Giorgio La Malfa su Il Mattino del 20 luglio 2014: "Se anche Berlino non si fide della Bce"

di Giorgio La Malfa - 20/07/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 20 luglio 2014: "Se anche Berlino non si fide della Bce"

In questi giorni la BCE è sembrata muoversi con molta prudenza e si è destreggiata abilmente nel navigare le acque inesplorate della crisi greca. È evidente che la preoccupazione principale di Mario Draghi è stata quella di tenere il più possibile la BCE al di fuori delle polemiche politico-istituzionali che avrebbero potuto investirla. E giovedì, nella conferenza stampa di cui riferivano i giornali dei giorni scorsi, egli sembrava avere tratto un sospiro di sollievo. In effetti, gli eventi degli ultimi giorni - la sottomissione di Tsipras ai voleri europei, le successive deliberazioni del Parlamento greco e la conseguente decisione dell’eurogruppo di rinnovare l’aiuto alla Grecia - hanno fornito alla BCE un quadro certo nel quale collocare la propria azione, senza il rischio di trovarsi ad agire all’infuori del proprio mandato.

Una volta che il Consiglio Europeo ha accantonato l’opzione proposta dal ministro tedesco delle finanze, Schauble, di collocare la Grecia, almeno provvisoriamente, fuori dall’area dell’euro ed ha confermato il piano di sostegno alla Grecia, la BCE si è mossa di conseguenza: ha deciso di confermare la provvista di liquidità fornita fino ad ora alle banche greche e la ha estesa ulteriormente per consentirne la riapertura nei prossimi giorni.

Anche in questa fase Draghi ha dovuto fronteggiare l’opposizione tedesca. Weidman, il presidente della Bundesbank, in evidente intesa con Schauble, ha sostenuto che questa ulteriore provvista di liquidità fa correre alla BCE dei rischi di perdite, qualora, come molti prevedono, anche questa nuova versione del piano non sarà sufficiente a risolvere definitivamente il problema greco. Ma Draghi ha potuto opporre a questa presa di posizione il fatto che, se la Grecia continua a far parte dell’Unione Monetaria Europea, la Banca Centrale non può non garantire alle banche greche la liquidità necessaria perché esse possano operare regolarmente. La BCE non si assume la responsabilità di forzare la Grecia ad uscire dall’Unione Monetaria, come certamente avverrebbe se essa non potesse rimettere in funzione il proprio sistema bancario.

E tuttavia, la BCE ha avuto un ruolo politico nel pieno della crisi. È stata la BCE a costringere Tsipras a capitolare. Avendo rifiutato, nelle scorse settimane, di estendere la liquidità di emergenza al sistema bancario greco, essa ha costretto Atene a scegliere fra l’incognita di una rottura con l’eurogruppo che avrebbe immediatamente portato la BCE a richiedere indietro la liquidità di emergenza e quindi costretto il governo greco a emettere una propria moneta con la quale ricapitalizzare le banche e garantirne la liquidità, e un accordo con l’Europa alle condizioni capestro che l’Europa richiedeva.

Aveva la BCE il diritto di farlo? Personalmente ho dei dubbi che nascono dalla mia convinzione che l’Unione Monetaria Europea è una costruzione sbagliata fin dalle fondamenta e che qualunque tentativo di prolungarla in vita accumula compromessi e problemi che sono destinati ad esplodere in futuro. Ma capisco che Draghi voglia affermare che le decisioni sul futuro dell’euro spettano ai Governi europei e non alla Banca Centrale.

E tuttavia la crisi dell’euro ormai è sotto gli occhi di tutti. E il caso greco ne è solo la manifestazione più aperta. Tre giorni fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un’intervista molto interessante a Ottmar Issing, che è stato il primo membro tedesco del Consiglio della BCE e che ne ha delineato fin dall’inizio la filosofia. Issing, in passato un sostenitore assoluto della scelta dell’Unione Monetaria, è parso per la prima volta incerto sulla sostenibilità di lungo periodo della moneta unica. A una domanda sulla permanenza della Grecia nell’euro, è sembrato manifestare molte perplessità. Ma soprattutto alla richiesta se gli sviluppi recenti della situazione non mostrino che la creazione dell’euro sia stato un errore, ha ammesso che l’evoluzione recente comincia a fargli sorgere dei dubbi.

Issing, infine, ha accennato a un problema di legittimità democratica delle decisioni della BCE. Ed è la prima volta che questo avviene. E poiché esiste anche un problema ancora più significativo di legittimità democratica delle decisioni sia della Commissione di Bruxelles, sia del Consiglio Europeo, il quadro della fragilità non solo economica, ma anche politico-istituzionale della moneta unica si fa sempre più netto.

La maggior parte degli osservatori (ivi incluso il Fondo Monetario) considera che il piano convenuto con la Grecia non sia risolutivo e che andrà affrontato anche il problema del debito greco. Tutto questo conduce a ritenere che la crisi dell’euro è e rimane aperta e che i Governi non potranno sottrarsi a lungo all’esigenza di una riflessione più profonda sul futuro della moneta unica e dell’Europa.

Giorgio La Malfa

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