Giorgio La Malfa su Il Mattino del 6 marzo: “Ma ora serve un taglio delle tasse”

di Giorgio La Malfa - 06/03/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 6 marzo: “Ma ora serve un taglio delle tasse”
Forse non poteva dire di più, ma la conferenza stampa di Draghi di oggi è deludente. C’è la conferma dell’avvio delle misure di Quantitative Easing decise il 21 gennaio scorso dal Consiglio della Banca Centrale Europea e l’annuncio che i programmi di acquisto di titoli avranno inizio tra tre giorni il 9 marzo. C’è anche l’indicazione di un lieve miglioramento dell’andamento generale dell’economia dell’EuroZone. E  tuttavia Draghi riconosce che nonostante questi miglioramenti non si può dire che la zona dell’Euro sia uscito o stia uscendo dalla crisi. Ha detto testualmente il Presidente della BCE che “Dato l’alta disoccupazione strutturale e la bassa crescita potenziale del reddito nell’area dell’Euro, una ripresa ciclica delle dimensioni di quella che oggi prevediamo non consente alcun compiacimento”.
 
Si tratta di una dichiarazione importante, ma quello che è molto deludente sono le indicazioni di politica economica che Draghi trae da questa diagnosi. Tutto quello che la BCE suggerisce è le riforme del mercato del lavoro e il miglioramento del clima imprenditoriali nei paesi dell’EuroZone. A questo Draghi aggiunge – ed è ancora più preoccupante- che le politiche di bilancio debbono restare fermamente in linea con il Patto di Stabilità di crescita. Aggiunge anzi che “La piena e coerente realizzazione del patto di stabilità e di crescita è la chiave della fiducia nel sistema della finanza pubblica”.
 
Siamo a un passo indietro rispetto all’analisi che, il Presidente della Banca Centrale Europea aveva fatto lo scorso anno nel suo ormai famoso discorso negli Stati Uniti a Jackson Hole dove aveva per la prima volta indicato che esisteva nell’Eurozone un problema di debolezza della domanda complessiva dalla quale dipendeva almeno in parte la disoccupazione. Quella analisi conduceva alla conclusione che non solo era necessario ampliare per così dire i cordoni della borsa monetaria ma era altresì indispensabile allentare i vincoli fiscali.
 
Nelle dichiarazioni di oggi di tutto questo non c’è traccia. Si ha l’impressione che lo sforzo di convincere il consiglio della banca e soprattutto di resistere alle pressioni contrarie della Germania in materia di allentamento dei vincoli monetari, abbia costretto Draghi a prendere un profilo molto più tradizionale e conservatore per quanto riguarda gli altri aspetti della politica economica – una posizione contraria agli stimoli fiscali da una parte, un’insistenza sulle riforme del mercato del lavoro dall’altra.
 
La convinzione della maggior parte degli economisti che seguono questi argomenti è che il Quantitative Easingè una misura necessaria ed anche utile ma che da solo non può fare molto di più che concorrere all’abbassamento dei tassi dell’interesse, che, peraltro, sono già bassissimi. Per avere un effetto sostanziale e sostanzioso il Quantitative Easing ha bisogno di accompagnare uno stimolo fiscale perché esso sosterrebbe la domanda di investimenti e la domanda di consumi. Se invece l’unica misura che accompagna il Quantitative Easing dovesse essere la flessibilità del mercato del lavoro si rischierebbe di avere addirittura una maggiore deflazione a causa dell’evidente aumento della disoccupazione che la flessibilità dei mercati del lavoro produce quando la domanda è debole.
 
Peccato. La Banca Centrale Europea sembrava avere preso su di sè con determinazione il compito di alimentare la ripresa economica della zona dell’Euro. Evidentemente i contrasti con la Germania pesano e condizionano in modo visibile la possibilità per la BCE di portare fino in fondo la svolta che speravamo potesse determinarsi.
 
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