Giorgio La Malfa su Il Mattino del 16 Novembre 2014: “Sforare il patto per crescere: Ecco la prova”

di Giorgio La Malfa - 18/11/2014 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 16 Novembre 2014: “Sforare il patto per crescere: Ecco la prova”

In un articolo di fondo apparso questa mattina, due autorevoli commentatori del Corriere della Sera scrivono, che la legge di stabilità, presentata il mese scorso dal Governo ed attualmente all’esame delle Camere, non ha alcuna efficacia ai fini  della ripresa dell’economia italiana.

L’articolo si limita a citare dei fatti che, peraltro, appaiono incontestabili. Fanno osservare i professori Alesina e Giavazzi che, secondo i calcoli della Commissione Europea, “il deficit dei conti pubblici [italiani] sarà quest’anno pari al 3% del prodotto interno lordo e scenderebbe [in base alle misure previste nella legge di stabilità] al 2,7% l’anno prossimo”. Dunque non vi sarà fra il 2014 e il 2015 alcun effetto espansivo proveniente dal bilancio pubblico. La loro conclusione è netta: “una legge partita con buone intenzioni si è trasformata in una misura irrilevante per la crescita.” È un giudizio molto duro, ma esatto.

Un mese fa, il 17 ottobre, e in un successivo articolo del 3 novembre sul Mattino, avevo denunciato i limiti della Legge di Stabilità, esattamente nei termini usati oggi dai due professori milanesi. Nei due articoli  del Mattino si faceva  osservare che la versione originaria della Legge di Stabilità aveva una portata espansiva troppo modesta che lo stesso Governo, nella Nota di aggionamento al Def, stimava in meno di un punto percentuale di crescita del reddito da -0,3% quest’anno a +0,5% nel 2015.  Era una politica inadeguata, di fronte alle condizioni della disoccupazione in tutto il Paese e nel Mezzogiorno in particolare. Sarebbe stato, invece, indispensabile fare di più  e fissare il deficit pubblico nel 2015 e nel 2016  al 5% circa, destinando questo maggior margine a vere riduzioni di imposte ed a aumenti degli investimenti pubblici necessari a stimolare una ripresa.

Se era insufficiente lo stimolo fiscale contenuto nella versione iniziale della  Legge di Stabilità, la riduzione del deficit previsto per il 2015, concordata fra il Governo italiano e la Commissione Europea, eliminava del tutto il modesto stimolo fiscale originariamente contenuto nella legge e di fatto comprometteva radicalmente la dichiarata volontà del Governo di fare uscire l’Italia dalla crisi, rilanciandone la crescita.

La decisione di uniformarsi alle richieste europee  era ed è in aperta contraddizione con le critiche che il Presidente del Consiglio ha ripetutamente mosso agli orientamenti di politica economica dell’Europa e che, ancora ieri, ha ribadito nel corso della riunione del G20 che si svolge in Australia. A meno che, con questi richiami polemici, il Governo italiano non pensi di indurre l’Europa a intraprendere un’azione così tempestiva e consistente da rimettere in moto il motore dell’economia europea e trascinare alla ripresa l’economia italiana, senza che l’Italia debba fare, per parte sua, alcunché. Se questa è la speranza italiana, è bene dire che essa appare illusoria: la Commissione Europea, oltretutto indebolita dalle polemiche che hanno investito il suo Presidente,  non potrà fare molto né sotto il profilo dei tempi, né sotto il profilo delle quantità.

L’Italia deve decidere dunque, nella sua autonomia, che cosa intenda fare. Il punto è che le misure per  stimolare la ripresa della nostra economia sono incompatibili con il rispetto dei parametri di Maastricht. O si decide di violarli, contando che la ripresa porterà con sè maggiori entrate fiscali che  consentiranno successivamente di rispettare i parametri; o  ci si piega ad essi, così accettando il prolungarsi e forse l’aggravarsi della recessione. I termini del problema sono ormai chiari ed apertamente discussi in Italia e in Europa. Nel silenzio della politica. C’è da chiedersi se il silenzio possa continuare quando questi temi appaiono sui maggiori giornali del Mezzogiorno e del Nord.

Aspettiamo che  la classe dirigente italiana si misuri con questo problema politico. Questo è il punto della questione e ad esso sarà necessario che il Parlamento si applichi.

Giorgio La Malfa

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