L'ingrediente dimenticato di Keynes è quello che lo rende attuale

di Giorgio La Malfa - 27/10/2009 - Economia
L'ingrediente dimenticato di Keynes è quello che lo rende attuale
In un agile pamphlet dal titolo The Means to Prosperity, apparso nel 1933 nel pieno della grande crisi economica mondiale iniziata con il crollo di Wall Street dell’ottobre 1929, John Maynard Keynes affermava che la crisi non era stata provocata da cause materiali, come una carestia, un terremoto, una guerra, ma “dal fallimento degli strumenti immateriali della mente” e aggiungeva che, per questo motivo, per risolverla serviva null’altro che “un po’ di idee chiare” e un misto di “teoria economica e di arte di governo”.

In quel periodo Keynes era nel pieno della elaborazione e della stesura della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, il suo capolavoro che sarebbe stato pubblicato meno di 3 anni dopo, nel febbraio del 1936 e che avrebbe avuto un impatto rivoluzionario sul pensiero economico.

Keynes era assolutamente consapevole dell’importanza delle idee che stava elaborando. A George Bernard Shaw, in una lettera del primo gennaio del ’35, aveva confidato (con quel misto di senso profetico e di orgoglio luciferino che lo caratterizzava e lo faceva amare dai suoi amici ed odiare da tutti gli altri) “di star scrivendo un libro di economia che rivoluzionerà sostanzialmente, non di un colpo, ma nel giro dei prossimi 10 anni, il modo in cui il mondo pensa sui problemi economici.” Ed in effetti quella sua previsione si rivelò assolutamente corretta. Joseph Schumpeter, che non era fra quelli che non amavano Keynes e che scrisse,  in una perfida recensione della Teoria generale, che il libro esprimeva il punto di vista e gli interessi “di una società decadente” (si riferiva ovviamente all’Inghilterra), dovette pure ammettere in quella stessa recensione, seppure a denti stretti, di aver personalmente “constatato il senso di attesa [per il libro] dei migliori fra gli studenti, la loro impazienza per il tempo necessario a procurarsene una copia, l’avidità con cui lo avevano divorato e l’interesse suscitato in tutte le comunità del mondo anglosassone”.

In effetti la Teoria generale penetrò rapidamente nelle facoltà di economia del mondo anglosassone. Nel ricordare Keynes all’indomani della sua morte avvenuta nell’aprile del ‘46, Paul Samuelson uno dei primi economisti americani a ‘convertirsi’ al credo keynesiano, scrisse: “La Teoria generale colpì la maggior parte degli economisti sotto i trentacinque anni con la virulenza inaspettata di una malattia che attacchi per la prima volta e decimi una tribù isolata dei mari del Sud. Gli economisti sopra i cinquanta si rivelarono piuttosto immuni dal contagio. Con il tempo, la maggioranza degli economisti fra i trentacinque e i cinquanta anni cominciarono a contrarre la febbre, spesso senza saperlo o senza ammettere di avere contratto la malattia.”

La forza della Teoria generale che ne assicurò la grande presa su molte generazioni di economisti e insieme l’influenza sull’azione dei governi nel campo della politica economica fu il fatto che essa non si limitava a offrire una spiegazione persuasiva di fenomeni, come la disoccupazione, sui quali l’ortodossia predominante dell’epoca non aveva sostanzialmente nulla da dire, ma dava anche una serie di indicazioni su come si protesse affrontare e risolvere il problema. L’economia sembrava così uscire dall’astrattezza e calarsi nella concretezza dei problemi del tempo. Ricordando l’eccitazione che si diffuse quando apparve la Teoria generale, il premio Nobel James Tobin, che era allora studente a Harvard, scrisse: “ecco, vi era una rivoluzione intellettuale che sfidava una ortodossia consolidata e irrilevante.. e che prometteva di salvare il mondo”.

Per tutta la prima parte del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, le idee di Keynes hanno dominato l’insegnamento accademico e la politica economica dei governi. Il quarto di secolo che va dal 1946 al 1970 è stato un periodo di forte sviluppo economico in tutto l’Occidente. In parte questo fu il frutto degli investimenti necessari alla ricostruzione postbellica, tant’è che per lungo tempo il record della crescita fu detenuto da paesi come il Giappone, la Germania e l’Italia in cui le devastazioni belliche erano state maggiori; in parte fu dovuto al regime di stabilità dei cambi stabilito (anch’esso sotto l’influenza di Keynes) a Bretton Woods nel ’44; in parte fu dovuto all’azione di politica economica dei governi basata sulle idee keynesiane. Tutto questo contribuì a consolidare il prestigio del keynesismo fino quasi a farne la nuova ortodossia del pensiero economico.

