Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 agosto 2016 “Il doppiopesismo della Bundesbank"

di Giorgio La Malfa - 05/08/2016 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 agosto 2016 “Il doppiopesismo della Bundesbank"

Per il presidente della Bundesbank, Weidman, intervistato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, è stato giusto, qualche anno fa, salvare le banche tedesche con soldi pubblici perché vi era il rischio di una crisi finanziaria globale. Oggi, invece, non sarebbe giusto fare la stessa cosa per le banche italiane perché nel frattempo l’Europa si è data nuove regole che prevedono che le banche in difficoltà possano fallire.

Se le banche vanno male e non si trovano capitali privati con cui risanarle dice Weidman - azionisti e obbligazionisti debbono pagare le conseguenze di avere fatto investimenti rischiosi. Poiché è molto improbabile che, in queste condizioni, qualcuno possa essere disposto a mettere nuovi capitali nelle banche, la sua posizione di fatto è che, una volta salvate (con soldi pubblici) le banche tedesche, sarebbe tanto di guadagnato lasciar fallire le altre banche. Oltretutto, anche se ovviamente Weidman non lodice, questo allargherebbe gli spazi di mercato per le banche tedesche.

Nell’intervista, il presidente della Bundesbnak applica la stessa logica dei due pesi e delle due misure ai problemi della finanza pubblica. Quando si trattò di finanziare la riunificazione tedesca, la Germania non esitò, nonostante il divieto sancito nelle regole di Maastricht, a superare il limite del 3% per i deficit di bilancio. Oggi invece, per Weidman, questo limite è insuperabile, anche se una spinta all’economia attraverso un maggiore deficit dovesse essere la sola strada per far ripartire la crescita.

Per il Presidente della Bundesbank vi sono solo due strade possibili di fronte ai problemi della finanza pubblica in Europa: o si sottrae agli stati membri la potestà sui bilanci pubblici e la si trasferisce a un’entità europea che scriverà i bilanci secondo le regole di Maastricht, oppure si deve prevedere la possibilità che non solo le banche, ma anche gli stati membri possano essere dichiarati insolventi e dunque possano fallire.

Poiché non si può pensare che Weidman non valuti la circostanza che lanciare questo messaggio abbia effetti potenzialmente disastrosi sulla stabilità finanziaria, bisogna concludere che per la Germania, o almeno per quella parte del mondo politico e finanziario tedesco rappresentata da Weidman, il sogno dell’unificazione politica dell’Europa è fallito. La moneta unica non è il primo passo verso la creazione di una comunità europea: è un semplice accordo per mantenere i cambi fissi costi in Europa, accompagnato da regole che comportano la conseguenza di rendere più deboli i paesi deboli e più forti i paesi forti. Lo aveva detto, con molta preveggenza, il suo predecessore Otto Pohl, presidente della Bundesbank negli anni ’80, quando in Europa si cominciava a parlare della moneta unica. Ma Pohl almeno aveva la coerenza di essere e di dichiararsi contrario a questo progetto che gli venne imposto dal Cancelliere Kohl al momento della unificazione tedesca, dopo la caduta del Muro di Berlino.

Ci si può domandare perché, una volta maturato questo scetticismo sulle condizioni di sopravvivenza dell’euro, la Germania non abbia il coraggio, come ha suggerito qualche giorno fa, in un’intervista al New York Times, il premio Nobel Stiglitz, di dichiarare l’esperimento fallito e di programmare un ritiro ordinato dalla moneta unica. La risposta è che l’euro in questi anni ha avvantaggiato soprattutto la Germania. Le ragioni sono due e concomitanti: la presenza nell’accordo di paesi con monete deboli come l’Italia, la Spagna e la stessa Francia, ha frenato la corsa al rialzo del marco avvenuta nell’ultima parte dello scorso secolo e la possibile perdita di competitività che ne sarebbe seguita; nello stesso tempo l’introduzione della moneta unica ha distrutto la competitività di sistemi industriali come quello italiano che, attraverso la svalutazione periodica della lira e la periodica rivalutazione del marco, aveva con successo difeso e ampliato le proprie quote di mercato in Europa e nel mondo.

Quando si cercano le ragioni di una performance economica così insoddisfacente come quella dell’Italia negli ultimi venti anni, più che alla mancanza delle cosiddette riforme, che sono l’illusione alla quale i nostri successivi governi si sono appigliati per cercare di nascondere il loro fallimento, si deve guardare a questi fenomeni del cambio, al feticcio della moneta unica alla quale l’Italia ha sacrificato decine di migliaia di imprese e alcuni milioni di posti di lavoro.

Una cosa giusta Weidman la dice, alla fine dell’intervista. L’Europa – dichiara - più che una politica ha scelto di guadagnare tempo e di aspettare. Prima o poi dovrà scegliere o di affidare tutto il suo futuro alla Germania oppure dovrà recuperare una qualche autonomia nella condotta della politica economica. Ma la Germania, che pure dovrebbe sentire il dovere di una solidarietà politica con il resto dell’Europa e quindi concorrere a scegliere una soluzione valida per tutti, ha il vantaggio di poter fare quello che più le fa comodo e lasciare agli altri la scelta fra una sottomissione o un disperato tentativo di liberarsi da un giogo sempre più pesante.

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