La lezione Lehman non è servita e il G20 perde tempo

di Paolo Savona - 11/11/2011 - Economia
La lezione Lehman non è servita e il G20 perde tempo

Lasciare fallire la banca d'affari americana e rischiare di fare lo stesso oggi con la Grecia lascia la speculazione in posizione di vantaggio sulla politica. E porta a costi di intervento molto maggiori.

 

Il summit di Cannes non ha mutato di molto la situazione in cui il mondo e l'Ue si sono collocati. È lecito domandarsi se i capi di Stato del G20 siano coscienti che devono ristabilire una tregua tra politica e speculazione, saltata per due gravi errori commessi dagli Stati Uniti e dall'Unione europea: lasciare andare fallita la Lehman e rischiare di fare lo stesso per la Grecia, invece di prendersi carico di garantire i crediti subprime americani e il debito pubblico ellenico. Se lo avessero fatto subito, avrebbero ancora il controllo della situazione, oltre al fatto che avrebbero sopportato un costo decisamente minore di quello in cui sono incorsi e forse incorreranno.

Per scoraggiare la speculazione, la Fed sta usando la creazione di dollari in modo spregiudicato, politica che ora sta seguendo per l'euro la Bce, con qualche esitazione giustificata dal diverso mandato statutario. Mario Draghi ha inviato un messaggio improntato a grande cautela, accompagnandolo con un richiamo all'inflazione e non alla necessità primaria di placare la speculazione che ha nel mirino l'euro, passando dai debiti sovrani.

Gli Stati Uniti possono praticare l'accondiscendenza monetaria perché qualcuno si tiene gli eccessi di offerta di dollari, mentre l'eurozona non può contare su questo vantaggio, soprattutto ora che il mercato ha capito che l'euro è una moneta senza Stato con probabilità che «salti» il patto che lo regge. Per l'Ue non è certo il momento di scegliere la via di mezzo tra sviluppo e stabilità, quanto evitare il collasso dell'euro, che aprirebbe un varco pericoloso nella già claudicante architettura monetaria mondiale.

L'Italia ha aggiunto una sua dose di squilibri a quelli esistenti nel ritenere che il mercato avrebbe considerato sostenibile il livello raggiunto dal suo debito pubblico e ora si trova nelle pesti. Ogni tentativo di sottrarsi alle istruzioni della Ue e della Bce è destinato al fallimento, perché il mercato ci marca da vicino. Secondo una terminologia introdotta dal Fondo monetario internazionale, ciò che conta è la «preferenza rivelata», non come stanno effettivamente le cose.

L'Italia ha rivelato che vuole stare in Europa e nell'euro; avendo espresso questa preferenza viene giudicata sulla base del rispetto delle regole che impone la permanenza nel contesto dell'eurozona. Stando così le cose, a noi non resta che sedersi al tavolo della pace, trattando la resa. Questo non significa passività politica, ma realismo.

Infatti nella trattativa per mettere in sicurezza il nostro debito pubblico può porre sul tavolo con intelligenza e perizia i suoi punti forti, più che le sue ragioni, dato che, come accadeva nel Banco di Napoli per le chiacchiere e le tabacchiere di legno, queste non vengono prese in pegno: patrimonio dello Stato, ricchezza delle famiglie, l'oro a riserva ufficiale e milioni di persone che si alzano presto al mattino qualsiasi tempo faccia, vanno a lavorare e producono.

Va a merito di non si sa chi nel governo l'avere respinto la proposta di un'imposizione sul patrimonio o la concessione di un ulteriore condono, evitando di spendere l'uso di strumenti importanti per tamponare la crisi, invece di risolverla. Resta inoltre incomprensibile perché non si sia proceduto a una cessione in blocco dei beni immobiliari e mobiliari pubblici, centrali e locali, quando essi avevano un buon valore e perché ancora si manifestano esitazioni e si prendono decisioni marginali in materia, come cederne 5 miliardi all'anno che finirebbero nel calderone delle spese e non per ridurre lo stock di debito esistente.

 

Da Panorama Economy del 16 novembre 2011

 

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