Le cose cambiarono, tuttavia, subito dopo, a partire dall’inizio degli anni ’70. Vi fu prima la crisi del dollaro seguìta alla guerra del Vietnam che fece saltare il sistema di Bretton Woods e, immediatamente dopo, la prima crisi petrolifera causata dalla guerra arabo-israeliana che provocò una violenta fiammata inflazionistica. Gli anni ’70 e gli anni ’80 sono stati anni di instabilità valutaria e di fortissime tensioni inflazionistiche. La Teoria generale, nata per spiegare la depressione economica, non sembrava aver nulla da dire dei fenomeni inflazionistici e meno ancora di quella combinazione di disoccupazione e di inflazione che prese il nome di stagflazione. Di fronte a questi problemi, i governi avevano bisogno di ricette diverse da quelle che le dottrine keynesiane offrivano per sostenere il ciclo economico. Più che stimolare l’economia, essi dovevano raffreddarla. Bisognava ridisegnare sia la politica monetaria che il bilancio dello stato adattandoli ai nuovi compiti che essi erano chiamati a svolgere. Le ricette keynesiane apparivano ormai superate.

Nel frattempo, nel mondo accademico prendeva corpo, partendo da luoghi come l’Università di Chicago dove il keynesismo non era mai penetrato nemmeno nel periodo del suo massimo fulgore,  una reazione antikeynesiana basata da un lato sulla riaffermazione della capacità di autoregolazione delle economie di mercato e dall’altro sul  dubbio che l’azione dei governi non solo non fosse efficace e tempestiva nella regolazione del ciclo economico ma che essa fosse addirittura inefficace, se non positivamente dannosa.

La forza della controrivoluzione ‘monetarista’ (come essa fu generalmente definita) è stata tale che dalla metà degli anni ’70 e fino praticamente ad oggi Keynes è stato messo totalmente in soffitta. Il liberismo puro prima ha cessato di essere ‘di destra’ per divenire l’ortodossia centrale; poi, per qualcuno, è addirittura diventato di sinistra. E così si è tornati al capitalismo ‘ruggente’ degli anni ’20; si sono abolite tutte le reti di protezione attorno al sistema bancario costruite dopo la grande crisi; si è pensato che l’innovazione finanziaria fosse assolutamente e comunque benefica. Su questa specie di mitica Golconda è piombata la crisi nella quale è precipitato il mondo a partire dal 2007. Essa ha avuto origine nel settore immobiliare negli Stati Uniti, esattamente come era avvenuto nel ’29, ma si è diffusa rapidamente in tutto il mondo per il contagio dovuto alla proliferazione degli strumenti finanziari con i quali si era pensato di annullare il rischio connesso all’esercizio del credito. E’ caduta di nuovo, come era avvenuto negli anni ’30, l’illusione che il sistema capitalistico sia inerentemente stabile. Torna in primo piano l’esigenza di garantirne la stabilità sia attraverso un più severo esercizio della responsabilità regolatoria sulle banche e sulle istituzioni finanziarie in genere, sia attraverso l’azione di politica economica dei governi.

Ecco perché in qualche misura Keynes torna di attualità. Qualche mese fa è uscito negli Stati Uniti un bellissimo libro di due fra i maggiori economisti americani contemporanei – il premio Nobel George Akerlof e Robert Shiller – intitolato Animal Spirits (pubblicato in Italia da Rizzoli) nel quale si mette in dubbio l’ipotesi delle aspettative razionali che è il pilastro sul quale poggia sia la nozione di una stabilità inerente del sistema di mercato, sia l’inefficacia dell’azione di politica economica dei governi. Ora è la volta di un acuto libro di Robert Skidelsky, pubblicato all’inizio di settembre in Inghilterra, dal titolo Keynes: the Return of the Master che ripropone in toto l’analisi della Teoria generale.

In materia keynesiana, Skidelsky è una autorità indiscussa. E’ l’autore di una bellissima biografia in tre volumi apparsi fra il 1983 e il 2000 nei quale vengono ricostruite minuziosamente la vita e le idee di Keynes. In questo libro più breve ma molto denso e pieno di riferimenti ai materiali raccolti per la biografia completa, Skidelsky mette in particolare l’accento sulle considerazioni che condussero Keynes a uscire – come scrisse egli stesso nelle prime pagine della Teoria generale – dai modi consueti di pensiero nei quali egli stesso era stato allevato. Egli sottolinea il fatto che nella formalizzazione del pensiero keynesiano che avvenne all’indomani della pubblicazione della Teoria generale ed ancor più nella controrivoluzione degli ultimi 40 anni è stata smarrita una considerazione di fondo che Keynes porta nell’analisi dei sistemi capitalistici ed è l’esistenza dell’incertezza. Si tratta di un’osservazione molto importante. “L’incertezza – scrive Skidelsky – pervade la descrizione che fa Keynes della vita economica. Essa spiega perché la gente conservi i risparmi in forma liquida, perché gli investimenti sono volatili, perché il tasso d’interesse non assicura l’equilibrio fra risparmi ed investimenti” (p.85). Aggiunge Skidelsky:  “L’incertezza allenta tutte quelle relazioni ‘solide’ che la teoria classica ipotizza e che assicurano la fluidità dell’incontro della domanda e dell’offerta…Essa spiega perché delle aspettative negative possano persistere e deprimere l’attività economica anche quando i beni, i servizi e gli investimenti hanno prezzi molto convenienti” (p. 86).

