Greenspan’s “Age of Turbolence” visto da Savona

di Paolo Savona - 28/09/2007 - Economia
Greenspan’s “Age of Turbolence” visto da Savona
La lettura delle memorie di Alan Greenspan conferma che un buon governante (o, se si preferisce il termine inglese, un policy maker) non deve avere “fastidi” intellettuali, ma poggiare le sue scelte su valori fermi, anche se hanno basi indimostrabili, mantenendo un’altrettanta ferma volontà di perseguirli coerentemente. Nell’esposizione di Greenspan manca infatti un rigoroso inquadramento teorico della politica monetaria condotta nei due decenni di presidenza del Federal Reserve Board e del Federal Open Market Committee, le due istituzioni che compongono la banca centrale degli Stati Uniti; vi è invece un esplicito rifiuto del patrimonio teorico e dei metodi di cui si avvale la ricerca economica, ma anche una altrettanto chiara traccia dell’esistenza di un grande fiuto per le vicende economiche e politiche e un fermo convincimento sulla superiorità del capitalismo competitivo come forma di perseguimento della prosperità. Greenspan vede nel pieno riconoscimento del diritto di proprietà il principale strumento operativo di questo sistema.

I 25 capitoli che compongono il ponderoso lavoro (oltre 500 pagine) sono condotti secondo questa chiave di lettura dello sviluppo. Egli ritiene che i paradigmi economici conosciuti non sono in condizione di interpretare la realtà e che l’econometria offre una visione limitata e troppo meccanicistica dei problemi da affrontare, in quanto basata sulla logica della probabilità che egli bolla come equivalente al metodo di lanciare più volte in aria una moneta affidando la risposta a quello che gli italiani chiamano il metodo “testa o croce”. Questa sua attitudine non é dovuta a ignoranza della matematica, che ben conosce; ammette infatti d’aver regolarmente consultato le ricerche che gli venivano presentate quotidianamente dai suoi eccellenti collaboratori del Servizio Studi della Fed e posto attenzione ai contributi teorici che venivano maturando nelle Università e nei centri di studio, ma ribadisce che, pur valutandoli, non si faceva da essi influenzare e ha mirato sempre a farsi una propria idea. Il successo avuto, sia pure costellato da qualche errore che altri gli attribuiscono o egli stesso ammette, accredita la bontà di questo suo metodo.

Il suo riferimento costante è la Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, che dichiara d’aver letto nell’immediato dopoguerra quando non aveva ancora intenzione di fare l’economista, ma il musicista. Egli considera centrale l’idea che ogni uomo deve poter liberamente perseguire il suo proprio interesse (che però non è di Smith, ma degli utilitaristi inglesi) e attribuisce allo Stato il ruolo di tutelare la proprietà. Greenspan considera che il realizzarsi di queste due condizioni ha aperto la strada all’affermazione del capitalismo – attenzione, non del mercato! – divenuto l’unico mezzo efficace per raggiungere la prosperità individuale e di un paese. La sua passione smithiana è integrata qua e là con l’idea dell’”imprenditore deviante” di Schumpeter e della “distruzione creativa”, che attribuisce erroneamente allo stesso autore.
Salvo un richiamo negativo, ma abbastanza sfumato, alle idee di Keynes, che ovviamente non condivide, gli economisti che cita sono quelli con cui ha avuto contatto ma, pur distribuendo elogi, di nessuno sottolinea i contributi teorici, ma usa frasi da essi dette o scritte in quanto funzionali alla sua analisi e alle sue scelte.
E’ quindi fuori dubbio che con questo suo monumentale lavoro Greenspan non intendeva offrirci un inquadramento teorico della sua lunga azione di gestore della politica monetaria degli Stati Uniti (e del mondo, ma ritorneremo dopo sul tema), dato che a suo avviso questa affronta problemi troppo complessi per essere spiegata da paradigmi logici o costretta entro stime econometriche.

