La Malfa su Il Foglio: A furor di logica

di Giorgio La Malfa - 15/10/2012 - Economia
La Malfa su Il Foglio: A furor di logica

IL FOGLIO - 13 ottobre 2012

 

Dai verbali del Moral Science Club, Cambridge 29 novembre 1912:

“Mr Wittgenstein lesse una relazione intitolata ‘Che cos’è la filosofia?’. La lettura durò appena quattro minuti, abbattendo così di quasi due minuti il record precedente stabilito da Mr Tye. La filosofia fu definita come  tutte quelle proposizioni primitive che  dalle varie scienze sono assunte per vere senza dimostrazione. La definizione fu molto dibattuta ma non emerse una disposizione generale ad accettarla.”

 

Alla data di questo curioso episodio, di cui si apprende in un volume di lettere e di documenti appena pubblicato da Adelphi (Ludwig Wittgenstein, Lettere (1911-1951), Adelphi, Milano 2012, pag. 40), il futuro autore del Tractatus Logico-Philosophicus aveva poco più di 23 anni. Era nato a Vienna il 26 aprile 1889 da una ricchissima famiglia di industriali siderurgici e, dopo gli studi secondari in Austria, si era iscritto alla facoltà di ingegneria aeronautica dell’Università di Manchester. Ma probabilmente già coltivava il suo interesse principale, quello  per la logica e la filosofia del linguaggio ai quali è legato indissolubilmente il suo nome. Nell’ottobre del 1911 si era recato a Cambridge per incontrare Bertrand Russell che si occupava di logica e stava  completando il libro sui fondamenti della matematica che avrebbe pubblicato insieme a Alfred N. Whitehead nel 1913 con il titolo di Principia mathematica.

 

L’intelligenza di Wittgenstein doveva avere colpito profondamente  Russell e  aveva indotto quest’ultimo a insistere perché  Wittgenstein restasse a Cambridge per prepararsi a un dottorato in filosofia. Nel volume adelphiano è riportata una lettera del 1916 di Russell  a Lady Ottoline Morrell in cui vi è una testimonianza preziosa del precoce ingegno di Wittgenstein. Russell ricorda che intorno al 1913 egli aveva scritto molte cose sulla teoria della conoscenza  “che Wittgenstein criticò con grande severità” E aggiunge con assoluta franchezza: “La sua critica fu un fatto di  enorme importanza  nella mia vita…Capii che aveva ragione e mi resi conto che dovevo abbandonare ogni speranza di riuscire mai più a scrivere alcunché di fondamentale in filosofia” (pag. 431).

 

Se l’ingegno di Wittgenstein fu sicuramente straordinario, altrettanto fuori dell’ordinario dovette essere il suo carattere, soggetto a lunghi periodi di depressione, ricco di suscettibilità e con una tendenza a rompere i rapporti con gli amici. Di questo vi è ampia evidenza nelle sue lettere. Scrive, ad esempio, Wittgenstein a Russell nel febbraio del 1914 dalla Norvegia, dove si era costruito con le sue mani una capanna sul bordo di un fiordo isolato: “Sono giunto alla conclusione che noi non facciamo l’uno per l’altro.” E prosegue: “Adesso che sto scrivendo con tutta calma, vedo benissimo che i tuoi giudizi di valore sono tanto saldi e radicati in te quanto i miei in me, e che io non ho alcun diritto di catechizzarti (in quel momento Wittgenstein aveva meno di 25 anni): ma con altrettanta chiarezza vedo ora che  proprio per questo non possiamo avere un vero rapporto di amicizia. Finché vivrò ti sarò grato e proverò affetto per te CON TUTTO IL CUORE ma non ti scriverò più e tu non mi rivedrai più.” (pag. 65; i corsivi e lo stampatello in questa e in altre lettere che citeremo sono nelle lettere originali di Wittgenstein).

