Sette idee, invece delle 47, per rendere operativo il vertice del 13 febbraio

di Paolo Savona - 16/02/2009 - Economia
Sette idee, invece delle 47, per rendere operativo il vertice del 13 febbraio
Fin dalla metà del scorso novembre, al diffondersi della coscienza della gravità della crisi finanziaria e reale, si sono susseguite una serie di iniziative internazionali che hanno preso forma nella richiesta di una nuova Bretton Woods. La formula esercita un fascino per il ruolo determinante avuto dall’Accordo del 1944 che ha consentito all’area occidentale sia di raggiungere obiettivi di sviluppo economico e di benessere sociale in condizioni di libertà, sia di prevalere sull’ipotesi rivale avanzata dal socialismo reale di uno sviluppo sociale più equo e più elevato, ma in condizioni di costrizioni all’iniziativa privata e di limitazioni alle libertà. Tuttavia il fascino, della formula per uscire dalla crisi appare legato principalmente alla promesse di maggiori regole accompagnate da punizioni per i responsabili della crisi, riduzione delle libertà di mercato e sostegno pubblico alle imprese e alle famiglie in difficoltà. Nessuno più bada agli effetti dell’inondazione di moneta e dell’abbandono del rigore di bilancio pubblico, anzi la reazione consueta è che si va facendo troppo poco.

Tutto ciò comporta un massiccio ritorno dello Stato nell’economia e una negazione del libero mercato senza risalire alla radice del problema. Se tutto va bene le attuali politiche consentiranno di tamponare gli effetti, ma ci lasceranno in eredità gli stessi difetti di governance dello sviluppo globale che hanno condotto all’attuale situazione.

Al fine di risalire alle cause e indicare soluzioni – magari difficili da attuare, ma semplici da regolamentare e da far capire alla pubblica opinione – l’autore di queste note, sospinto dai promotori di un movimento civile che opera sotto il nome di “Le Formiche” ha pubblicato per i tipi della Marsilio un opuscolo tascabile dal titolo “Il Governo dell’economia globale”. Le sconfinate ambizioni dell’autore si attendono che ogni sherpa partecipante agli incontri preparatori del G20 di aprile o del G8 di luglio abbia in tasca e, possibilmente abbia letto, questo piccolo lavoro frutto dei suoi studi pluridecennali e della sua vasta esperienza pratica in materia.

I partecipanti al G20 di Washington hanno redatto un documento finale nel quale hanno indicato la necessità di prendere ben 47 decisioni comuni, divise in 28 immediate e 19 a medio termine. Un rapido calcolo induce ad affermare che, per ritrovarsi in aprile con un minimo di prestigio per continuare a discutere, i 22 capi di governo (perché tanti erano) avrebbero dovuto prendere almeno 3 azioni urgenti ogni due settimane, lasciando indietro le altre 19 che lo sono meno. Il capitolo conclusivo (l’executive summary) del lavoro in questione suggerisce ai capi di stato di prendere sei decisioni politiche, lasciando ai tecnici il compito di colmare le 47 lacune della governance finanziaria individuate a Washington.

Esse sono: 1) decidere chi ha la responsabilità di indicare che cosa debba essere fatto (G8?) e chi sorveglierà l’attuazione sul piano politico (G20?); 2) introdurre l’obbligo di un eguale regime di cambio (flessibili?) per chi intende partecipare agli scambi globali; 3) rivitalizzare i diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale o creare una nuova valuta internazionale sganciata dalle monete nazionali; 4) incaricare la Banca dei regolamenti internazionali e il Fmi di stabilire regole comuni per gli scambi monetari e finanziari per mantenerli al servizio dello sviluppo produttivo; 5) incaricare l’International Labor Organization di individuare i livelli minimi di welfare che devono essere garantiti per partecipare agli scambi globali; 6) regolare l’uso dello stock di riserve ufficiali esistenti, con uno specifico capitolo dedicato alle conversioni delle stesse da una valuta all’altra e all’operatività dei fondi sovrani di ricchezza.

S
e si riuscisse a raggiungere questo assetto geopolitico economico per via negoziale, verrebbe anche colmato il deficit di democrazia esistente nel processo di globalizzazione in atto, consentendo alle forse della politica di riprendere il controllo del mercato, rovesciando l’attuale situazione. Ne beneficerebbe il funzionamento della democrazia come governo di regole e non di uomini o di paesi egemoni, aprendo la strada a condizioni di convivenza planetaria più meritocratiche e più eque.

da Il Foglio del 13 febbraio 2009
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