Molto spazio dedica invece a confutare l’accusa rivoltagli di essere troppo orientato ai “fatti di casa” e poco a quelli del mondo e a tal fine avanza dettagliate analisi dimostrative della sua conoscenza e delle sue valutazioni sugli andamenti economici e politici dei principali paesi o aree geografiche del Pianeta. Nonostante questa parte del libro presenti una dovizia di particolari e di giudizi, in essa aleggia una costante valutazione degli altri secondo un approccio domestic oriented: la sua idea fissa è che, se si fosse arrestato o avesse anche solo rallentato il ritmo della locomotiva americana, il resto del mondo avrebbe vissuto peggio e vivrebbe peggio ancora oggi se il mercato, spaventato dal deficit di bilancia estera e dal conseguente accumulo di debito per finanziarlo, imponesse una caduta della domanda interna agli Stati Uniti. Questa non troverebbe compensazione nel traino consentito dalla quantità e qualità dello sviluppo dei paesi emergenti. Questi ultimi, a detta di Greenspan, non raggiungeranno nel prevedibile futuro le condizioni istituzionali e il dinamismo degli Stati Uniti, che resterà sempre il motore dello sviluppo globale. Il suo paese, conclude Greenspan, non verrà indebolito dalla concorrenza mossa da questi paesi (lo scetticismo sull’Unione Europea non è reso esplicito, ma è palpabile), né il suo potere economico è minato dal debito creato dal deficit della bilancia estera e del possibile crollo del dollaro, ma lo sviluppo degli Stati Uniti può essere arrestato solo se la politica americana accogliesse le crescenti pressioni sociali per aumentare la spesa pubblica e accettasse una maggiore inflazione e un abbassamento strutturale dei profitti. Egli ritiene che la solidità e la capacità innovativa dell’economia statunitense e la rigorosa tutela legale garantita alla proprietà è alla base della scelta del resto del mondo di cedere agli Stati Uniti una parte significativa dei propri risparmi; e aggiunge che ciò è frutto non solo della convenienza a farlo, ma anche della loro incapacità ad utilizzarlo. Come noto questa tesi è fatta propria anche dall’attuale Presidente della Fed, Ben Bernanke, che non vede ragione per cui gli Stati Uniti, essendo capaci gestori delle risorse economiche sul piano politico ed economico, debbano rinunciare a vivere al di sopra delle proprie risorse accumulando debiti nei confronti del resto del mondo.

Nel suo lavoro Greenspan si vanta d’aver contribuito a convincere l’amministrazione Clinton ad accogliere la Cina nell’area di libero scambio sotto le regole del WTO, nonostante la forte presa del Partito Comunista sulla loro economia. Se si deve a lui questo importante atto di politica estera, egli si può considerare il più efficiente attore del ridimensionamento della potenza geopolitica americana non essendosi reso conto che un processo di liberalizzazione degli scambi funziona bene, ossia risponde ai canoni del libero mercato, solo se si svolge a parità di regime valutario. L’aver accettato i cambi fissi tra dollaro e yuan-renmimbi ha permesso alla Cina di accumulare tali ingenti riserve ufficiali da espropriare gli Stati Uniti di una parte significativa della sovranità monetaria mondiale, permettendo il rilancio della proprietà pubblica nella competizione internazionale mossa da fini strategici e non da calcoli economici, attraverso gli investimenti dei “fondi sovrani” (sovereign wealth fund). Per un responsabile della moneta internazionale questa si può considerare una grave omissione e conferma che la politica di Greenspan era troppo orientata sui problemi interni, senza quella visione geopolitica economica indispensabile per un paese leader.
Né vi è il benché minimo riferimento agli effetti di una gestione monetaria tutta orientata alle necessità interne quando Greenspan esamina il comportamenti economici e politici dei paesi produttori petroliferi, della Russia e dei paesi asiatici, Cina ovviamente inclusa, confermando la lontananza del pensiero e dell’azione di Greenspan dal ruolo di leader economico e politico mondiale svolto dagli Stati Uniti. Il fatto diviene ancor più evidente quando tratta i problemi dell’Unione Europea (che analizza per singoli paesi: Regno Unito, Germania, Francia e in minore misura l’Italia *Un altro punto di specifico interesse per un banchiere centrale è il convincimento che l’origine della bassa inflazione interna ed esterna registrata negli ultimi lustri non è collegabile al rigore monetario, ma all’apertura dei mercati e alla conseguente competizione globale. Questa concezione ha liberato Greenspan dall’”assillo” di controllare quantità di moneta e tassi dell’interesse in funzione dell’andamento dei prezzi, portando la politica monetaria americana al servizio dello sviluppo attraverso il sostegno dato alla finanza, in particolare agli andamenti della borsa azionaria. Egli riconosce apertamente che la banca centrale non è deputata a intervenire per sostenere il valore delle azioni, ma avendolo fatto nei momenti di crisi, giustifica la sua scelta indicando che la stabilità monetaria dipende dalla stabilità finanziaria ed entrambe dallo sviluppo reale. Naturalmente ciò è stato possibile perché il mandato assegnato alla Federal Reserve, contrariamente a quello della Banca Centrale Europea, prevede anche la cura dello sviluppo, pur senza pregiudizio della stabilità monetaria. Avendo raggiunto quest’ultima per altre vie, è stato possibile per Greenspan dedicarsi più attentamente – e con successo – alla prima. Sotto questo presidente della Fed si è realizzato il ciclo più lungo di crescita dell’economia che la storia degli Stati Uniti abbia mai registrato.

