La lunga deriva italiana nella costruzione dell’Europa

di Massimo Lo Cicero - 13/12/2010 - Economia
La lunga deriva italiana nella costruzione dell’Europa

My memory goes back to 1991-92. I had just been appointed Director General of the [Italian] Treasury and was head of the Italian delegation negotiating the Maastricht Treaty…. It was a situation which was certainly worse than one could ever imagine today in the affected countries (i PIGS)… We did not go to the IMF, there was no EU rescue mechanism…but in the following months Italy produced a credible fiscal adjustment plan”. Parla Mario Draghi e sono le prime battute della intervista rilasciata il 9 dicembre al Financial Times. Una intervista che definisce due dati determinati: l’opzione della moneta unica è irreversibile; dalla nascita dell’euro ha guadagnato l’Europa intera. Insomma, ogni paese dovrà reggere la correzione dei propri squilibri nella finanza pubblica grazie alla determinazione ed alle capacità del proprio Governo. Ma tutti i governi devono capire che dalla moneta unica può e deve emergere anche una molla che spinga verso la crescita economica in Europa e che, dunque, conduca al consolidamento (virtuoso) del processo di unificazione in Europa.

Sarà un caso ma Draghi cita come comparabile la situazione italiana al suo debutto, come direttore generale del tesoro, quando era ministro Guido Carli. E Guido Carli lo cita nelle sue memorie, (Cinquant’anni di vita italiana, editori laterza 1993, pagina 403 e seguenti), per la comune esperienza nella gestione del Trattato di Maastricht. Trascrivendo anche una cronaca decisiva (una premonizione?) che spiega quale possa e debba essere oggi la futura direzione di marcia. “La verità storica – dice Carli – è che non si sarebbe giunti a Maastricht senza l’apporto di Helmuth Kohl, di François Mitterand e di Giulio Andreotti” che furono capaci di tenere a bada le ragioni, convergenti, nel risultato di “disintegrare il processo di unificazione europea”, da parte della Thatcher e della Bundesbank, “sulla quale invece i britannici contavano”. Il dato comune tra Draghi e Carli – che si intravede nelle loro vite spesso parallele – si fonda su un tratto del comportamento ma anche su un robusto impianto di cultura liberale. Carli cita Einaudi ma Draghi ripercorre il concetto nella sua intervista: “se la federazione toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col far gemere il torchio dei biglietti ... avrà per ciò solo concluso opera grande. Opera di democrazia sana ed efficace perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno per ottenere consenso e nuove imposte rendere servigi effettivi ai cittadini” diceva Einaudi ma Carli sapeva anche quanto quel debito diventasse rischioso, per il paese emittente, quando finiva nei portafogli di banche ed investitori internazionali. Draghi spiega, nella sua intervista, che la chiusura degli squilibri europei si otterrà con le due lame di una forbice. Agendo sui Governi nazionali perché riducano l’emissione di nuovo debito e cedano, come lui fece nel 1992, attività pubbliche esistenti, per ridurre la dimensione complessiva del debito in essere. Ma Draghi aggiunge che la BCE deve agire sul mercato secondario dei titoli di Stato: per smussare la dimensione degli
spread tra paesi e per diminuire la volatilità dei mercati: stabilizzando il corso dei titoli, che è la variabile controllabile, mentre la dimensione degli spread è solo la risultante, segnaletica, degli scarti tra i corsi.

L’ipotesi di Draghi, insomma, non è quella di una politica monetaria per la crescita ma di smussare le asimmetrie informative – che generano scarti eccessivi e volatilità sui mercati finanziari – non offrendo sponde alla speculazione ma ridando ai mercati uno spazio per trasferire risparmio agli investimenti, senza indugiare su arbitraggi e derivati. Carli e Draghi, insomma, hanno entrambi una singolare attitudine: stare nelle regole per costruire strategie di cambiamento che possano dare corso a nuovi equilibri, a cambiamenti strutturali che un rispetto troppo letterale e banale delle regole potrebbe, invece, non raggiungere mai. Carli rimpiangeva di non aver potuto fissare un parametro sulla disoccupazione nel trattato di Maastricht ma l’ipotesi di Draghi potrebbe indirettamente ridurre la disoccupazione, riaprendo la strada della crescita, senza per questo violare la regola che detta l’indipendenza dai governi della BCE. L’Italia dispone, a volte, di risorse umane che possono e devono essere utili agendo sul concerto tra i paesi e non solo nel paese stesso. Carli lo ha fatto e Draghi sembra avere tutte le caratteristiche per farlo di nuovo. In una deriva logica di continuità: liberale ed europea.

da Il Riformista del 12 dicembre 2010