 

Bertrand Russell, in realtà, non aveva preso troppo sul serio questa rottura, tanto da commentare con Lady Ottoline: “Immagino che tra non molto gli passerà” (pag. 439). In effetti, fra i due, Russell appare il più generoso giacché, nonostante lo scontro, fu lui a  trovare il modo di far pubblicare nel 1921 in tedesco e nel 1922 in inglese il Tractatus, del quale scrisse anche, con la sua riconosciuta autorità, la prefazione. Ma, ciò nonostante, Russell non  recuperò più la stima di Wittgenstein. Non che i giudizi di quest’ultimo, come risulta da vari  accenni che si colgono qua e là nella corrispondenza, fossero particolarmente benevoli nei confronti di altri colleghi filosofi.

 

In effetti, Wittgenstein sembrava ritenere che la maggior parte dei suoi colleghi  facesse molta fatica a capire ciò di cui egli parlava e in qualche caso anche a capire ciò di cui essi stessi  parlavano.  Scrive Wittgenstein nel 1937 in una lettera a un più giovane studioso, anch’essa spedita dall’isolamento del fiordo norvegese: “Mio caro Watson […] mi fa piacere che hai pubblicato un libro. Ma non c’è bisogno che ti dica che non lo leggerò. Perché a) non lo capirei e b) non leggo quasi più. Quanto alla prefazione in cui mi nomini, sono sicuro che l’hai fatto con gentilezza, dunque non ho bisogno di leggere nemmeno quella. Non ho letto il libro di Waissman e non ho intenzione di leggerlo. Mi fa piacere che tu l’abbia trovato chiaro e interessante – anche Braithwaite ne ha scritto uno, mi dicono. Sono sicuro che è pessimo, senza averlo visto.”(pagg. 229-230).

 

Dalle lettere emergono, tuttavia, due figure verso le quali Wittgenstein mostra un grande rispetto personale ed intellettuale. Una è quella di John Maynard Keynes. Questi appare, fin dall’inizio, come una figura dominante nella vita universitaria di Cambridge, Ma specialmente da quando Keynes diviene celebre dopo la pubblicazione nel 1919 delle Conseguenze economiche della pace  - il  suo libro sulla Conferenza di Versailles – e comincia a collaborare con il governo inglese, egli diventa una specie di risolutore dei problemi dei suoi amici e di Wittgenstein in particolare: la cittadinanza inglese, l’assegnazione di una fellowship a Cambridge,  il sostegno  finanziario del quale  Wittgenstein aveva estremo bisogno giacché,  se pure egli proveniva da una famiglia benestante, alla fine della prima guerra mondiale aveva rinunciato del tutto alla sua parte di eredità e viveva solo del frutto del suo lavoro precario e sovente interrotto. Si capisce che Wittgenstein non  considera Keynes un interlocutore sul terreno filosofico, ma si coglie chiaramente che egli  è impressionato dalla sua personalità.

 

L’altra figura che emerge prepotentemente da queste lettere è quella di Piero Sraffa, l’economista italiano che Keynes aveva fatto venire a Cambridge nella seconda metà degli anni venti. Wittengstein conobbe Sraffa alla fine degli anni venti quando, dopo la pausa della guerra e un lungo periodo trascorso in Austria come insegnante di scuola elementare, accettò di ritornare a Cambridge, dove resterà fino alla morte avvenuta nel 1951. Fra Sraffa e Wittgenstein  dovette stabilirsi  un sodalizio intellettuale di prim’ordine, tanto che nella Prefazione alle Philosofical Investigations – il secondo libro di Wittgenstein dopo il Tractatus pubblicato postumo nel 1953 – Wittengstein  riconosce  esplicitamente il suo debito intellettuale nei confronti di Sraffa proprio sul terreno della logica e dell’analisi del linguaggio.

 

Piero Sraffa è stato una personalità eccezionale nell’ambito degli studi economici – un ingegno analitico e critico assolutamente eccezionale. Anche se scrisse molto poco – un solo libro Produzione di merci a mezzo di merci, pubblicato nel 1961, alcuni articoli negli anni venti, una bellissima Introduzione agli scritti completi di David Ricardo e pochissimo altro, Sraffa ebbe un’influenza poderosa soprattutto fra gli economisti di Cambridge dalla metà degli anni venti fino agli anni sessanta.

