Giorgio La Malfa su La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno del 24 luglio: "O le tasse o la spesa"

di Giorgio La Malfa - 24/07/2015 - Economia
Giorgio La Malfa su La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno del 24 luglio: "O le tasse o la spesa"

CI SONO due ragioni completamente differenti per le quali un governo puo proporsi di ridurre le imposte. Se pensa che la pressione fiscale sia eccessiva può decidere di ridurre le imposte e, per evitare di squilibrare il bilancio dello Stato, compensare questa riduzione delle imposte con una riduzione equivalente della spesa pubblica. Può essere un modo efficace di rilanciare l’economia se i consumatori e gli imprenditori, sentendo diminuire la presenza dello Stato, reagiscono positivamente.

Ma è sicuramente una cura lenta, anche perché tagliare la spesa pubblica non è un’operazione che si possa fare in cinque minuti. C’è una seconda ragione per la quale un governo può decidere di ridurre le imposte, ed è quella di aiutare la ripresa dell’economia lasciando nelle mani dei consumatori e degli investitori un maggior ammontare di risorse. In questo caso si può procedere molto rapidamente perché basta, con un decreto legge, decidere i nuovi livelli dell’imposizione. In questo caso, non solo non è necessario tagliare le spese, ma anzi è assolutamente necessario non farlo, perché è evidente che il taglio delle spese annullerebbe gli effetti sulla domanda del taglio delle entrate.

NATURALMENTE, in questo caso nell’immmediato aumenterebbe il deficit dello Stato, anche se si può sperare, se la manovra è efficace, che le maggiori entrate fiscali dovute alla espansione dell’economia compensino l’effetto sul deficit. Sono due strategie diverse, sostanzialmente incompatibili fra loro. O si sceglie l’una o si sceglie l’altra. Gli economisti sono divisi su questa materia (come lo sono su tutte le questioni veramente importanti).

Per alcuni, sperare di rimettere in moto l’economia attraverso il deficit pubblico è un’illusione pericolosa destinata a provocare soltanto un aumento dell’inflazione. Per gli altri, quando la domanda è debole e quando la politica monetaria ha fatto di tutto per rilanciare l’economia senza riuscirci – e la Bce ha fatto di tutto come si vede dai tassi di interesse che sono bassi come non sono mai stati – allora, se non ci si vuole rassegnare alla crisi e alla disoccupazione, bisogna usare il deficit pubblico per stimolare l’economia.

FINORA il governo Renzi, pur dichiarando che il suo obiettivo era di far ripartire l’Italia, ha sostanzialmente accettato la filosofia dominante in Europa, e cioè che non si esce dalla crisi attraverso uno stimolo della domanda, ma solo attraverso la coppia austerita dei bilanci -flessibilita dei mercati del lavoro. Renzi aveva accettato il percorso di rientro dal deficit stabilito dall’Europa ed era intervenuto solo sui costi del lavoro. Sabato scorso, in un discorso importante, ha delineato un vasto programma di riduzione delle imposte in tre anni. A me è sembrato un cambiamento molto significativo di linea: l’ammissione che le strategie messe in campo finora per far ripartire l’economia erano fallite ed era indispensabile agire dal lato della domanda.

Questo implica un aumento del deficit e metterebbe il governo in rotta di collisione con l’Europa. Ma ho pensato che Renzi avesse riflettuto a lungo e fosse giunto alla conclusione che non vi era altra strada. A distanza di pochi giorni, la confusione è sovrana. Il ministro dell’economia si dichiara d’accordo col premier, ma parla di un programma di tagli di spesa. Se è cosi si torna alla vecchia strategia, che si è fallimentare. È indispensabile che Renzi chiarisca che cosa ha in mente. O sceglie una strada o sceglie l’altra. In Italia e nei rapporti con l’Europa.

Giorgio La Malfa

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