Giorgio La Malfa su Il Mattino del 29 ottobre 2018 ”Le giuste intenzioni e i metodi sbagliati ”

di Giorgio La Malfa - 29/10/2018 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 29 ottobre 2018 ”Le giuste intenzioni e i metodi sbagliati ”
Cari amici,
avevo scritto un articolo per il Mattino un paio di giorni fa che è uscito solo stamane in coincidenza con un articolo chiestomi dal QN. 
La tesi è che la politica economica del Governo è insostenibile; ha già provocato dei guai e finirà in un disastro. La mia tesi è che il problema non è il 2,4% di deficit: è il modo in cui ci si è arrivati, i provvedimenti che lo accompagnano, l’atteggiamento di inutile sfida all’Europa che lo contraddistingue, lo scontro interno al governo con il ministro dell’Economia che toglie credibilità al ministro, anche quando difende la manovra. Insomma un insieme di circostanze che imporrebbero una correzione di rotta.

 

Giorgio La Malfa

 

Dopo anni di crescita economica insoddisfacente che ha lasciato dietro di sé un’elevata disoccupazione, specialmente tra i giovani, e che ha visto un progressivo deterioramento del rapporto tra il debito pubblico e il reddito nazionale, nonostante i numerosi impegni a ridurlo, era non solo comprensibile, ma anche doveroso esplorare un nuova strada.

In tal senso era giusto che un governo, nato all’ indomani di elezioni che avevano manifestato con forza l’insoddisfazione popolare considerasse che il suo mandato fosse quello di cambiare profondamente l’impostazione della politica economica rispetto ai governi precedenti.

Ed è questa diffusa consapevolezza che fa sì che nei sondaggi risulti non ancora intaccato significativamente il consenso dell’opinione pubblica verso i partiti di governo. Il problema non è l’obiettivo che il governo si è dato, politicamente legittimo ed economicamente giustificato.
È invece il mondo in cui il governo si è mosso e si sta muovendo che rischia di trasformare, anzi che in larga misura sta trasformando, un’aspirazione giusta in una politica sbagliata. È come un giocatore di scacchi che, avendo una buona disposizione di pezzi sulla scacchiera, in poche mosse riesca a finire in un angolo e a rischiare la sconfitta.

Il primo errore è non aver capito che in questo riorientamento della politica economica l’italia poteva trovare degli alleati nelle istituzioni europee e perfino nella Banca Centrale Europea. Con la differenza che Renzi usava quest’arma per strappare concessioni marginali sui limiti del deficit, mentre in questo caso il Governo Conte non mirava ad avere margini di rientro più ampi, ma voleva una svolta vera dell’impostazione. Mancanza di fiducia nella bontà e nella sostenibilità delle proprie idee.

In secondo luogo, i numeri dovevano venire molto presto e dovevano essere accompagnati da una spiegazione convincente del perché un maggiore deficit nel 2009 e per il biennio successivo si sarebbe trasformato in una crescita del reddito nazionale superiore a quella che gli organismi internazionali oggi prevedono per l’Italia. Se le proposte di politica economica erano buone, la crescita più elevata sarebbe apparsa una conclusione convincente. Ma se la sola giustificazione diventa, come ripetono ogni giorno i due leader della maggioranza, gli impegni presi con gli elettori, viene meno il solo argomento che le istituzioni europee potevano e possono accettare, e cioè la dimostrazione che attraverso le politiche indicate nella legge di bilancio la crescita sarebbe stata più forte. Ad oggi non c’è un solo argomento che vada in questa direzione.

Il terzo errore è non aver capito che che vi è una differenza sostanziale fra un  debito pubblico nel quale un paese incorre per finanziare degli investimenti (che avranno un effetto espansivo della capacità di produrre domani nuovo reddito)e una politica di sussidi pubblici. L’errore delle regole di bilancio del fiscal compact non è nella prescrizione che la spesa corrente non possa essere finanziata in deficit – questa sarebbe un’idea sacrosanta- ma il non avere fatto mai una distinzione fra le spese correnti alle quali vanno applicate regole severe di finanziamento non in deficit e le spese di investimento che hanno la loro giustificazione nel miglioramento delle prospettive future. Ma dove sono gli investimenti della politica economica del governo se in fondo uno dei due contraenti ritiene che sia suo mandato ridurre o annullare i programmi di investimento?

Forse tra i due contraenti è necessario un vero chiarimento politico su questo punto, anche perché esso si riflette nella presentabilità della manovra.

Un ulteriore problema -tutto interno al governo- è non avere risolto questi problemi nella fase di preparazione della manovra ed avere consentito che essi si manifestassero come dissensi nella compagine di governo.
Oggi il ministro dell’economia difende la manovra e quel 2,4% in cui riassume il contrasto con l’Europa, ma il dubbio principale sulla sostenibilità di questo numero nasce dalla sua posizione nelle settimane della preparazione dei documenti.

Oggi quelle posizioni del ministro sono la giustificazione migliore per i dubbi dell’Europa.
E infine completa questo panorama l’atteggiamento per cui le cattive notizie vengono liquidate dicendo <<poteva andare peggio>>.
È una reazione assolutamente inutile. Oltretutto, il governo è in piena contraddizione con se stesso: non si può dire che il declassamento del debito pubblico italiano da parte di Moody è reso meno grave dal fatto che Moody ci assegna prospettive stabili e poi reagire al rating di Standard&Poor’s dicendo che il loro giudizio negativo sulle prospettive è <<compensato>> dal fatto che l’Agenzia non ha abbassato il rating del debito italiano.

Perché o si trae sollievo da una di quelle ragioni o lo si trae dall’altra. Trarlo da ambedue è ovviamente contraddittorio.

Infine lo spread. Non si tratta di dire che 300 è sopportabile e spostare progressivamente la soglia della preoccupazione. Oggi la prima esigenza è divenuta quella di indicare con chiarezza come il Governo intende far sì che lo spread torni a dov’era quando è nato il governo.
Altrimenti di cattiva notizia in cattiva notizia, sottovalutata in modo o nell’altro, una partita che poteva essere vinta, diventerà una partita persa.
Non dal Governo ma dall’Italia.

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