L'ingordigia dei banchieri

di Giorgio La Malfa - 10/10/2008 - Economia
L'ingordigia dei banchieri
E’ presto per dire se il piano Paulson basterà ad arrestare la grande crisi finanziaria americana. Bene hanno fatto, per parte loro, i leaders europei sabato scorso a Parigi a dichiarare senza mezzi termini che utilizzeranno, se necessario, le risorse della finanza pubblica a sostegno delle banche.

Si tratta di interventi di urgenza, ma, appena vi sarà il tempo di respirare, bisognerà ragionare su ciò che è necessario per prevenire il ripetersi di vicende come queste. Ci si dovrà domandare, in primo luogo, se non sarebbe meglio tornare alla separazione fra credito a breve termine e credito a medio termine sancita negli anni ’30 e abolita negli anni ‘90. Alcune delle banche di investimento andate in crisi si finanziavano sul mercato monetario: quando questo si è fermato, esse sono crollate. Non è detto che sia sufficiente imporre certi rapporti fra mezzi propri e impieghi per assicurare la stabilità delle banche.

Una seconda riflessione dovrà riguardare l’eccessiva ampiezza delle attività bancarie. Rispetto al mestiere storico di raccogliere e impiegare il risparmio, le banche oggi spesso fanno sopratutto opera di intermediazione fra il pubblico e i mercati finanziari. Questa commistione attenua la prudenza nell’assunzione dei rischi da parte delle banche perché esse possono sempre sperare di scaricare i rischi sul pubblico. Quando la ruota si ferma, la crisi diviene inarrestabile.

La terza riflessione  deve toccare il problema delle dimensioni bancarie. Le aggregazioni promettono economie di scala, ma rendono assai più difficili i controlli interni. E’ probabile che in queste settimane molti dirigenti bancari stiano faticosamente cercando di capire che cosa vi sia nei loro portafogli. Nelle banche la conoscenza diretta dei clienti dovrebbe essere la base indispensabile dell’attività creditizia.

Infine, le retribuzioni dei dirigenti. I meccanismi di parametrazione al volume delle operazioni hanno contribuito al disastro al quale stiamo assistendo. C’è, nella Teoria Generale (citata, spesso, a sproposito in quanto i problemi di oggi non hanno a che fare con la domanda effettiva, ma con le follie della finanza) un passo sull’ingordigia dei guadagni che cade molto a proposito. “Ci sono attività umane importanti – scrive Keynes – che richiedono, per dispiegarsi pienamente, il profitto…Pericolose inclinazioni umane possono essere canalizzate in attività relativamente innocue grazie all’esistenza di opportunità di profitto e di creazione di ricchezza privata….Ma per stimolare queste attività…non è necessario che il giuoco abbia una posta così alta...”

Contenere la posta senza distruggere l’incentivo, questo è un bel tema di riflessione sul futuro del capitalismo.

da Panorama del 10 ottobre 2008
http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/