Gli inizi della gestione Greenspan non furono dei più felici. Dopo un esordio dimostrativo del suo rigore monetario che il mercato richiedeva come prova di adeguatezza nell’incarico datogli da Reagan e Baker – concretatosi nell’aumento di mezzo punto del Federal fund rate – nell’ottobre 1987 egli dovette affrontare il crollo dei valori di borsa. Questa caduta aveva avuto inizio nel settembre e aveva già “bruciato” qualcosa come mezzo trilione di dollari ancor prima del ”Black Monday”, il “lunedì nero” della borsa azionaria che mise a dura prova le sue capacità. In un solo giorno le quotazioni caddero del 22,5 per cento, una dimensione che non era mai stata registrata nelle borse statunitensi, neanche nel corso della Grande crisi del 1929 e che convinse Greenspan dell’impossibilità di garantire la stabilità monetaria senza avere quella finanziaria, ossia senza guadagnarsi la fiducia dei risparmiatori. Non è dato sapere quanto questa repentina inversione abbia influito nell’esplosione del ciclo “dot.com” – ossia il ciclo economico indotto dalla rivoluzione informatica – ma è certo che l’esperienza fatta ha impresso connotazioni nuove alla politica monetaria, orientandola verso obiettivi più ampi e complessi. Il ciclo di sviluppo indotto dalle applicazioni dell’elettronica al mondo della produzione e degli scambi ha causato una crescita vertiginosa delle quotazioni di borsa, le quali, a loro volta, hanno sospinto l’indebitamento delle famiglie americane e, attraverso quello che gli economisti chiamano “effetto ricchezza”, i consumi; ciò ha creato pressioni inflazionistiche sui beni di consumo e un’inflazione vera e propria nei prezzi delle attività da essi possedute, inducendo Greenspan a recuperare il suo ruolo tradizionale di “governatore della moneta” e lanciare il monito dei pericoli dell’“esuberanza irrazionale”, foriera di una possibile crisi finanziaria che poteva prospettarsi ingovernabile.

P
roprio mentre Fed e Governo cercavano un soft lending (atterraggio morbido) dell’economia da questi eccessi, subentrò l’attacco terroristico alle Torri gemelle dello World Trade Center del’11 settembre 2001, con cui si apre il libro di Greenspan, con toni accorati che ricordano a tutti noi il dramma vissuto dagli Stati Uniti. Il problema fu affrontato congiuntamente dalla Fed e dalle principali banche centrali del mondo pompando moneta per evitare il diffondersi di un panico di borsa, senza preoccuparsi delle possibili conseguenze inflazionistiche. Ancora una volta il mercato ha registrato il passaggio dall’ortodossia monetaria all’eterodossia di Greenspan.

Dopo aver lasciato l’incarico, qualcosa di simile è accaduto a seguito dello scoppio della crisi dei mutui subprime, maturata sotto Greenspan e che lui stesso riconosce in una intervista d’averne sottostimato la gravità. Gli interventi che sono seguiti portano l’impronta dell’eredità lasciata dal Nostro nella politica della Fed: essendo cambiati i modi d’essere dei mercati, di conseguenza cambiano i modi d’essere della politica monetaria. Alcuni sostengono ancora il contrario, dominati dalle idee monetariste: per dirimere la disputa non resta che capire questa nuova realtà e i mezzi per farvi fronte. The Age of Turbolence offre molta materia di riflessione ed è una lettura quasi obbligata, ancorché insoddisfacente per raggiungere l’obiettivo indicato.                                      
) e dell’euro.


* I suoi commenti sull’Italia sono piuttosto pessimistici: “Come la Francia, l’Italia ha i suoi alti e bassi, ma il suo futuro è incerto. Adottando l’euro nel 1999, l’Italia ha guadagnato lo status economico di una valuta forte (la lira ha dovuto svalutare in continuazione per mantenere la competitività a livello globale), ha ridotto i tassi dell’interesse e l’inflazione. Ma la sua stravagante cultura fiscale non si concilia con la nuova moneta. Senza la valvola della salutazione l’economia italiana ristagna. Le chiacchiere in Italia sul ritorno della lira (e delle svalutazioni) sono solo chiacchiere. Il problema di come e quando ritornare alla lira è di difficile soluzione ed estremamente costoso. Scrutando questo abisso, è naturale per gli italiani e i loro partner globali siano indotti a collegarlo con ciò che può eventualmente forzare il governo italiano a intraprendere le riforme necessarie.” (p. 288).


Alan Greenspan, The Age of Turbolence – Adventures in a New World, The Penguin Press, New York 2007.
Il commento è in corso di pubblicazione sul Journal of European Economic History          
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