Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 Settembre 2015: “Europa, servono gli sgravi fiscali per uscire dalla crisi”

di Giorgio La Malfa - 07/09/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 Settembre 2015: “Europa, servono gli sgravi fiscali per uscire dalla crisi”
Dalla conferenza stampa tenuta ieri da Mario Draghi al termine della riunione del direttivo della Banca Centrale Europea viene fuori essenzialmente che, dal punto di vista della ripresa economica, l’Europa ha perso altri sei mesi. Nel frattempo, le condizioni generali dell’economia mondiale tornano a  peggiorare. La Cina, nonostante una svalutazione del remimbi di quasi il 5%, registra una forte flessione dell’attività produttiva. Draghi ha detto che le attuali stime della BCE, che indicano un arresto della ripresa in Europa, non scontano ancora pienamente gli effetti della crisi cinese.
 
Come era prevedibile, e come era stato detto nello scorso gennaio al momento del lancio  del programma di espansione monetaria della Banca Centrale Europea - il cosiddetto quantitative easing – in una situazione di crisi economica prolungata, in cui  è diffuso il pessimismo dei consumatori e delle imprese, un’offerta abbondante di moneta può non essere sufficiente, da sola, a fare ripartire l’economia.  Un tempo si diceva che se il cavallo non beve, non basta mettergli a disposizione molta acqua. In questi casi, una politica monetaria generosa serve a poco, se non è accompagnata da altri interventi che la rafforzino e la completino.
 
In condizioni come queste, se si vuole uscire dalla crisi, accanto alla politica monetaria espansiva,  sono indispensabili più forti stimoli della domanda che possono venire solo dai bilanci pubblici sotto forma di sgravi fiscali a favore dei consumi e degli investimenti e di maggiori spese pubbliche in conto capitale. Naturalmente, affinché questi interventi possano essere efficaci nel rilanciare la domanda, essi debbono essere fatti  in deficit. In questo senso il quantitative easing è indispensabile perché evita che il maggior deficit produca più alti tassi di interesse e scoraggi per quella via la ripresa produttiva. Ma esso è efficace in quanto sia parte di una strategia più ampia che comprende l’utilizzazione dei bilanci pubblici a fini espansivi.  
 
In sostanza, quando le circostanze lo richiedono, bisogna utilizzare una politica fiscale  coraggiosa di più alti deficit e, per evitare che questo sforzo sia frustrato dall’aumento del costo del denaro, bisogna che la politica monetaria sia anch’essa fortemente espansiva.
 
Questo fu, a suo tempo, l’insegnamento di Keynes che ha costituito il nerbo della politica economica del secondo dopoguerra fino agli anni settanta dello scorso secolo e che consentì in tutto l’Occidente in quegli anni  di arrivare sostanzialmente alla piena occupazione. È questa la politica che ha consentito e consente agli Stati Uniti dei tassi di crescita economica che l’Europa nemmeno osa sognare.
 
L’Unione Monetaria Europea in questi mesi si è data una politica monetaria espansiva, ma ha continuato a dare priorità al riequilibrio dei bilanci pubblici: ha quindi rinunciato a utilizzare il solo strumento capace, dopo la lunghissima crisi iniziata nel 2008, di rilanciare la domanda. Ecco perché è giusto dire che si sono persi altri mesi. Ed ora le cose si sono fatte più difficili.
 
Il quantitative easing della BCE ha avuto un iniziale effetto positivo in quanto ha determinato una flessione del cambio euro-dollaro e quindi ha favorito la ripresa delle esportazioni, ma non ha rimesso in moto in misura significativa la domanda interna. La conclusione di Draghi è stata che la BCE intende rafforzare nell’immediato il programma del quantitative easing e forse prolungarne la durata oltre la data della metà del 2016 originariamente prevista. Ma tutto questo, se non cambia l’atteggiamento nei confronti delle politiche fiscali, non servirà a nulla. O quasi.
 
Invece di una conferenza stampa della BCE ci vorrebbe una conferenza stampa congiunta del presidente dell’eurogruppo e del presidente della Commissione Europea nel corso della quale essi dessero due annunci:  un immediato programma di investimenti europeo e  l’autorizzazione  a tutti i paesi membri che lo desiderino di decidere per il 2016 un deficit aggiuntivo di bilancio purché destinato  a sgravi fiscali o ad aumenti delle spese pubbliche di investimento.  Finché questo non avverrà, l’economia dell’eurozona continuerà a trascinarsi stancamente senza riuscire ad intaccare i livelli terribili della disoccupazione toccati in questi anni.
 
Come si vede anche dalle discussioni sull’emigrazione, l’Europa è debole e  divisa. In queste condizioni può avere la forza di cambiare una politica che pure si è rivelata profondamente sbagliata? Ma se da Bruxelles non verrà un’iniziativa coraggiosa e se continueranno le geremiadi sugli effetti positivi che dovrebbero avere i bilanci in pareggio e sugli effetti miracolosi che dovrebbero avere le famose ‘riforme’, la responsabilità di un cambiamento ricade sui singoli paesi. Soprattutto  quelli che, come l’Italia, registrano livelli intollerabili di disoccupazione dovrebbero decidersi  a dire basta a una politica che ha dimostrato in questi anni tutti i suoi limiti.
 
Ma ogni volta che un esponente del Governo italiano accenna all’obiettivo di far ripartire la ripresa,  questo stesso si affretta ad aggiungere che naturalmente tutto questo avverrà mantenendo il percorso virtuoso verso il pareggio del bilancio. “Ci vogliono giorni – diceva Goethe – e passano gli anni.” Nel frattempo le condizioni sociali si aggravano e il distacco delle opinioni pubbliche dai discorsi che riguardano l’Europa si accentua. Non sarebbe ora di prendere una inizitiva politica per cambiare strada?
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