Il governo non ascolta e va verso il baratro

di Paolo Savona - 13/01/2012 - Economia
Il governo non ascolta e va verso il baratro

- Panorama Economy, 18 gennaio 2012 -

 

L'impermeabilità a qualsiasi dialogo è una costante che accomuna esecutivi politici e tecnici. Così ci siamo adattati alla non crescita, piuttosto che risolvere i problemi che ci assillano.
 

Caro direttore, Le avevo già espresso il mio intendimento di non trattare più temi di politica economica interna per il disagio che provo di fronte all'impermeabilità dei governi politici e tecnici a qualsiasi dialogo sul da farsi che non coincida con le loro diagnosi e terapie; forse è più appropriato dire di quelle della Ue. Preferisco dedicare la mia rubrica Ozi&Negozi ai temi internazionali, che in fondo sono quelli che condizionano la nostra crescita più delle pensioni e dei salari; cessato il vincolo esterno dell'alternativa comunista, il neocapitalismo ha messo sotto accusa queste fondamentali grandezze di un qualsiasi Paese civile.

Ci siamo adattati alla non crescita, aumentando tasse e balzelli sul reddito e sulla ricchezza, piuttosto che affrontare i veri problemi che ci assillano. L'unica giustificazione data è che i provvedimenti erano urgenti e senza alternativa per evitare di cadere nel baratro. Ho già sostenuto che l'una e l'altra spiegazione erano infondate. I fondamentali dell'economia escludevano che fossimo sul ciglio di un baratro, ma con le scelte fatte abbiamo mosso un passo verso di esso. La conferma proviene dalla dimensione e persistenza dello spread Btp-Bund.


Se avessimo provveduto a rimborsare 250 miliardi di titoli dello Stato cedendo parte del patrimonio pubblico saremmo restati fuori per oltre un anno dallo stress di un rinnovo dell'indebitamento statale in scadenza. Non avremmo capitalizzato l'aumento degli oneri finanziari sul debito e risparmiato una cifra prossima all'aumento delle tasse deciso.

Alcune soluzioni tecniche erano state avanzate, restando inascoltate, da persone mosse dal desiderio di contribuire al bene comune. Non uno dei governi che si sono succeduti ha dato una risposta al perché non si sia provveduto a questa operazione prima di ogni altra forma di intervento deflazionistico e iniquo; considero indegno che si sia inciso sui pensionati e sui redditi da lavoro, oltre che sui risparmi accumulati dopo avere assolto all'obbligo fiscale per tenersi stretto il patrimonio pubblico e lasciare intonse le inefficienze della pubblica amministrazione e gli sprechi della politica.


Si parla tanto di crescita e si chiede al governo di propiziarla, dopo essere stato, con l'Unione europea, membro attivo della sua caduta. Si ripropone invece il tema delle liberalizzazioni. Non è dato sapere ancora quali saranno, ma su un punto gli economisti sono d'accordo: la liberalizzazione di cui necessitiamo per crescere è quella dall'oppressione fiscale e dall'ingerenza illiberale dello Stato sui fatti della nostra vita. Abbiamo invece più tasse e meno libertà.

Dopo essersi impossessato di quasi la metà del reddito nazionale, lo Stato comincia ad aggredire il popolo delle formiche. Un mio maestro di scuola liberista, Karl Brunner, sosteneva che il problema degli squilibri è non averli e, quando li si ha, occorre porre grande cautela nel riassorbirli, perché se si sbaglia nel farlo, si possono causare più danni di quelli che si volevano evitare. Credo che siamo ormai in questa situazione.

 

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