Giorgio La Malfa su Il Mattino del 19 gennaio: “Se c'è la crisi dell'euro la Germania va in tilt”

di Giorgio La Malfa - 19/01/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 19 gennaio: “Se c'è la crisi dell'euro la Germania va in tilt”

La decisione della Banca Centrale Svizzera di non assicurare più un cambio stabile fra l’euro e il franco  fornisce due lezioni molto importanti anche e soprattutto  ai paesi dell’eurozona. Ma vediamo intanto di che cosa si è trattato.

Quando nel 2011 scoppiò la prima grande crisi dell’euro con il rischio che la moneta unica potesse saltare, ci fu una corsa agli acquisti di franchi svizzeri considerata come una moneta solida per eccellenza. Per evitare una eccessiva rivalutazione del franco, la Banca centrale dichiarò che essa avrebbe assicurato un cambio stabile intorno al valore di 1,2 franchi per euro.

Ovviamente, per mantenere nel tempo una parità valutaria, è necessario che vi sia qualcuno che è pronto a comprare e vendere la propria valuta al valore indicato. Per la Banca Centrale Svizzera questo ha significato essenzialmente in questi anni comprare euro (oltre che altre valute) e cedere franchi svizzeri. Ma fino a che i movimenti dell’euro e delle altre valute sono stati modesti, gli interventi che la Svizzera ha dovuto fare sono stati contenuti.

Per tre anni il meccanismo ha funzionato. Ma in questi mesi, le cose si sono complicate: l’euro ha cominciato a scendere rispetto al dollaro e le autorità svizzere, per mantenere la parità annunziata, hanno dovuto comprare grandi quantità di euro e dollari. Il rischio è divenuto che chi comprava franchi faceva un buon affare mentre chi li vendeva rischiava di subire una possibile perdita in conto capitale.

Ora, la deflazione dell’area dell’euro spinge la BCE a misure straordinarie di espansione monetaria che probabilmente faranno scendere ulteriormente il cambio dell’euro. A questo punto, la pressione sul franco svizzero deve essere divenuta tale che la banca ha dovuto cedere e rinunziare alla politica che aveva annunciato e seguito da più di tre anni.

Senza entrare nel merito del modo in cui le autorità svizzere hanno gestito la faccenda, se la decisione sia stata troppo improvvisa, se essa poteva essere graduale e cosi’ via, vi sono due importanti lezioni da trarre.

La prima è che con i cambi non si scherza. I tassi di cambio fra le monete riflettono gli andamenti delle rispettive economie. Quando esse hanno andamenti divergenti,  prima o poi il cambio si adegua. Ed è bene che sia così perché in questo modo si aggiustano le economie sottostanti.

Questo è vero per meccanismi come quello messo in essere dalla Banca centrale Svizzera in questi anni, così come fu, drammaticamente, vero nelle vicende del Sistema Monetario Europeo fra il 1980 e il 1992 in cui furono necessari molti e consistenti aggiustamenti dei tassi di cambio. Ma è anche vero, aldilà delle apparenze e delle illusioni, per una moneta unica, come è  l’euro, che non è la moneta di uno Stato solidale verso tutte le sue parti componenti, ma essenzialmente un accordo per i cambi fissi fra aree fra loro diverse.

Una moneta unica in cui alcuni Paesi hanno il vantaggio di un cambio più basso di quello che avrebbero se fossero soli, come la Germania, ed altri un cambio più di quello che gli consentirebbe di ripoprtare in equilibrio I propri conti con l’estero, come è per noi e per molti altri paesi dell’euro, accumula un tale potenziale di squilibri che prima o poi non puo che saltare. L’euro è una pentola a pressione il cui coperchio è quasi saltato nel 2011 e può saltare di nuovo.

La seconda lezione è che non bisogna avere paura della faccia feroce che fa la Germania quando vengono  proposte politiche economiche di sostegno della ripresa, anche in violazione dei cosiddetti criteri di Maastricht. La minaccia verso i paesi in difficoltà che essa potrebbe indurli ad uscire dall’euro è vuota. Senza l’euro il marco andrebbe a braccetto con il franco svizzero e le esportazioni della Germania sarebbero duramente penalizzate. È una prospettiva che il mondo imprenditoriale tedesco conosce e teme.

Può darsi che gli oppositori di Draghi sperino di utilizzare le vicende di ieri del franco svizzero per rimandare ancora una volta l’adozione di politiche di sostegno della ripresa economica da parte della BCE. Ma, al contrario, quello che è successo ieri, deve convincere tutti che l’euro si salva solo se l’economia dell’eurozona, di tutti i Paesi dell’eurozona, riparte.

 

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