Giorgio La Malfa su Il Mattino del 2 marzo: “L'Europa cambi o è condannata”

di Giorgio La Malfa - 02/03/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 2 marzo: “L'Europa cambi o è condannata”

“È possibile che "l’Europa di Maastricht" abbia perso la sua spinta propulsiva?” si chiedeva già venti anni fa,  a metà degli anni novanta,  Joseph Weiler,  uno dei più acuti studiosi dei processi di integrazione europea. E osservava che mentre “negli anni formativi  - quelli della Comunità del Carbone e dell’Acciaio e del Mercato Comune – l’idea stessa della Comunità Europea era associata a un insieme di valori capaci di catturare  l’immaginazione dei cittadini, mobilitare partiti politici con un largo seguito popolare e controbilanciare la spinta e il richiamo del nazionalismo”, più di recente questa spinta sembrava essere venuta meno.

A venti anni da quella diagnosi, la crisi del processo di integrazione europea, allora appena percepibile a un osservatore attento,  emerge in tutta la sua portata. Per rendersene conto basta leggere i giudizi sulle istituzioni europee che si raccolgono più o meno in tutti i paesi dell’Unione, nei sondaggi di opinione o constatare la crescita elettorale di partiti che hanno fra le loro bandiere la critica all’Europa. Ancora più significativo è l’atteggiamento con il quale i capi dei Governi partecipano alle riunioni degli organismi europei con un occhio volto soprattutto alle opinioni pubbliche nazionali ed alle loro sensibilità.

Ormai si parla apertamente di un processo di disintegrazione europea in pieno corso. “Is the EU doomed?” - L’Unione Europea è  condannata? – è il titolo di un saggio vivacissimo di Jan Zielonka, professore di politiche europee a Oxford, pubblicato qualche mese fa in Inghilterra e che la casa editrice Laterza proporrà fra qualche mese in italiano.

A me sembrano due i fattori principali che hanno contribuito e contribuiscono attivamente a questa crisi. Il primo è la moneta unica. La nascita dell’euro doveva essere il segno di una presenza più forte ed incisiva dell’Europa nell’economia mondiale; doveva portare con sé un miglioramento del tenore di vita degli europei, un aumento dell’occupazione, un consolidamento dei grandi istituti della sicurezza sociale che hanno caratterizzato l’Europa nella seconda meta’ del XX secolo.

È avvenuto invece l’esatto contrario.  Sull’altare della moneta unica e del suo consolidamento, l’Unione Monetaria Europea ha sacrificato per anni lo sviluppo economico e  l’occupazione. I paesi dell’area dell’euro sono cresciuti meno dei paesi dell’Unione Europea rimasti fuori dalla moneta unica, come l’Inghilterra e la Svezia, oltre che meno del resto del mondo. E quando poi nel 2008 dall’America è venuta  la crisi, l’impatto sui paesi che avevano adottato la moneta unica è stato particolarmente violento. In quel momento è emersa tutta la difficoltà di avere una politica monetaria unica e eguali regole di politica di bilancio  in un’area così economicamente e socialmente variegata al suo interno.

Scrive giustamente Zielonka: “ La crisi dell’euro ha fatto venir meno la fiducia reciproca in seno all’Europa ed ha mostrato l’irrilevanza delle istituzioni europee. Ci sono stati vincitori e vinti in questo processo..Oggi si va verso più Europe diverse, non verso più  Europa”.

Il secondo fattore è invece di carattere più squisitamente politico. Il lungo cammino dell’integrazione europea, iniziato alla fine degli anni ’40 e proseguito ininterrottamente da allora, ha portato a trasferire quote sempre più vaste del potere legislativo e dell’autorità di governo dalle istituzioni nazionali a quelle europee. Una quota vastissima delle norme di legge che regolano la vita interna di ciascun paese membro è prodotta dalle istituzioni europee, dalla Commissione e dal Consiglio. Allo stesso modo significativi poteri di governo sono stati trasferiti a queste autorità sovranazionali. Si prenda come esempio le leggi di bilancio che con gli ultimi accordi europei debbono ricevere il visto della Commissione Europea prima di potere essere sottoposte all’esame dei rispettivi Parlamenti, I quali hanno perso quindi di fatto il potere di decidere essi del bilancio del porprio stato. In un discorso tenuto qui a Oxford qualche settimana fa, il professor Mario Monti ha segnalato questa nuova procedura come uno dei segnali di una crescente integrazione europea.