 

Lo stesso Keynes, che non era facile agli elogi dei colleghi, scrisse di lui “che nulla gli era nascosto” e, in una polemica fra Sraffa e von Hayek che aveva scritto che Sraffa non aveva capito nulla né del libro di Hayek di cui discuteva, né del Trattato della Moneta dello stesso Keynes, questi aveva seccamente postillato sull’Economic Journal che “con buona pace del professor Hayek, egli (Keynes) riteneva che il signor Sraffa avesse capito quanto lui, che ne era l’autore, il Trattato sulla Moneta”. Meno noto è che Sraffa avesse avuto un’influenza fondamentale nell’evoluzione del pensiero di Wittgenstein rispetto alle posizioni sostenute nel Tractatus.

 

Sembra che Wittengstein dicesse di Sraffa: ‘uno entra nella stanza di Sraffa  come un albero frondoso e  ne esce come un albero scosso dal fulmine’. In effetti, a Sraffa viene attribuito di avere smontato logicamente l’affermazione centrale del Tractatus e cioè che il linguaggio sia una rappresentazione esatta della realtà e che alle parole corrispondano dei significati precisi. La storia che si tramanda è che Sraffa abbia mosso un’obiezione devastante su questo punto per negare questa corrispondenza precisa. Raffaele Mattioli, che di Sraffa fu intimo amico e che aveva conosciuto bene, tramite Sraffa, il mondo di Cambridge, raccontava, accompagnandosi con la sua forte mimica, che un giorno Sraffa, passeggiando con Wittgenstein sui prati ai bordi del Cam che scorre alle spalle dei grandi collegi di quell’Università, gli avesse detto qualcosa del tipo: “Fammi l’analisi logica di questa espressione” – ed aveva fatto il gesto (piuttosto volgare, ma significativo) di toccarsi con una mano l’incavo dell’altro braccio. Con ciò probabilmente intendeva dire che vi sono espressioni che non hanno un significato univoco e incontrovertibile.

 

Questa osservazione aveva messo in moto in Wittgenstein una riflessione che lo avrebbe poi condotto a delle conclusioni che si discostavano in molti punti da quelle del Tractatus  e che sarebbero state esposte molti anni dopo nelle Investigazioni filosofiche. L’aneddoto raccontato da Mattioli deve essere vero, anche perché esso  è  riportato (con qualche difficoltà descrittiva) in tutte le biografie anglosassoni di Wittgenstein, anche se si discute se il celebre gesto fosse stato quello che descriveva Mattioli oppure quello, napoletano e siciliano, di passarsi ripetutamente una mano sotto il mento.

 

Nel volume di Adelphi vi sono moltissime lettere di Wittgenstein a Sraffa e alcune, meno frequenti, di questi al filosofo. Certo è che il loro rapporto si incrinò progressivamente fino a cessare  quasi del tutto dopo il 1947. Però, a differenza di altri casi, la rottura non deriva da un fastidio di Wittgenstein nei confronti dell’interlocutore, ma, al contrario,  da una specie di risentimento di Wittgenstein per un atteggiamento di superiorità intellettuale mostrato da Sraffa nei suoi confronti.

 

Vale la pena di leggere dei passi di alcune di queste lettere.  Il 19 luglio del  1935 scrive Wittgenstein: “Caro Sraffa,..credo di avere trovato la soluzione del problema di cui parlavamo. E cioè: niente di quello che dico ha un vero interesse per te…Tu discuti volentieri con me perché sono perseverante e intelligente (per un verso), ma quell’altra cosa che è necessaria per avere una buona discussione, che ciascuno provi piacere per ciò che dice l’altro, questo manca”(pagg.215-216).

 

Qualche anno dopo, nel 1939, Wittgenstein scrive a Sraffa di avere l’impressione che questi “abbia il solito atteggiamento di disprezzo   per quello che uno non capisce [..]Credo di sapere – aggiunge – quanto è eccellente e solida la tua intelligenza, entro certi limiti, ma secondo me i suoi confini sono molto angusti e non posso fare a meno di pensare  che tu non abbia idea di quanto sono angusti” (pag. 266). Ma questo è ancora niente, rispetto a una lettera di un paio di anni dopo, scritta dopo una conversazione a Cambridge che deve essere stata piuttosto spiacevole.  Wittgenstein ricorda di aver fatto un commento la sera prima “che ci tengo tu capisca”.

