Giorgio La Malfa su Il Mattino del 6 Dicembre 2014: "Il Coraggio di stampare moneta".

di Giorgio La Malfa - 06/12/2014 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 6 Dicembre 2014: "Il Coraggio di stampare moneta".

La svolta nelle posizioni del Presidente della Banca Centrale Europea,  Mario Draghi,  ha preso corpo a metà dello scorso anno. Fino a quel momento, la BCE  e la Commissione Europea marciavano di concerto predicando l’austerità come unico rimedio alla crisi economica: bilanci pubblici da portare in pareggio a tutti i costi e prima possibile; “riforme” urgenti del mercato del lavoro, cioè essenzialmente riduzioni dei salari ottenute con la minaccia della facoltà di licenziare. Nell’agosto scorso, in un  discorso tenuto  a Jackson Hole negli Stati Uniti, il  Presidente della BCE hanno parlato di una grave  crisi economica ed ha spiegato che una parte significativa della disoccupazione europea dipendeva dalla debolezza della domanda. In quell’occasione Draghi ha parlato  addirittura del rischio di  ‘isteresi’, del rischio, cioè,  che la crisi economica dell’Europa possa avvitarsi su sé stessa. Isteresi è una parola tabù nel lessico dei conservatori perché essa implica la necessità di una politica economica attiva per interrompere un processo che altrimenti tenderebbe ad  aggravarsi progressivamente.

Si possono solo fare illazioni sulle ragioni che abbiano indotto questa evoluzione della posizione del Presidente della BCE. Probabilmente hanno pesato nelle sue valutazioni sia fattori economici che fattori politici. Draghi si deve essere reso conto, sul terreno strettamente economico, che la terapia dell’austerità non ha risolto i problemi dell’Europa e che i paesi che l’hanno praticata e la stanno praticando, invece di uscire dalla crisi, vi affondano sempre più – come è successo in Grecia e in Spagna prima e come sta succedendo ancora oggi in Italia. Ma soprattutto Draghi si deve essere reso conto che il prolungarsi della crisi tende a creare tali tensioni politiche e sociali e tali reazioni di rigetto contro la moneta unica e le istituzioni che l’amministrano, da mettere in pericolo l’intera costruzione europea.

E’ molto importante che Draghi non si sia limitato a presentare un’analisi diversa. Il fatto più significativo dal punto di vista della politica europea e che egli abbia proposto senza mezzi termini che la Banca Centrale utilizzi tutti gli strumenti di cui dispone per rimettere in moto l’economia europea. Questo ha già comportato la decisione di abbassare al massimo i tassi di interesse per stimolare il più possibile per questa via una ripresa degli investimenti. Ha significato anche – ed è il secondo passo -   mettere a disposizione delle banche tutta la liquidità di cui  esse possano aver bisogno per rispondere alla domanda di credito dell’economia. Ma se questo non basta – e, come si vede fino ad oggi, non basta, la impostazione di Draghi porta a concludere che deve entrare in campo la politica fiscale: tocca agli Stati sostenere la ripresa della domanda ed essi possono farlo solo aumentando in misure sufficiente il deficit pubblico. E, per evitare che la maggior domanda di risparmio proveniente dagli Stati, sottragga risorse ad eventuali impieghi privati, la Banca Centrale stessa deve procedere ad acquistare titoli di Stato, cioè essenzialmente stampare moneta a fronte dell’espansione dei bilanci pubblici.

Questo è il punto al quale è giunta la discussione interna alla BCE. Nella riunione di giovedì, essa non ha deliberato l’inizio degli acquisti dei titoli pubblici, ma ha deciso che tale intervento potrà essere fatto dalla Banca al momento opportuno. E come si vede dalle prese di posizione dei giorni scorsi e dal voto contrastato che vi è stato nel Consiglio della BCE sulla possibilità di un intervento di questo genere, si tratta di una questione sulla quale la divisione è profonda e radicale fra Draghi e i suoi sostenitori e i custodi dell’ortodossia monetaria che fino a ieri dominavano indisturbati l’Europa.

Mario Draghi ha avuto coraggio. Probabilmente, quando a gennaio porterà nel Consiglio della BCE la proposta di cominciare ad fare acquistare titoli di Stato europei alla BCE, troverà una opposizione netta da parte di un certo numero di membri del Consiglio, ma avrà con sé la maggioranza dei 24 membri di quell’organo. Gli oppositori lo sanno, ma contano, rendendo esplicita la loro opposizione, sia di ritardare l’effettivo inizio delle operazione di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE, sia di limitarne l’ammontare. Questa in effetti è la questione cruciale. Non si tratta di stabilire in linea di principio la liceità per la BCE di operare sui titoli di Stato (che tra l’altro) è perfettamente legittima ai sensi del Trattato di Maastricht. Si tratta di dare a questi interventi una dimensione sufficiente ad incidere veramente sulle possibilità  da parte degli Stati di stimolare la ripresa economica per via fiscale.

Il dissenso che si è palesato ieri nel Consiglio direttivo della BCE apre un problema serio per la moneta unica.  In tutte le banche centrali, vi sono decisioni difficili che vedono pareri diversi in seno agli organi dirigenti: nel Comitato Direttivo della Riserva Federale, che è la Banca Centrale degli Stati Uniti, si vota e le posizioni assunte dai vari  membri del Comitato sono rese note al pubblico. Anche in altre banche centrali le differenze di opinione in seno agli organismi dirigenti sono apertamente discusse. Ma non bisogna dimenticare che  il Consiglio  della BCE ha una natura diversa dagli organi direttivi di altre banche centrali: in esso, accanto  a 6 membri designati all’unanimità dall’Unione Europea, fra cui il Presidente e il Vicepresidente,  siedono i Governatori o i Presidenti delle Banche centrali dei paesi membri dell’euro. Siedono cioè i Paesi membri .

Per quanto il trattato di Maastricht abbia stabilito che   ciascuna banca è  autonoma all’interno del proprio  stato nazionale, il voto nel Consiglio della BCE del governatore di una banca centrale manifesta e rappresenta la posizione dello Stato al quale appartiene quella banca. E se questo Stato è un grande Stato o addirittura, come nel caso della Germania, è  il maggiore degli Stati membri, la frattura non riflette soltanto un diverso apprezzamento tecnico di un particolare passo di politica monetaria. Manifesta una vera divergenza politica in seno all’Unione. Difficilmente questi sono episodi isolati: in genere essi mettono in moto  processi destinati ad ampliarsi fino a provocare crisi più ampie e significative, seguite da chiarimenti di fondo o da vere e proprie fratture.  Dunque la battaglia in seno alla BCE sul futuro dell’euro è cominciata, anche se non è ancora possibile prevedere come si svolgerà e come si concluderà.

Come si è scritto la scorsa settimana a proposito della decisione della Commissione Europea sulle leggi di bilancio dell’Italia, della Francia e del Belgio, in Europa finalmente qualcosa si muove e si muove, seppure dopo troppi ritardi,  nella giusta direzione.  Vedremo verso quali sviluppi questo movimento porterà.

 

Giorgio La Malfa

 

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