Contro Krugman: è folle l’idea che il debito pubblico americano possa ancora aumentare

di Paolo Savona - 09/10/2009 - Economia
Contro Krugman: è folle l’idea che il debito pubblico americano possa ancora aumentare
Il Nobel Paul Krugman ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno ancora uno spazio per indebitarsi di 5-6 mila miliardi di dollari. Se il debito restasse in famiglia se la vedrebbero tra loro, ma se trascina all’estero il problema riguarda le altre famiglie. Il contenuto più accreditato del concetto di libertà è quello di comportamenti che non ledono gli interessi altrui. La libertà come limite e non come arbitrio.

Gli americani ci hanno già “regalato” una bella crisi finanziaria, non vorremmo che stiano preparando un secondo “dono”: il crollo del dollaro. D’altronde ce l’hanno sempre detto che il dollaro è la loro moneta, ma un nostro problema. Se siamo insoddisfatti dei dollari che creano ci invitano a spenderli a casa loro. Se lo spazio per far crescere il debito pubblico fosse quello indicato da Krugman si potrebbero verificare due ipotesi: che il nuovo debito lo comprino gli americani o il resto dei mondo.

Se a comprarselo fosse la Federal Reserve, come sta accadendo, la creazione di dollari che ne conseguirebbe sarebbe un pressante invito a farsi un’abbuffata speculativa che finirebbe con il crollo del dollaro. Se, invece, se lo comprassero le famiglie americane, aumenterebbero i risparmi, crollerebbero i consumi e, con essi, le importazioni. La bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti migliorerebbe i timori sulla tenuta del dollaro si attenuerebbero. Questa sarebbe la soluzione giusta, ma agli americani, siano essi uomini della strada o del palazzo, non passa minimamente per la testa di ridurre i consumi.

Ergo, lo spazio per un aumento del debito stimato da Krugman, se lo deve caricare in tutto o in buona parte il resto del mondo, Cina, Giappone. Germania e Arabia Saudita in testa. Ma questi paesi hanno capito che, tanto più elevato è il possesso di titoli americani, quanto più si infilano in una dollar trap, tipica delle banche che hanno dato troppi finanziamenti al debitore. Questi paesi mostrano chiari segni di nervosismo e certamente si stanno coprendo in un qualche modo dal rischio, coprendosi con derivati o acquistando titoli rappresentativi di ricchezza reale che aumenterebbero la loro influenza geopolitica e si metterebbero in relativa sicurezza quando la caduta del dollaro sfocerà in inflazione.

Siamo quindi di fronte all’ennesima conferma che il ritorno allo sviluppo è stato ottenuto riproducendo i vecchi squilibri, con gli Stati Uniti che si rifiutano di prendere anche in minima considerazione il problema e vanno solo alla ricerca di “spazi per indebitarsi” per continuare a vivere al di sopra delle loro risorse, sorretti ancora dalla grancassa dei loro economisti.

Ciò che deve far riflettere è che, mentre la Cina si affanna a indicare soluzioni, come quella di poggiare maggiormente il peso del debito americano sui diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale, l’Unione europea non si affianca a essa nell’esercitare pressioni per affrontare il problema. Anzi, alle proposte del Governatore della Banca centrale cinese ha reagito negativamente, come se la caduta del dollaro non fosse il vero grave pericolo che incombe sullo sviluppo europeo per le conseguenze che avrebbe sul valore esterno dell’euro. Né i documenti ufficiali, nè le analisi di centri e studiosi privati dedicano un rigo a questo pericolo e ai modi per affrontarlo.

Eppure di soluzioni ne esistono due: costringere la Germania a spendere di più per assorbire parte del grave deficit complessivo dell’eurozona (ci stiamo ormai americanizzando!) oppure decidere di passare ai cambi fissi, stabilizzando l’euro.

Questo significa che la Banca centrale europea deve accumulare dollari e così assorbire una parte del maggiore debito americano, ossia infilarsi ufficialmente nella dollar trap (dove i privati già ci sono). Potrebbe però fare come la Cina, creando un Fondo sovrano di ricchezza e partecipando al grande assalto ai centri economici di potere. Per farlo dovrebbe essere però quello che promette da tempo: un’unione.

da Il Foglio del 6 ottobre 2009
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