Giorgio La Malfa su Il Mattino del 19 aprile 2015: "Ma ad Atene conviene la dracma "

di Giorgio La Malfa - 20/04/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 19 aprile 2015: "Ma ad Atene conviene la dracma "

Si rincorrono dati contraddittori sulla effettiva situazione finanziaria della Grecia. Ma i nodi stanno venendo al pettine. In un articolo di Vittorio Da Rold sul 24Ore di stamane si legge che fra maggio e giugno scade un debito di 2,5 miliardi euro verso il Fondo Monetario Internazionale, mentre fra luglio e agosto matureranno due rate di debiti verso la BCE per 7,5 miliardi di euro.

Appare molto difficile che la Grecia possa fronteggiare queste scadenze con le proprie forze. Per evitare il default, cioè il mancato pagamento, totale o parziale, di questi debiti, sarà necessario o un allungamento delle scadenze o la concessione di nuovi prestiti con i quali onorare i debiti che vengono a maturazione.L’aggravamento della situazione greca non dipende, come sembrerebbe dalle dichiarazioni di vari esponenti europei, fra i quali spicca il Ministro delle Finanze tedesco, Schauble, dall’atteggiamento “irresponsabile” del Governo Tsipras.

Le difficoltà di rispettare le scadenze delle rate dei debiti non derivano dal desiderio del nuovo Governo di mantenere l’impegno di attenuare le politiche di austerità presi con gli elettori nel corso della campagna elettorale. La situazione finanziaria della Grecia non sarebbe diversa se al posto di Tsipras vi fosse ancora un governo pronto ad eseguire alla lettera le prescrizioni dell’Europa, come aveva tentato di fare il Primo Ministro Samaras.

Forse sarebbero meno astiosi gli interlocutori, ma la sostanza sarebbe identica: l’insostenibilità del suo debito pubblico. L’esperienza di questi anni mostra che le politiche di austerità concentrate nel tempo, come sono state quelle imposte alla Grecia, provocano una tale caduta del reddito nazionale che fa aumentare, invece di diminuire, il rapporto fra il debito pubblico e PIL. È questo a pregiudicare la sostenibilità del debito e a rendere il default quasi inevitabile.

La decisione sul futuro della Grecia nell’euro non dipende dal governo Tsipras. Essa dipende dalle decisioni dei suoi creditori. Saranno loro a decidere se aiutare la Grecia a rimanere solvente o spingerla verso un default che la costringerebbe ad abbandonare l’euro. Questa decisione non è stata ancora presa. È chiaro che ogni volta che si pone un problema di questo genere ci si trova di fronte a due esigenze fra loro contraddittorie.

Da un lato vi è l’interesse oggettivo ad evitare il tracollo finanziario di un paese da cui sarebbero colpiti gli stessi creditori internazionali. Dall’altra vi è la preoccupazione che condonare in tutto o in parte i debiti di un paese finisca per incoraggiarne l’irresponsabilità e per diffondere nel mondo l’idea che si possano non pagare i propri debiti. Penso che alla fine, in ritardo e in mezzo a molta confusione, le autorità europee sceglieranno la via di aiutare la Grecia a restare nell’euro.

Personalmente, se io fossi greco, considererei come il minore dei mali essere costretto a uscire dall’euro. L’uscita dalla moneta unica avrebbe tre risvolti positivi per la Grecia. Il ritorno della dracma sarebbe accompagnato da una svalutazione rispetto all’euro ed alle altre valute internazionali che provocherebbe una notevole ripresa dell’economia attraverso le esportazioni e l’aumento del turismo.

In secondo luogo, il default costringerebbe i creditori ad accettare delle forti riduzioni del debito. In terzo luogo, infine, l’obiettivo insuccesso di dover uscire dalla moneta unica aiuterebbe il Governo a chiedere al paese i necessari cambiamenti contro i quali oggi la Grecia si ribella sentendola come una imposizione esterna. Ma se alla fine i creditori preferiranno mantenere la Grecia nell’area dell’euro, il Governo Tsipras dovrà essere molto attento a non accettare gravami troppo forti.

Dalla Grecia viene una lezione più generale: l’Europa sta pagando un prezzo molto alto per una decisione assai poco meditata come fu quella della creazione dell’Unione Monetaria. Dire questo può apparire come un atto di abiura verso gli ideali dell’europeismo che l’Italia ha coltivato in tutto il corso del dopoguerra.

Ma il prezzo economico che consiste nei bassi tassi di crescita che si riflettono nei tassi della disoccupazione in tutta l’area dell’euro, ed il prezzo politico per l’ostilità crescente che separa le opinioni pubbliche dei vari paesi debbono fare riflettere. Un’Europa guidata da classi dirigenti lungimiranti ragionerebbe su questi problemi e cercherebbe di uscirne prima che i danni siano troppi.

Giorgio La Malfa

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