autorità europee giudicano estraneo o contrario all’ortodossia dominante, bisogna fare uno sforzo per spiegare bene di che cosa si tratta  in maniera da  consentire una valutazione equilibrata  delle ragioni delle diverse parti in causa.

Nel caso in questione,  verrà detto che lo scontro concerne i contenuti economici del programma del Governo Tsipras ed in particolare  se essi siano adeguati a rimettere ordine nelle finanze pubbliche della Grecia,  il solo obiettivo  -  si dirà -  che giustifica “i sacrifici”  che stanno affrontando i paesi creditori,  o se siano invece da giudicarsi insufficienti rispetto a questo obiettivo,  nel qual caso non si vedrebbe  perché  i paesi europei e le istituzioni internazionali  dovrebbero continuare a   “svenarsi” per aiutare la Grecia.

Questa descrizione dei termini della questione posta dal programma del nuovo governo greco   è totalmente falsa. Il governo Tsipras  non ha mai  dichiarato di volersi discostare dall’obiettivo di rimettere a posto  i conti della Grecia. Ha fatto osservare,  invece,  che l’insieme delle misure che i precedenti  governi greci hanno adottato a seguito degli  accordi stipulati  con le istituzioni europee e  internazionali si è rivelato sbagliato, nel senso che queste misure  hanno provocato enormi costi sociali alla Grecia, senza peraltro riuscire a realizzare l’obiettivo principale che le aveva ispirate, cioè il risanamento delle finanze pubbliche del paese.

La verità di questa asserzione è confermata  dalla crescita esplosiva del rapporto fra il debito pubblico e il reddito nazionale aumentato, in cinque anni, a seguito del crollo del reddito nazionale conseguente alle politiche di austerità,   dal 130% al 170%. Dunque – dicono Tsipras e Varoufakis – l’austerità non solo ha drammaticamente peggiorato le condizioni economiche del paese, ma ha aggravato   i problemi di sostenibilità del debito pubblico che invece voleva alleviare. Non è sbagliato l’obiettivo di rimettere a posto i conti. È sbagliata la politica con la quale si è pensato di poter realizzare questo obiettivo.  Essa va sostituita da un’altra politica che, facendo riprendere la crescita del reddito nazionale, consenta di realizzare, per questa via,  l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

La forza di queste considerazioni viene dall’esperienza di questi anni. Mentre quando, circa sei anni fa, è cominciata in Europa la politica dell’austerità si poteva  pensare che essa funzionasse, oggi sono i dati a consuntivo a parlare e sono anche organismi come il Fondo Monetario Internazionale che, guardando retrospettivamente all’esperienza di questi anni, riconoscono che la pressione restrittiva è stata eccessiva e controproducente. Quando il governo greco annuncia di voler cambiare politica e di voler dare priorità alla ripresa del reddito nazionale,  in realtà annuncia una politica che va nell’interesse dei creditori della Grecia che altrimenti non saranno mai ripagati dei loro crediti. Questa politica dovrebbe essere sostenuta ed incoraggiata dalle autorità europee, non contrastata, boicottata, screditata  e, se possibile, impedita, come invece esse stanno cercando di fare.

In realtà lo scontro non è di natura economica. È uno scontro politico vero e proprio, nel quale la posta in gioco  è sostanzialmente il trasferimento dai governi nazionali alle istituzioni europee dei poteri decisionali in materia di politica economica.  Al di là degli aspetti specifici della discussione, la questione è se debba sempre prevalere la disciplina europea o se esista  ancora un margine per il quale l’elettorato nazionale può scegliere la propria strada. Questo è il nodo della questione generale che si pone in Europa  e bisogna essere grati al nuovo governo greco per avere posto un problema che non riguarda solo quel paese e non ha natura esclusivamente economica, ma tocca la sostanza delle questioni della democrazia. Vale la pena di aggiungere che,  se le istituzioni europee avessero dimostrato in questi anni una superiore saggezza economica, forse sarebbe giusto insistere, al di là della questione democratica,  per la supremazia delle istituzioni europee sulle istituzioni nazionali. Invece, l’esperienza non va affatto in questa direzione. Dunque il merito delle questioni e il problema democratico si rinforzano vicendevolmente.

Da questo punto di vista la posizione greca dovrebbe ricevere il sostegno di tutti i paesi europei e in primo luogo di quelli che hanno subito più fortemente  in questi anni la pressione e le conseguenze di una conduzione dell’euro che ha aggravato i  loro problemi. Dovrebbero essere  la Spagna, il Portogallo, l’Italia e la stessa Francia a valersi dell’apertura da parte della Grecia di una discussione cruciale in Europa. Avendo pagato assai cara la politica della Banca Centrale Europea che avvia solo oggi  il Quantitative Easing  con anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, all’Inghilterra e al Giappone e  che ha mantenuto, fino a pochi mesi fa, un livello delle quotazioni dell’euro che ha distrutto le nostre capacità di esportazione e la nostra industria; avendo subìto le conseguenze della filosofia economica della Commissione Europea che ha giurato che le misure di austerità avevano effetti deflattivi trascurabili, questi paesi dovrebbero ora pretendere dall’Europa, all’unisono con la Grecia, di cambiare politica.

Invece si comportano con servilismo verso l’ortodossia europea che  sta uccidendo l’euro. Fanno  come i capponi di Renzo, sperano  che la testa venga tagliata a Tsipras o magari al solo Varoufakis e che ad essi verra risparmiata quella stessa sorte. Non capiscono che Bruxelles si batte per difendere e riaffermare una politica sbagliata e  che, se oggi perde la Grecia, domani perderà ciascuno di loro, cui verrà imposta una politica sbagliata  sopra la testa dei  loro cittadini e contro il loro migliore interesse. Dunque, oggi non si tratta di difendere la Grecia: si tratta di difendere noi stessi. Ma per farlo l’Italia dovrebbe avere una classe dirigente degna di questo  nome, non appiattita su Bruxelles come è avvenuto con il professor Monti, né soltanto  desiderosa di dare l’imprssione di non esserlo, come avviene ora.

Giorgio La Malfa

 
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