Giorgio La Malfa su Il Mattino del 17 marzo: "Primi segnali ma bisogna crescere di più"

di Giorgio La Malfa - 17/03/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 17 marzo: "Primi segnali ma bisogna crescere di più"

Si respira sicuramente, in tutta l'area dell'euro, un clima economico più favorevole rispetto al passato. La drastica flessione della moneta europea, che ha visto dopo oltre dieci anni il ritorno dell'euro a quotazioni più realistiche rispetto al dollaro, aiuta le esportazioni e stimola l'attività produttiva, mentre il calo dei prezzi del petrolio, traducendosi in un aumento del potere di acquisto interno, favorisce la ripresa dei consumi.

Anche per l'economia italiana vi sono segni di miglioramento che si spiegano come effetto di questi stessi fattori. Di recente la Banca Centrale Europea ha rivisto verso l'alto le previsioni di crescita dell'eurozona per l'anno in corso, indicando una possibile ripresa dell'ordine dell'1,5% medio.

Per l'italia però la previsione, anche se lievemente positiva, risulta assai meno favorevole della media europea.
Nel convegno svoltosi a Cernobbio sul lago di Como nel fine settimana, sia il ministro dell'economia Padoan che il governatore della Banca d'Italia Visco hanno messo l'accento su questi aspetti positivi ed hanno affermato con decisione che in Italia la ripresa è ormai avviata.

Per il 2015 essi hanno accennato a una crescita del reddito nazionale che potrebbe anche andare oltre quello 0,5% indicato nell’ottobre scorso nei documenti che avevano accompagnato la presentazione del bilancio dello Stato. Per il 2016 hanno indicato una crescita dell’1,5%.
Certo, se uno confronta queste previsioni per il 2015 e il 2016 con i dati a consuntivo degli ultimi anni, tutti negativi come essi sono stati, si capisce il senso di sollievo che si manifesta negli ambienti ufficiali. Ed è anche comprensibile che si sottolineino in tutti i modi questi primi segnali positivi di un’inversione di tendenza nei dati dell’economia cercando di utilizzarli per diffondere un clima di maggiore ottimismo sia nei consumatori che negli investitori. A condizione però di non dimenticare la portata effettiva dei problemi che l’economia italiana si trascina con sé e di non illudere i cittadini che i miglioramenti congiunturali di queste settimane indichino che quei problemi sono avviati a soluzione.


Guardiamo ancora una volta i dati della realtà. Fra il 2006, ultimo anno prima dello scoppio della grande crisi economica scatenatasi negli Stati Uniti e da lì trasferitasi in Europa, la disoccupazione in Italia era pari al 6,8%. Da allora essa è cresciuta, anno dopo anno, salendo al 7,7% nel 2010, all’8,4% nel 2011, al 10,7% nel 2012, al 12,1% nel 2013 ed al 12,7% nel 2014. Cioè è quasi raddoppiata nel giro di 8 anni.
Ma il quadro è ancora più drammatico se si tiene conto del divario fra il Nord e il Sud. Nel Nord, nel 2006 la disoccupazione era pari al 3,8%: di fatto non si era lontani dalla piena occupazione. Negli otto anni successivi, il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato, salendo all’8,6%. Nel Mezzogiorno, nel 2006 la disoccupazione era al 12,2%; nel 2014 essa si colloca al 20,7%. La disoccupazione femminile nel Sud è passata dal 16,3% al 23,3%. La disoccupazione dei giovani fra i 15 e i 24 anni è cresciuta dal 34,4% al 55,9%.


Questi sono i dati dai quali partire per stabilire se la ripresa che ora si annuncia è tale da consentire di riassorbire i problemi che la grande crisi di questi anni ha fatto esplodere. Supponiamo di voler tornare alla situazione del 2006, anche se già in quell’anno la disoccupazione meridionale, soprattutto quella delle donne e quella dei giovani, era a livelli socialmente inaccettabili. Per farlo, di quanto dovrebbe crescere il reddito nazionale? Se a un aumento di un punto del reddito nazionale corrispondesse una diminuzione di egual misura della disoccupazione, servirebbero 4 anni di crescita all’1,5% l’anno per tornare ai livelli del 2006. Che sarebbero comunque molti, anzi troppi.


Le cose, però, non stanno così. Ridurre la disoccupazione è molto più difficile. Non basta un aumento di un punto del reddito per ridurre di altrettanto la disoccupazione. Gli studi statistici mostrano che per ridurre di un punto la disoccupazione, il reddito nazionale deve crescere di molto di più di un punto. Vi sono molte ragioni che lo spiegano. La prima è che, nel corso di una fase di crisi economica, le imprese, per essere pronte a ripartire, riducono la mano d’opera ma non in proporzione diretta alla riduzione del fatturato e della produzione. Di conseguenza, quando parte la ripresa, le imprese sono in grado di fare fronte, almeno fino a un certo punto, con la mano d’opera esistente agli aumenti della domanda. In secondo luogo, il passare del tempo porta comunque con sé un certo aumento della produttività, cosicché, anno dopo anno, la stessa quantità di mano d’opera è in grado di assicurare una produzione crescente. Ed infine esiste un fenomeno del mercato del lavoro ben noto in tutti i paesi e cioè che quando il lavoro scarseggia, i lavoratori si scoraggiano dal cercare attivamente un lavoro.

Diminuisce così, nel corso della crisi, il numero di coloro i quali cercano attivamente un lavoro; ne segue che il tasso di disoccupazione, nel pieno della crisi, tende a sottostimare il numero vero dei disoccupati. Mentre quando l’occupazione ritorna a crescere, i disoccupati ‘scoraggiati’ tornano ad affluire sul mercato del lavoro in cerca di occupazione. Aumenta così il numero di coloro i quali cercano attivamente il lavoro e dichiarano di essere disoccupati.


Dalle stime statistiche tende ad emergere il numero 3 che indica il rapporto fra la crescita del reddito e la crescita dell’occupazione, nel senso che sono necessari tre punti di crescita del reddito nazionale per veder diminuire di un punto il tasso della disoccupazione. Se si utilizza questo calcolo, è facile concludere che per tornare ai livelli della disoccupazione del 2006, l’Italia avrebbe bisogno di crescere al ritmo del 3% l’anno per un periodo di almeno 5 o 6 anni.


Ecco perché continuo a chiedermi perché le autorità di governo non siano più coraggiose. Perché non osano pensare a misure di stimolo dell’economia che facciano crescere di più il reddito nazionale? Perché pensano che il Paese possa sopportare indefinitivamente un livello della disoccupazione così elevato? Come possono pensare di contenere la spesa pubblica, che in fondo serve ad attenuare i casi sociali più drammatici, come chiede l’Europa, senza avere una strategia per far crescere di più il reddito nazionale? Hanno coscienza dei drammi sociali che la crisi causa in tutto il Paese e soprattutto nel Mezzogiorno?


Queste sono le questioni sulle quali Padoan e Visco si sarebbero dovuti concentrare nei loro interventi del fine settimana. Aldilà del sospiro di sollievo per i sintomi della ripresa, che tutti possiamo condividere, ci sono degli interrogativi senza risposta. Solo davanti a una indicazione convincente che c’è una strategia per riassorbile la disoccupazione, la discussione assumerebbe un tono concreto. Che per ora non c’è.

Giorgio La Malfa

http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/