Giorgio La Malfa su Il Mattino del 27 gennaio: “La moneta unica deve diventare più democratica”

di Giorgio La Malfa - 27/01/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 27 gennaio: “La moneta unica deve diventare più democratica”
Le élites europee sono allarmate per l’esito delle elezioni greche e si interrogano sulle conseguenze che potranno derivarne alla stabilità dell’euro. Ma la vittoria di Tsipras non è nata in Grecia. È  nata a Bruxelles, a Francoforte e nelle capitali dei maggiori paesi europei ed è stata determinata dal modo in cui è stato costruito il progetto della moneta unica e della cecità politica e l’arroganza tecnocratica con cui queste élites hanno gestito l’euro fin dall'inizio.
 
Come ho scritto molte volte in questi anni insieme a una minoranza di studiosi e di politici europei,  accusati, per aver detto queste cose, di scarso europeismo, il progetto della moneta unica imponeva un accertamento preliminare  sull’esistenza delle condizioni politiche necessarie per il successo dell’impresa. Mettere insieme le monete di paesi fra loro molto diversi, come erano e come sono  i paesi europei, significa legare strettamente  le loro sorti e questo richiede una solidarietà che deve valere nella buona, come nella cattiva sorte. Lo si può fare, ma deve essere chiaro che, nel farlo, si va molto al di là di un semplice progetto economico, come fu la Comunità del Carbone e dell’Acciaio negli anni ‘50, o il Mercato Comune, negli anni ‘60 o il Mercato Unico negli anni ’80. Perché una moneta unica funzioni, bisogna dar vita contestualmente a uno Stato vero e proprio che comprende quelle che prima erano aree economiche e monetarie indipendenti e  si faccia carico, nel bene e nel male, dei problemi di tutti e di ciascuno.
 
Quando, alla fine degli anni ’80, venne elaborato, per iniziativa dell’allora Presidente della Commissione Europea, Jacques Delors, il progetto dell’euro, sarebbe stato indispensabile porre con chiarezza il problema politico di fondo,  chiedere ai paesi candidati a far parte dell’euro se essi fossero pronti a costituire un’unione politica, di cui la moneta unica sarebbe stata l’espressione visibile e la conseguenza sul piano finanziario. Si scelse di non compiere questo accertamento ed è questo l’errore drammatico, il peccato d’origine da cui dipende la fragilità strutturale dell’euro.
Perché si scelse questa strada? Probabilmente perché Delors, per primo, sapeva che  a una domanda esplicita sull’unione politica dell’Europa, la risposta sarebbe stata NO e fra i no più netti vi sarebbe stato quello del suo paese, la Francia. E allora si ritenne di aggirare la difficoltà di un difficile, o forse impossibile, assenso politico preventivo con il fatto compiuto. Si pensò che l’esistenza della moneta unica avrebbe costretto i paesi membri a fare quei passi verso l’integrazione politica che a freddo non si sarebbero sentiti di fare.
 
Le circostanze aiutarono: la caduta del Muro di Berlino nel 1989 consentì di porre contemporaneamente sul tavolo il tema della riunificazione della Germania e il progetto dell’Unione Monetaria Europea e di collegarli strettamente. Di questi due temi si discusse congiuntamente nel Consiglio Europeo che si riunì a Strasburgo nel dicembre 1989 a poche settimane del crollo Muro e di quella cortina di ferro, di cui aveva parlato Churchill,  che aveva diviso in due l’Europa dagli anni ‘40. Nello sconvolgimento e nella frenesia che fecero seguito alla fine del comunismo, le élites europee pensarono di avere aggirato la difficoltà del consenso politico preliminare alla moneta unica. Ritennero che bastasse mettere in moto il treno della moneta unica. Una volta saliti, di fronte alla difficoltà di scendere da un treno in corsa, tutti avrebbero preferito l’integrazione politica.
 
Per la Francia, la preoccupazione dominante era di tenere legata, a qualsiasi costo,  la Germania al progetto Europeo. Sottrargli il marco sembrò a Mitterand il modo più sicuro di farlo. L’Italia, priva, fin da allora, di prestigio politico in Europa,  dominata da un europeismo di facciata su cui convergevano forze politiche schierate per tutto il dopoguerra ai lati opposti della cortina di ferro, non seppe dir nulla. Due soli paesi ebbero ben chiaro il problema politico della creazione della moneta unica. Furono l’Inghilterra e la Germania. L’Inghilterra, che sta malvolentieri in Europa se non per la parte della legislazione europea che crea un mercato più ampio,  si sfilò subito da un progetto di cui vedeva le implicazioni politiche. Negoziò che nel Trattato di Maastricht del ’92 fosse prevista una clausola che le consentisse la non partecipazione e si disinteressò del resto.
La Germania, invece, che  pure aveva ben chiara la natura problematica di una unificazione monetaria fra paesi cosi diversi, aveva in quel momento una priorità assoluta: l’assenso alla riunificazione tedesca. L’allora cancelliere Kohl impose alla Bundesbank di non frapporre ostacoli all’idea della moneta unica, ma soltanto di concentrarsi nel porre delle regole che impedissero ai paesi più fragili – la Grecia, la Spagna, l’Italia e forse anche la Francia - di contagiare la Germania con i loro problemi. Le posizioni che ancora oggi continua a esprimere la Bundesbank   sono legate a quella antica valutazione negativa del progetto, che essi non ebbero la forza di far valere rispetto al governo di allora.
 
