Gli stati nazionali non hanno titolo per farlo e le agenzie internazionali, l'azione delle quali potrebbe essere orientata in termini cooperativi dagli stati nazionali, hanno una geometria interna del potere di controllo ed indirizzo non sempre omogenea. In ogni caso, non hanno, ciascuna di loro, uno spettro di competenze adeguato alla complessità del problema da risolvere. Nasce da queste due circostanze l'aspirazione ad una conferenza internazionale, la nuova Bretton Woods, auspicata in forme e modi non sempre convergenti nelle riunioni del G20, il gruppo di lavoro che raccoglie i governi dei primi venti paesi del mondo. Questo metodo è necessario per trovare una soluzione ma non è ancora sufficiente. Inoltre, ed è altrettanto importante, la nuova architettura dell'ordine economico mondiale richiederebbe, per essere raggiunta, una combinazione convergente di politiche fiscali, politiche monetarie e regolamentazione dei mercati e degli intermediari finanziari. Sulla convergenza di politica monetaria e politica fiscale hanno scommesso dal primo momento Stati Uniti e Gran Bretagna; sulla nuova regolamentazione finanziaria insistono i grandi stati nazionali che guidano l'Unione Europea. In particolare i Governi guidati dalla Merkel e da Sarkozy. Gli attori, insomma, sono divisi sugli strumenti da privilegiare, od almeno sulla rilevanza relativa, l'ordine di importanza da assegnare a ciascuno di quegli strumenti.
Gli attori sono anche poco omogenei. Gli stati nazionali agiscono singolarmente, o mediante accordi parziali, nell'ambito dell'Unione Europea, al tavolo del G20. L'Europa, insomma non è un attore per due motivi.
2. L'anomalia europea: Il club della moneta ed il club commerciale
Esiste un Europa dell'euro, un club monetario, ed una Europa allargata, che è un club commerciale, un grande mercato unificato. Ma molte economie europee hanno regimi del mercato del lavoro, della previdenza e delle imposte, del cambio monetario eterogenei rispetto a quelli del club dell'euro. L'economia europea come un tutto, infine, è un paese moderatamente capace di esportare. In effetti solo l'economia tedesca esporta fuori del perimetro europeo. Ma ci riesce perché utilizza come filiera di base, per le proprie produzioni, le economie dei paesi esclusi dall'area dell'euro. La Germania avrebbe un surplus commerciale adeguato per farsi carico di una politica fiscale espansiva ma non se la sente di fare questa scommessa. La Francia non ha la forza economica della Germania ma si pone al suo fianco nella richiesta di cambiare le regole della finanza, marcando la distanza tra la cultura continentale di due grandi attori europei in antitesi alla cultura anglosassone che unisce Gran Bretagna e Stati Uniti. I due paesi che, dal primo momento hanno scelto di porre in primo piano la convergenza espansiva di politiche monetarie e fiscali ed un robusto piano di cartolarizzazione dei titoli opachi, o tossici chi dir si voglia, l'incertezza sul valore dei quali penalizza la percezione del valore economico dei patrimoni del sistema bancario e diffonde ombre sinistre sulle relazioni interbancarie e la liquidità dei mercati finanziari internazionali.
3. Stato e mercato: economia ed istituzioniIl mercato esiste da sempre, perché le comunità vivono mediante la combinazione variegata di scambi tra gli individui e di aggregazione dei comportamenti collettivi, attraverso macchine gerarchiche, le organizzazioni e le istituzioni. Indipendentemente dalle forme in cui si è presentato questo complesso di circostanze, le comunità hanno risolto il problema della produzione e della distribuzione del valore lungo due strade: l’economia monetaria di produzione, che si fonda sulla moneta e la finanza, cioè il debito. Anche la moneta è un debito, il debito del sovrano e poi della banca del sovrano, che diventa, nel tempo, la banca delle banche e la banca dello stato: la banca centrale. Le imprese, e gli stati, sono le gerarchie grazie all’esistenza delle quali l’insieme degli scambi non si risolve in una parcellizzazione caotica della produzione di ricchezza e della distribuzione del benessere. Le banche, e gli intermediari finanziari, sono le imprese dei mercati in cui si scambiano titoli e moneta. Non esisterebbe la crescita senza il debito ma non esisterebbe la giustizia sociale senza la politica fiscale. Non esisterebbero nemmeno banche ed imprese senza il diritto di proprietà e l'insieme degli strumenti per regolare gli scambi di merci, servizi e titoli. Gli oggetti - merci, titoli o servizi che siano - hanno un valore economico perché sono utili e scarsi, appropriabili e quindi scambiali, prodotti per lo scambio e non solo per una esigenza di tipo personale, per i motivi appena detti. Questo è la spirale lungo la quale è cresciuta l'economia monetaria di produzione. Il socialismo, la democrazia, il capitalismo, l'economia sociale di mercato, la programmazione e la pianificazione, i liberali ed i liberisti, i mercatisti e gli statalisti sono solo categorie mentali, proiezioni e simboli, attraverso la utilizzazione dei quali, culture, diverse tra loro, cercano di dare un senso alla spirale sottostante che, in termini di conoscenza oggettiva, e non di ideologia, si può indicare come economia monetaria di produzione.
4.L'armonia perduta, il mondo che vorremmo e la strada per arrivarci: chi sono i protagonisti della scena?
A volte la spirale si arresta ed implode su se stessa. Quando al debito non corrisponde un investimento capace di ripagarlo, perché la crescita dei valori in cui investire si gonfia troppo e non riflette la loro capacità di produrre valore in futuro. Ma l’economia monetaria di produzione, l’opportunismo degli attori che la muovono, il rischio di agire in condizioni incerte, la mancanza di conoscenze ed opinioni condivise tra gli individui che animano i mercati, rimangono identici nella loro interazione reciproca. Bisogna riprogettare il mondo con le categorie ideologiche delle nostre culture (citate alla voce precedente)? O bisogna riavviare la spirale alimentando la disponibilità di moneta, ricostruendo le ragioni di credito, migliorando controlli e supervisioni sulle gerarchie, allargando lo spazio degli scambi perché le gerarchie sono cresciute troppo su stesse ed il costo del loro controllo supera ormai i vantaggi che la grande dimensione offre? Obama, Bernanke, Paulson e Geithner, Mario Draghi agiscono sul mondo che esiste per ridargli slancio ed intendono riformare le regole solo per governare meglio: non per disegnare il nuovo mondo che hanno intravisto nei propri sogni. Sarkozy e la Merkel sono conservatori che hanno paura del cambiamento ma lo esorcizzano, enfatizzando il valore salvifico delle nuove regole e dimenticando Giovenale, Quis custodiet ipsos custodes? Giulio Tremonti è un moralista rivoluzionario più che un riformatore: un uomo dalla grande visione ma con un eccesso di confidenza nei poteri della legge rispetto agli effetti dei comportamenti collettivi indotti da incentivi e regole.
Pubblicato sul numero 2 del 2009 di MondoperaioMassimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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