Giorgio La Malfa su Il Mattino del 31 Luglio 2015: "Il coraggio del disavanzo per rilanciare la crescita"

di Giorgio La Malfa - 31/07/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 31 Luglio 2015: "Il coraggio del disavanzo per rilanciare la crescita"

Nel 2006, l'Italia aveva un tasso di disoccupazione del 6,5%. Nel 2014, dopo i lunghi anni di crisi attraversati dal nostro paese, la disoccupazione ha toccato il 13%. Come ho scritto altre volte sul Mattino, ritengo che una salita così drammatica, che, oltretutto, assume connotati di particolare gravità nel Mezzogiorno, giustifichi e imponga un programma economico di emergenza. Quando, nella primavera scorsa il governo rese nota, nel Documento di Economia e Finanza, la propria impostazione di politica economica per il prossimo quadriennio, scrissi su questo giornale che la ripresa economica pre annunciata era troppo debole per incidere in maniera significativa sulla disoccupazione e che era indispensabile studiare il modo di accelerare il nostro ritmo di crescita. Del resto, erano le stesse previsioni del governo, che indicava un tasso di disoccupazione nel 2018 dell'11,9%, a dare forza a quella osservazione critica.

Ora è venuto il rapporto del Fondo Monetario Internazionale sull'economia italiana, nel quale si legge che, se l'Italia non trova il modo di accelerare il proprio ritmo di crescita, ci vorranno venti anni per riportare la disoccupazione al livello cui essa era prima della crisi. Il Ministero dell'Economia ha reagito con un certo fastidio alla pubblicazione del documento, osservando che esso non terrebbe conto delle innovazioni apportate di recente alla legislazione sul lavoro. E tuttavia quando venne presentato il Documento di Economia e Finanza, quelle innovazioni erano state già apportate e le previsioni del governo di una riduzione di un punto percentuale della disoccupazione in tre anni sono del tutto coerenti con la stima che ci vorrebbero vent'anni, a questo ritmo, per ridurre la disoccupazione di sette punti.

Dunque, la situazione è chiara: senza una spinta aggiuntiva alla crescita, la disoccupazione non si riassorbe. E poiché la politica monetaria della Bce ha condotto i tassi di interesse ai loro minimi storici, non vi sono altri margini per incentivare una più forte crescita con mezzi monetari. Rimane l'ltra leva di politica economica: il bilancio pubblico. Questo pone il Governo e lo avevo scritto anche nella scorsa primavera di fronte a un dilemma.

Se il Governo segue il percorso di rientro dal deficit concordato con l'Europa, di fatto deve accettare di non riassorbire se non marginalmente la disoccupazione aggiuntiva creatasi in questi anni. Se invece il Governo decide di stimolare una ripresa più forte, allora deve proporsi un disavanzo pubblico più alto di quello concordato con l'Europa, ma corre il rischio di entrare in conflitto con le autorità europee che sono ferme nell'interpretazione rigida dei parametri di rientro dal deficit. Il discorso del presidente del Consiglio di Milano della scorsa settimana, nel quale si delineava un ampio programma di riduzione delle imposte, sembrava indicare che il Governo aveva maturato la decisione di dare priorità alla ripresa economica ed alla lotta contro la disoccupazione. Sembrava segnare un punto di svolta importante. Ma le precisazioni successive degli ambienti del governo che hanno indicato la volontà di dare copertura a queste riduzioni di imposte con tagli della spesa pubblica, hanno sostanzialmente annullato la novità del discorso di Milano.

Dal punto di vista degli effetti sulla ripresa economica, una riduzione di imposte compensata da tagli di spesa è praticamente inefficace. Può essere giustificata da ragioni di equità, ma non muta la dimensione complessiva della domanda. Solo una riduzione del prelievo fiscale operata in disavanzo lascia nelle mani dei consumatori e degli imprenditori risorse che possono essere utilizzate per far ripartire i consumi e gli investimenti. I termini del problema sono questi e la questione non può essere nè elusa né aggirata. Si deve decidere se è più importante (o se è inevitabile) conformarsi alle richieste europee, o se invece si ritiene che la lotta contro la disoccupazione costituisce una priorità ineludibile. Nel primo caso ci si rassegna a una disoccupazione perennemente più elevata.

Nel secondo caso bisogna agire con determinazione accettando un incremento sostanzioso del disavanzo per almeno un paio di anni. Di quanto? Se il Governo pensa di ridurre le imposte per 35 miliardi di euro, si tratta essenzialmente di 2 punti in più di deficit in rapporto al PIL. Questi sono i termini del problema. Il Rapporto del Fondo monetario non fa che confermarlo. Ma è necessario uscire al più presto dall'ambiguità e dalle incertezze.

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