 

Aveva detto che pensava che il proprio cervello si stesse deteriorando, ma che anche Sraffa “non ragionava correttamente”, ma che forse parlandone la cosa si sarebbe potuta correggere. Il tuo problema– scrive Wittgenstein –  è “un’incapacità di reggere decentemente una forte contraddizione, la contraddizione di chi diffida dei tuoi ragionamenti che a me sembrano spesso confusi e superficiali[…] A mio avviso, un uomo che non sa reggere una strenua discussione con me, mille a uno, non sa reggere una strenua discussione con nessuno. Non sto dicendo che non ho spesso un modo di parlare molto irritante[…] E’ mia convinzione che non siano soltanto queste mie qualità ad esasperarti – al punto da rendere ormai impossibile una discussione profonda – ma che la causa di ciò sia , per dirla brutalmente, che ti sei rimbecillito. Perché sia successo non lo so; ma ho pensato che forse potrebbe essere dovuto al fatto che rispetto a qualche anno fa adesso molte più persone ti ammirano…”(pagg.298-299).

 

Non è però una rottura facile, quella che si produce fra loro. C’è una lettera del novembre del 1945 in cui in fondo si vede che Wittgenstein soffre per il reciproco allontanamento: “Caro Sraffa, mi spingono a scrivere queste righe svariati pensieri che mi hanno attraversato la mente. Come sai, i nostri rispettivi percorsi negli ultimi anni ci rendono impossibile avere conversazioni proficue (o piacevoli) tra noi. D’altro canto nessuno di noi due ha il minimo motivo di risentimento per l’altro (semmai il contrario) e pertanto voglio che tu sappia che, se mai ci fosse qualcosa di cui desideri parlare con me o che io posso fare per te, sarò sempre felicissimo di esserti di aiuto. Naturalmente, so bene che è improbabile che si presenti un’occasione del genere; ma non si sa mai.

Porgi i miei rispetti a tua madre. Tuo Ludwig Wittgenstein” (pagg.337-338)

 

E c’è infine questa lettera del 1949, dopo che la loro amicizia si era definitivamente incrinata che mostra un Wittgenstein deciso a ragionare a rigor di logica, ma nello stesso tempo  ricco di sentimenti: “Caro Sraffa, ricevetti la tua lettera a Londra alcuni giorni prima della mia partenza. Avevo molte cose da fare e mi sentivo poco bene, e così non potei risponderti…Nella vita sono giunto molto lentamente alla convinzione che certe persone non riescono reciprocamente a farsi comprendere, o quantomeno solo in un campo molto strettamente circoscritto. Quando ciò accade ciascuna è portata a pensare che l’altra non vuole capire e così si creano equivoci ALL’INFINITO. Questo ovviamente non migliora la cordialità del rapporto…Allo scopo di comprendere perché è impossibile, o quasi impossibile, per certe persone capirsi a vicenda, bisogna pensare non alle rare occasioni in cui si frequentano, bensì alle differenze tra le loro intere vite; e niente può essere più diversi dei tuoi interessi e dei miei, e dei tuoi movimenti del pensiero e dei miei. Solo grazie a un vero tour de force a noi fu possibile parlare anni fa quando eravamo più giovani. E se mi è lecito paragonarti a una miniera dalla quale io riuscii a cavare metallo prezioso, devo dire che mi costò una fatica veramente pazzesca; benché, devo aggiungere, ciò che ne cavai fuori meritasse appieno la fatica..”(pag. 398).

 

Questi sono solo degli assaggi di quello che si trova in questo bellissimo volume adelphiano. Per concludere, vale la pena di riprodurre la lapide commemorativa di Wittgenstein  (in latino) apposta nella cappella del Trinity College sulla parete vicina alle statue di Newton, di Bacone e di altri personaggi insigni. Essa dice:

“Ludwig Wittgenstein, Fellow di questo College, professore di filosofia all’università per otto anni, mostrò a molti un nuovo modo di filosofare, intuì ed insegnò con esempi che il ragionamento doveva essere affrancato dalle catene del linguaggio producendo così una conoscenza sempre più profonda della natura della realtà, dedito sempre, con singolare integrità, al perseguimento del vero. Morì nel 1951 nel sessantatreesimo anno di vita.”

 

 

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