Consapevoli delle possibili implicazioni economiche e politiche della moneta unica, i tedeschi pensarono di poter costruire una versione attenuata del progetto: una area di cambi fissi e immutabili governata da regole che avrebbero costretto tutti i paesi, volenti o nolenti, a diventare virtuosi come la Germania. Se non fossero riusciti, peggio per loro! Quindi invece di solidarietà, regole ed invece di politica economica, sanzioni.
Al tavolo di Maastricht, gli europei volevano la moneta unica, la Germania voleva non dover pagare per gli errori altrui. L’Italia voleva maglie abbastanza larghe per poter tentare di rientrare nei parametri dell’accordo. Vennero fuori le regole cieche che hanno dominato la politica dell’area dell’euro in questi anni. Questa versione della moneta unica, che poggiava sulla disciplina imposta dal più forte, la Germania, ha funzionato a lungo, nonostante fossero sempre più evidenti le conseguenze disastrose sul piano economico.
 
Quando questa gestione ha portato all’esplosione della disoccupazione in Europa, sarebbe stato necessario introdurre un pò di buon senso. Si è deciso, invece,  di aumentare la pressione. La Grecia, dopo il 2010,  ha visto in pochi mesi la disoccupazione balzare alle stelle, la povertà esplodere. Chi girava per Atene in questi anni non poteva non essere colpito dagli esercizi commerciali chiusi e sbarrati nel centro della città, dalla povertà diffusa e dalla disperazione evidente. Sono qui le ragioni del successo di Tsipras.
 
A un certo punto, addirittura il Fondo Monetario Internazionale, che inizialmente  aveva incoraggiato l’austerità a tutti i costi, si è reso conto che la politica dei tagli drastici e accelerati ai bilanci dello stato non era affatto la via per la ripresa, come avevano scritto solerti economisti (alcuni dei quali italiani) in scritti ‘scientifici’ nei quali vi erano addirittura degli errori materiali. Ricalcolando gli effetti delle politiche di austerità (i cosiddetti ‘moltiplicatori fiscali’), l’FMI ha concluso che i tagli delle spese e gli aumenti delle imposte hanno avuto conseguenze negative sul reddito e l’occupazione maggiori della riduzione dei disavanzi pubblici per cui erano stati decisi.
 
Neppure questo è bastato alle élites europee per cambiare linea. Esse non hanno accettato di attenuare l’austerità. Hanno chiesto solo e sempre la flessibilità dei mercati del lavoro, cioè la possibilità di licenziare, ed i tagli dei bilanci pubblici. Null’altro. In sostanza, la linea della Germania nella versione più brutale.
 
Alla fine, perfino la Banca Centrale Europea si è resa conto che si stava tirando la corda fino a spezzarla. A partire dall’agosto del 2014, Mario Draghi  a chiesto insistentemente e con toni sempre più allarmati, che chi  poteva (la Germania) doveva aiutare l’Europa facendo politiche fiscali espansive. Di fronte al rifiuto tedesco, Draghi ha proposto che la BCE facesse la sua parte per cercare di stimolare la ripresa dell’eurozona. Ci sono voluti 6 mesi per decidere un’espansione monetaria che inizierà soltanto fra due mesi. E per farlo, Draghi ha dovuto mettere in minoranza non solo i due consiglieri tedeschi  che siedono al vertice della Banca, ma addirittura la Germania scesa in campo, contro ogni attenuazione dellle politiche del rigore, con tutto il peso del proprio governo.
 
In questo quadro, quando le impostazioni di  politica economica della Commissione e del Consiglio Europeo vengono criticate apertamente dagli Stati Uniti, dal Fondo Monetario, da una larga parte degli economisti ed oggi addirittura dalla BCE, perchè mai la Grecia non doveva votare per Tsipras? Che cosa si voleva dalla Grecia? Che essa continuare a immolarsi sull’altare dell’euro tedesco?
 
Oggi si legge delle preoccupazioni dei conservatori europei: se non ci si comporta secondo le regole di Maastricht  - essi dicono – può saltare l’euro. Ma se ci si comporta secondo quelle regole e si consente ai cittadini di esprimersi,  come si è visto ad Atene e si vedrà anche altrove, saltano i governi. Vogliamo sospendere la democrazia per imporre una visione dell’euro che gli elettori respingono?
 
Il fatto è che gli accordi di cambio fisso non reggono alle tempeste economiche del mondo. Lo si è constatato qualche giorno fa nella vicenda del franco svizzero. Se si vuole la moneta unica, ci vuole uno stato europeo. Se non si è pronti allo stato europeo, è meglio cercare di tornare ordinatamente a un sistema nel quale sia possibile aggiustare i tassi di cambio fra i diversi paesi e consentire la coesistenza in Europa  di politiche economiche diverse delle quali siano responsabili i governi nazionali. L’Europa non può reggere se affidata solo, come è stato finora, a delle entità burocratiche prive di senso politico e di legittimazione democratica.
 
Mai come in questo caso vale la saggezza del Vangelo: ci sono circostanze in cui è bene che vengano alla luce i problemi, le contraddizioni, perfino gli scandali. Perché questo è il solo modo di costringere tutti a guardarli in faccia ed a affrontarli. Non attraverso la tecnocrazia. Attraverso la politica e la democrazia.
 
Giorgio La Malfa
 
 
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