Il mondo della fiducia nella stabilità inerente del mercato è quello in cui “le aspettative razionali”, cioè la perfetta conoscenza del futuro spazza via ogni incertezza. La distinzione fondamentale che Keynes traccia è fra il rischio e l’incertezza. Il rischio è qualcosa su cui si può “calcolare una probabilità”, l’incertezza è semplicemente una situazione nella quale puramente e semplicemente non sappiamo che cosa ci riserva il futuro. La facilità della diffusione dei derivati e degli altri titoli cosiddetti ‘tossici’ è stata dovuta alla confusione fra questi due nozioni: I venditori ed i compratori di questi titoli hanno ritenuti puramente e semplicemente che si potesse calcolare con esattezza il rischio insito in essi e che dunque ci si potesse assicurare contro tale rischio. Non è stato così perché per queste posizioni si trattava di operare in condizioni di rischio non calcolabile, legato a una effettiva incertezza sul futuro. Quando le cose stanno così, le decisioni non sono più frutto di un calcolo razionale, ma di uno stato d’animo, il quale a sua volta sarà fortemente influenzato dall’ambiente circostante. Possono manifestarsi stati di ottimismo o possono prevalere stati di pessimismo e dagli uni e dagli altri seguiranno conseguenze concrete.

Nella determinazione della domanda complessiva e dunque nel livello al quale si situa l’attività produttiva e l’occupazione vi sono elementi che possono essere previsti con una certo grado di sicurezza: sono – dice Keynes – i consumi che rappresentano una quota abbastanza prevedibile del reddito guadagnato. Gli investimenti, invece, costituiscono un elemento volatile: sono essi a subire di più le conseguenze sia dell’incertezza, sia degli stati d’animo degli imprenditori - i loro animal spirits. Non c’è nulla, in un sistema di mercato, che garantisca che vi sarà un volume di investimenti tale che, sommandosi ai consumi, porti a un livello dell’attività produttiva che coincide con la piena occupazione. Ecco perché lo stato deve intervenire o essere pronto a intervenire. Skidelsky sfata anche la leggenda di un Keynes sostenitore assoluto della spesa pubblica ricordando che una sua proposta fu quella di distinguere nettamente nel bilancio dello stato la parte corrente da mantenersi rigidamente in equilibrio, dalla spesa per investimenti da utilizzare proprio per compensare l’eventuale insufficienza degli investimenti privati. E’ la stessa proposta che è stata avanzata più volte in questi anni in vista di una revisione del Patto di stabilità previsto dal Trattato di Maastricht, respinta dalla cecità conservatrice di Bruxelles e di molti paesi europei.

Dunque, siamo forse al “ritorno del maestro”, di cui parla Skidelsky reso più cogente dalla crisi in cui il mondo è piombato. E tuttavia, è legittimo chiedersi se  saranno sufficienti libri come questo a insidiare e poi  a cambiare l’ortodossia dominante e la natura dell’insegnamento dell’economia che prevale oggi nelle Università. Il dubbio è lecito. Keynes rimane comunque un autore del passato. Il ritorno dell’ortodossia si è valso di strumenti di analisi moderni e molto sofisticati. Skidelsky polemizza contro l’uso che egli ritiene eccessivo della matematica in economia. Ma non sarà certo vietando la matematica che si tornerà a teorie più ragionevoli. E’ necessario che dal mondo stesso dell’Università emerga un Keynes di questo secolo capace, usando gli strumenti del linguaggio di questa epoca, che non sono quelli degli anni ’30 del secolo scorso, “di fornire – come scrisse lo stesso Keynes - un modo scientificamente solido di pensare ai nostri problemi essenziali.” Per ora questa personalità non è emersa ma ricordare la forza degli argomenti di Keynes è un contributo importante a sollecitarne l’arrivo.


Recensione del volume Robert Skidelsky, Keynes. The Return of the Master, Allen Lane, Londra, 2009.    


da Il Foglio del 27 ottobre 2009
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