Un nuovo governo dell'economia mondiale

di Paolo Savona - 01/02/2010 - Economia
Un nuovo governo dell'economia mondiale
La settimana trascorsa ci ha portato qualche notizia confortante: gli Stati Uniti e la Cina crescono più del previsto, che era già tanto, e il Fondo monetario internazionale prevede per tutti una maggiore crescita. L’inflazione resta inoltre sotto controllo. Le autorità ci avevano avvertito con insistenza che dovevamo prepararci a un’exit strategy, ossia a condizioni monetarie e fiscali più strette rispetto a quelle da esse stesse propiziate per fronteggiare la crisi; ci ritroviamo invece inviluppati in un mare di altri problemi: disoccupazione in crescita, timori di insolvenza da parte della Grecia, sospetti che possa accadere lo stesso alla Spagna, volontà di limitare il libero agire delle banche e l’indipendenza delle banche centrali, investimenti stagnanti e domanda di credito cedente.

All’inevitabile clamore dei media su questi temi, si aggiunge quello delle autorità e dei grandi operatori che ha raggiunto il diapason nell’incontro di Davos. Il copione andato in onda è quello al quale avevamo già assistito prima del 2008, quando le autorità del G2, un consesso non ufficiale, e quelle che, allargandosi di volta in volta hanno dato vita al G20, che invece tale crisma lo hanno, non decisero di parlare un unico linguaggio e, tornati a casa, seguire le stesse politiche. Abbondano oggi le dichiarazioni sul fatto che la lotta alla disoccupazione è obiettivo sentito e prioritario, ma danno al tempo stesso la sensazione che, invece, lo sia quello di fissare nuove regole per prevenire gli abusi delle grandi banche. Continua inoltre il grande dibattito sulla solvibilità del debito pubblico greco, che allarga agli Stati la stessa colpevolezza delle banche (ma non si dice!) e oscilla tra la volontà di assistere la Grecia e quella contraria, nonché tra il sottolineare alternativamente l’importanza che intervenga l’Unione Europea (per interesse e testimonianza di solidarietà) e la possibilità di farlo secondo gli accordi europei; come se essi fossero scolpiti su tavole di pietra per mano di Dio. Si ipotizza, peraltro senza lo scandalo dovuto, che a soccorrere la Grecia possa anche essere la Cina e che l’area delle insolvenze si allarghi alla Spagna, secondo i sospetti del guru delle previsioni, Nouriel Roubini.

Aumentano inoltre i desideri di vendetta per le colpe delle banche americane e dei loro manager, soprattutto perché hanno ripreso a guadagnare, accompagnati da polemiche sull’indipendenza delle banche centrali e da sollecitazioni autorevoli per allargare il credito, nonostante non corrisponda una pari volontà delle imprese di indebitarsi per effettuare nuovi investimenti. Guarda caso spunta anche la proposta di porre nuove tasse, come se non bastassero quelle che già ci sono e le regole che si intende varare per evitare i fallimenti.

Se abbiamo bisogno di un’exit strategy, questa dovrebbe riguardare un’uscita da questi eccessi verbali che lasciano le cose come stanno. L’Unione Europea non mostra di sapersi disfare della pesante bardatura che impedisce a essa di prendere soluzioni rapide e razionali, come quelle di aiutare la Grecia a superare le sue difficoltà, lasciando spazio alla tentazione di chiedere alla Cina di farlo. Né sa dare attuazione a una seria politica di opere pubbliche che affronti la disoccupazione, pur avendola individuata sulla carta. Gli Stati Uniti non mostrano di voler esercitare l’indispensabile leadership monetaria e valutaria insita nel ruolo internazionale del dollaro e concordare almeno con il resto del mondo “che conta” la sua politica nei confronti delle banche, della finanza e dei mercati dei derivati; ritiene infatti di poter continuare a pensare ai propri problemi di crescita e di occupazione basandosi sull’assorbimento degli altrui risparmi, accada quel che accada. Disoccupazione, squilibri di bilancia dei pagamenti, investimenti stagnanti e regole del gioco globale finanziario e valutario sempre più stantie, restano problemi sui quali il silenzio sui modi pratici per risolverli è più assordante delle dichiarazioni di intenzione fatte sotto la luce dei riflettori. Il palcoscenico di Bretton Woods era qualitativamente ben diverso da quello di Davos. Ha ben ragione il nostro ministro dell’Economia che i Parlamenti si devono reimpossessare delle decisioni, ma a essi spetta il compito di una lettura dei problemi in chiave di cooperazione globale. Esercizio non facile, dato la visione ristretta degli interessi nazionali che essi hanno. Al giusto rilievo mosso alle conclusioni di Davos deve far seguito una proposta che allarghi il dibattito ai tre temi fondamentali del futuro dell’economia mondiale: politica, almeno europea, rispetto al dollaro, regimi di cambio eguali per tutti i partecipanti agli scambi internazionali e regole comuni per l’attività bancaria e finanziaria. Si riporti quindi Davos nelle sedi appropriate (Bretton Woods?), se si hanno le idee chiare sulle soluzioni da prendere.

da Il Messaggero del primo febbraio 2010

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