Grandi opere e edilizia, la doppia sfida per ripartire

di Paolo Savona - 10/03/2009 - Economia
Grandi opere e edilizia, la doppia sfida per ripartire
In un dibattito eccessivamente sbilanciato su crescenti allarmismi e pressanti richieste di assistenza per lenire i costi sociali della crisi la proposta di agire sulle opere pubbliche e sull’attività edilizia ci appare un segnale positivo che ha già trovato autorevole sollecitazione negli scritti del Presidente Ciampi su questo stesso giornale. All’annuncio delle intenzioni del Governo di rilanciare il settore, che troveranno però forma precisa solo nel prossimo Consiglio dei ministri, è già cominciato un fuoco di sbarramento da parte di coloro che vedono solo abusi legali o danni ambientali nella proposta di permettere ampliamenti di abitazioni e di capannoni industriali in deroga alle norme edilizie. Penso che buone norme di indirizzo, alle quali devono fare seguito quelle di attuazione da parte di Regioni e Comuni, possano evitare abusi e danni, purché per ottenere questo scopo esse non divengano procedure burocratiche che, allungando i tempi di attuazione, contrastino una rapida ripresa dell’attività di costruzione di cui abbiamo tanto bisogno. Ed è su queste caratteristiche che si concentra la nostra attenzione, lasciando ad altri di indicare come prevenire le distorsioni.

L’ultimo ciclo produttivo e occupazionale è stato sorretto in misura prevalente dagli investimenti nell’edilizia e nelle opere pubbliche, soprattutto nel Mezzogiorno. Questi due settori coinvolgono direttamente la produzione di una ventina d’altri, con un effetto moltiplicativo della spesa piuttosto elevato che tocca anche settori manifatturieri oggi in seria difficoltà, quali i materiali per l’edilizia, i macchinari e le attrezzature produttive, gli elettrodomestici, gli arredi e corredi per abitazioni. Inoltre, se si orienta l’attività del settore verso il risparmio di energia, come annunciato, una buona attuazione del provvedimento è in condizione di imprimere un impulso a produzioni che languono pur avendo grandi prospettive di mercato e consentirebbe un parziale riassorbimento del deficit energetico che grava come una tassa sui redditi del Paese. Il ponte sullo stretto di Messina sosterrà la produzione metallurgica e mobiliterà prodotti e servizi collaterali altamente sofisticati. Respingere tutto questo perché si sostiene che produrranno solo abusi e danni ambientali significa credere ancora che si esca dalla crisi a parole o affidandosi a un tardivo traino del mercato internazionale.

Questo non intende essere un invito al lassismo legale, ma a fissare buone regole per riaprire uno spiraglio nel futuro dell’economia e dell’occupazione nazionale. E’ giunto il momento che cittadini e imprenditori piccoli e grandi dimostrino di credere che la democrazia e la convivenza civile si basano sulla “regola della legge” e non sull’arbitrio individuale. Potremmo restarne delusi, ma non possiamo sottrarci dal sostenere che dobbiamo avere ancora fiducia nel controllo esercitato dagli organi delegati e dalla pubblica opinione, che ha già mostrato casi di comportamento esemplare.

Per questo stesso motivo non posso esimermi dal sottolineare che un’azione come quella prevista dal Governo richiede la collaborazione delle banche nella concessione del credito. Non credo sia necessario inviare i prefetti per ottenerla avendo esse interesse e anche necessità a fornirla spontaneamente per continuare a crescere. Nel simultaneo sollecito proveniente da più parti che le banche siano più caute nello stimare il merito di credito e più attive nel finanziare anche le imprese in difficoltà, non riesco a capire dove si deve fermare il pendolo. Sarebbe certamente di grande sollievo per l’economia farlo fermare dalla parte di un maggiore credito alle imprese, ma se questo fosse il suggerimento si dovrebbe essere coscienti che si mettono a rischio i risparmi che le famiglie italiane affidano alle banche, dopo le devastazioni dei loro piccoli investimenti azionari e il deprezzamento dei titoli di Stato. E’ questo che si vuole? Chi si carica il maggiore rischio di credito? Sarebbe importante un urgente e non equivoco chiarimento su questa delicata materia.

da Il Messaggero del 9 marzo 2009
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