Giorgio La Malfa su Il Mattino del 23 gennaio: “Una svolta per la ripresa ma l’Europa resta divisa”

di Giorgio La Malfa - 23/01/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 23 gennaio: “Una svolta per la ripresa ma l’Europa resta divisa”
Nella  conferenza stampa che ha seguito la conclusione dell’atteso Consiglio della Banca Centrale Europea di questa mattina, il volto di Mario Draghi rivelava molto del travaglio che ha accompagnato nelle ultime settimane la preparazione delle deliberazioni della BCE. Era evidente il sollievo per avere ottenuto il via libera alle misure proposte e per l’accordo unanime sulla questione di principio di un intervento della Banca a sostegno della ripresa economica dell’eurozona. Ma si coglieva anche la preoccupazione per la spaccatura che si è determinata in seno al Consiglio sulla  configurazione dell’operazione e sulle sue modalità. Tanto più che la pattuglia dei dissenzienti è guidata dalla Germania che, volenti o no, è il paese più importante d’Europa.
 
La decisione presa questa mattina della BCE  prevede l’inizio di un’operazione, che potrebbe durare fino a due anni, di acquisto sistematico di titoli pubblici emessi dai paesi dell’eurozona. A fronte di questi acquisti, il Sistema Europeo delle Banche Centrali - cioè la BCE e le Banche Centrali dei paesi membri -  immette nel sistema economico e finanziario europeo  mezzi monetari che dovrebbero contribuire non solo a tenere bassi i tassi di interesse, ma anche a provocare una ripresa dei consumi e degli investimenti.
 
Aldilà delle espressioni di circostanza sulla necessità di rilanciare l’economia europea, le obiezioni contro questa  politica,  da parte della Germania e degli altri paesi che a lei fanno riferimento, sono radicali. Essi ritengono che la stabilità  dell’Unione Monetaria richieda politiche di bilancio solide ed ordinate da parte di tutti i paesi membri. Negli acquisti di titoli da parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali, questi paesi vedono  il serio rischio di incoraggiare la continuazione di politiche di bilancio incompatibili con la moneta unica. Considerano il quantitative easing inutile ai fini della ripresa economica e dannoso per la stabilità del sistema.
 
Il dissenso manifestatosi in queste settimane all’interno della BCE non è un dissenso sulle modalità specifiche quantitative easing, ma sulla sua efficacia e le sue conseguenze. Per questo motivo, è un scontro che non è destinato ad attenuarsi in futuro.
 
Di fronte a una situazione economica europea così difficile ed alle pressioni convergenti delle organizzazioni internazionali e dei maggiori del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, la Germania non ha potuto far valere fino in fondo la sua opposizione di principio. In più, Draghi è riuscito pazientemente a costruire un vasto consenso di opinioni all’interno del consiglio della Banca sulla necessità di un intervento. Per questo motivo, la trattativa tedesca non ha potuto contestare il programma in quanto tale, ma  si è concentrata su due obiettivi: contenere la dimensione finanziaria dell’ntrvento; limitare il coinvolgimento diretto della BCE nell’acquisto dei titoli e scaricare questo compito sulle banche centrali dei vari paesi dell’eurozone. Così facendo, l’eventuale dissesto di uno dei paesi membri peserebbe quasi esclusivamente sulla banca centrale di quel paese e non sull’insieme dei paesi dell’eurozona.
 
Era evidente che, per attenuare in qualche misura la violenza dello scontro, Mario Draghi doveva mettere a punto una soluzione operativa che venisse incontro, almeno in parte,  a queste obiezioni della Germania e dei suoi alleati. Draghi ha scelto - opportunamente - di difendere la dimensione  complessiva dell’intervento, che va, addirittura,  oltre la cifra sulla quale ieri concordavano la maggior parte degli osservatori: non 50 miliardi di euro al mese, ma 60, per un totale in due anni che si collocherebbe oltre un milione di miliardi di euro. Date queste dimensioni dell’intervento, il programma potrebbe avere un effetto maggiore di quanto generalmente previsto.
 
Il Presidente della BCE ha invece accettato l’idea che l’interevento sia effettuato prevalentemente dalle banche centrali nazionali: la BCE si farà carico del 20% dell’intervento, mentre,  per l’80%, gli acquisti di titoli faranno capo alle banche  centrali nazionali. Saranno cioè la Banca d’Italia, la Banca di Francia e così via a fornire il grosso delle risorse per l’acquisto dei titoli del proprio paese.
 
Le discussioni di questi giorni confermano ancora una volta la fragilità delle intese su cui poggia la moneta unica europea. Essa non è l’espressione di una solidarietà politica di fondo fra i paesi che hanno adottato l’euro. Una volta per tutte, si è rivelata quale è la visione di fondo della moneta unica da parte della Germania: non  un passo nella direzione di un governo sovranazionale europeo; bensì un accordo su un regime di cambi fissi, difeso da un sistema di regole rigide e immodificabili e  reso possibile dalla severità delle politiche imposte dall’Unione Europea ai paesi membri. Per il futuro politico dell’Europa è la conferma di una brutta aria. Ma per le possiibilita della ripresa dell’economia europea, quello che conta e’ immettere nuovo potere di acquisto e questo avviene, con le decisioni di oggi della BCE,  in misura significativa.
 
Basta il quantitative easing a fare ripartire l’economia europea?  Esso è condizione necessaria per la ripresa, ma non è pero’ una considizone sufficiente. Perchè produca I suoi effetti benefici, esso deve essere accompagnato da una politica fiscale espansiva basata su spese pubbliche di investimento o su minori porelivi fiscali o su una combinazione fra queste misure, Se non vi fosse il quantitative easing, ogni tentativo di aumentare il deficit potrebbe spingere in alto I tassi di interesse ed essere annullato nei suoi effetti.  Se vi fosse solo l’aumento dell’offerta di moneta, ma non lo stimolo proveniente dal bilancio pubblico, il quantitative easing avrebbe solo un modesto effetto sui tassi di inrteresse. Ma l’occupazione non si rimetterebbe in moto.
 
Dunque, oggi la BCE ha fatto la sua parte. Si poteva temere che Draghi non ce la facesse e invece ce l’ha fatta. Domani è un altro giorno.
 
Giorgio La Malfa
 
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