Giorgio La Malfa su Il Mattino del 15 gennaio: "Non basta Draghi se l'Europa non cambia"

di Giorgio La Malfa - 15/01/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 15 gennaio: "Non basta Draghi se l'Europa non cambia"

È probabile, ma è soprattutto auspicabile, che nella riunione del Consiglio della Banca Centrale Europea del prossimo 22 gennaio, Mario Draghi riesca a varare il programma di acquisto di titoli di stato dei paesi dell’area dell’euro di cui si discute ormai da molti mesi.

La tesi di Draghi è che, nelle attuali condizioni di crisi dell’area dell’euro, la BCE non possa sottrarsi a fare la sua parte per stimolare la ripresa.

Ed i dati statistici più recenti indicano che, mentre sul piano mondiale il 2015 si annuncia come un anno fortemente positivo con una crescita del reddito del 4% ed oltre, la zona dell’euro è in piena deflazione. Per questo è urgente intervenire.

La novità sostanziale nella posizione di Draghi  è costituita  dall’analisi delle cause della crisi dell’area dell’euro. Per molto tempo la BCE e la Commissione Europea hanno sostenuto all’unisono che i problemi dell’area dell’euro nascevano esclusivamente dagli squilibri della finanza pubblica e dalle rigidità dell’offerta di lavoro. Dunque, la risposta stava nell’austerità fiscale e nella flessibilità del mercato del lavoro. Questa è la medicina consigliata ed imposta a tutti gli Stati dell’eurozona. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

Nell’agosto scorso, Draghi ha liquidato sostanzialmente questa analisi. In un discorso assai importante tenuto negli Stati Uniti alla presenza di molti Governatori di Banche Centrali, il Presidente della BCE ha sostenuto che la disoccupazione nell’area dell’euro non poteva essere attribuita esclusivamente, com’era nelle tradizionali analisi della BCE e della Commissione Europea, alle rigidità del mercato del lavoro ed ai livelli troppo elevati della spesa pubblica, ma che essa era, in parte rilevante, dovuta a una debolezza della domanda aggregata. In quel discorso, Draghi  aveva anche aggiunto che, nella situazione europea, vi era un rischio di ‘isteresi’, vi era  cioè il rischio  che si potesse determinare un effetto cumulativo che avrebbe potuto condurre a un aggravamento progressivo della crisi. Che è quello che i dati più recenti confermano.

Alla luce di questa nuova diagnosi, in questi mesi Draghi ha proposto prima una serie di misure di ampliamento del finanziamento del sistema bancario europeo ed ora un programma di immissione di moneta nel sistema, in contropartita di acquisti di titoli pubblici. Quest’ultimo passo segnerebbe un’energica discesa in campo della BCE a sostegno della ripresa.  Ed è per questo che essa ha diviso profondamente il Consiglio della BCE. Una parte, a quanto pare, maggioritaria sostiene Draghi. Una parte si oppone e questa parte, pur minoritaria, ha un peso notevole poichè comprende i due membri  tedeschi del Consiglio appoggiati da una serie di paesi del Nord Europa.

I due rappresentanti tedeschi non si sono limitati a far conoscere le loro opinioni all’interno del Consiglio: le hanno rese note all’esterno in interviste molto esplicite. Nella riunione del 22 prossimo la BCE dovrebbe votare. E’ probabile che gli oppositori puntino non tanto a respingere la proposta di Draghi di procedere all’acquisto di titoli di Stato - un’operazione perfettamente in regola con lo  Statuto della BCE -  quanto a limitarne l’importo o a stabilire che il grosso degli acquisti dei titoli di ciascun paese venga finanziato dalla banca centrale di quel paesi,  così da evitare qualsiasi ipotesi di ‘mutualizzazione’ del debito pubblico.

Come si è detto, è bene che Draghi vinca. Questa è la condizione indispensabile perché l’area dell’euro possa uscire dalla crisi. Ma il quantitative easing da parte della BCE è una condizione necessaria, non anche una condizione sufficiente. Serve anche un cambiamento delle politiche di bilancio dei paesi dell’euro. Perché possa ripartire l’economia, vi deve  essere una domanda aggiuntiva di beni, siano essi beni di consumo o di investimento. Per suscitare tale domanda è assolutamente indispensabile  un aumento dei deficit pubblici. La disponibilità della BCE all’acquisto dei titoli serve ad  evitare che la maggiore offerta di titoli pubblici faccia salire i tassi di interesse e quindi cancelli di fatto l’effetto della manovra.

Ma se vi fosse il quantitative easing , cioè l’acquisto di titoli da parte della BCE a deficit invariato, l’unico effetto sarebbe una diminuzione del tasso di interesse, che, in molti casi, è pari o assai vicino a zero. Il solo vantaggio sarebbe una lieve riduzione degli oneri per interessi che lo Stato potrebbe impiegare a sostegno di una politica espansiva. Troppo poco per fare la differenza. Stamane, sul Financial Times, Wolfgang Munchau scrive anch’egli che la svolta della BCE è cruciale, ma che deve essere accompagnata da una svolta sostanziale nelle politiche fiscali dei Paesi dell’euro.

La conclusione è che Draghi ha aperto la strada con coraggio a un cambiamento politico in seno all’eurozona. Lo ha fatto perchè, crediamo, egli è consapevole che le avverse condizioni economiche dell’Europa accentuano la  fragilità dell’euro e lo mettono a rischio. Ma Draghi è il primo a sapere – anche se non può dirlo troppo esplicitamente – che l’eurozona può riprendersi solo se essa adotta regole  fiscali meno restrittive di quelle ancora oggi in vigore o se i paesi non decidono consapevolmente di violare regole che si sono dimostrate sbagliate e dannose. Se restassero le regole di adesso o se si continuasse a rispettarle, il quantitative easing per il quale combatte Draghi non servirebbe a nulla o quasi. Sarebbe un’altra della tante occasioni sprecate  in questi anni. Nelle condizioni economiche e politiche attuali, l’Europa non se lo può permettere.

Giorgio La Malfa  

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