E tuttavia bisogna pur considerare che le istituzioni sovranazionali  europee alle quali vengono attribuiti questi vasti potere legislativi ed esecutivi non hanno una legittimità democratica piena. Non sono istituzioni elette direttamente dai cittadini europei, come avviene negli Stati Uniti, né sono oggetto di designazione da parte di un Parlamento, come avviene nei sistemi parlamentari dei nostri Paesi.  Essi sono in parte organismi burocratici, come la Commissione Europea, i cui componenti sono di fatto designati dai Governi nazionali e in parte organismi politici intergovernativi, come il Consiglio Europeo. Ancora più complesso è il caso della Banca Centrale Europea alla quale è stata garantita una assoluta indipendenza sia nei confronti dei governi e dei parlamenti  nazionali , sia delle istituzioni europee non solo nella conduzione della politica monetaria, ma addirittura nella definizione di quello che debba intendersi per stabilità dei prezzi e cioè nella definizione degli obiettivi che essa deve perseguire.

C’è – è vero - il Parlamento Europeo. Ma esso non è né la fonte della legittimazione degli organismi europei che scaturiscono, spesso oscuramente, dalla negoziazione fra i vari governi, nè il controllore severo dei loro orientamenti e delle loro scelte.

Mentre all’inizio del processo di integrazione europea la quota delle materie trasferite alle istituzioni europee era molto limitato e non si poneva quindi un problema di legittimazione democratica e di controllabilità delle autorità alle quali erano affidati quei compiti, oggi il problema democratico emerge in misura sempre più visibile. Anche se le opinioni pubbliche non sono del tutto consapevoli di questi problemi, di fatto, inconsapevolmente l’ostilità che cresce verso “l’Europa” nasce dalla percezione che si tratta di un potere distante, capace di influire pesantemente sulle nostre condizioni di vita, ma del tutto incontrollabile nelle sue determinazioni.

Il problema del deficit democratico dell’Europa si manifesta in due modi complementari che si rafforzano vicendevolmente: da un lato un numero crescente di decisioni rilevanti per i cittadini europei vengono prese da organismi che non hanno una sufficiente legittimazione democratica, dall’altro i governi nazionali, che invece hanno un legittimazione democratica e che hanno l’obbligo di tener conto degi bisogni o degli orientamenti dei loro elettori, hanno sempre meno poteri e sono sempre meno in grado di rispondere ai propri cittadini. Non c’è da sorprendersi che in queste condizioni I movimenti politici che fanno opposizione attaccando l’Europa trovino una rispondenza crescente negli elettorati, ben al di là del valore delle loro proposte o della loro capacità di Governo, se messi alla prova.

Per anni il processo di integrazione europea è stato spinto in avanti dalla considerazione  - si diceva - che l’Europa è come una bicicletta che se non va avanti cade. Ralph Dahrendorf, che insegnava a Oxford e girava per la città in bicicletta, rispondeva che quando la sua bicicletta si fermava, lui si limitava a poggiare i piedi per terra. Forse l’Europa dovrebbe fermarsi, poggiare I piedi per terra e riflettere a fondo su quello che è stato fatto, su come andare avanti e dove fare un passo indietro. Sfortunatamente la leadership europea attuale non è incline né alla prudenza né alla riflessione.  Corre alle riunioni di Bruxelles, poi si precipita a casa pensando di gestire un potere che in realtà è largamente sfuggito dalle sue mani.

Giorgio La Malfa

 

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