La Malfa su Il Foglio "Contro le tavole della legge di Maastricht"

di Giorgio La Malfa - 07/01/2014 - Economia
La Malfa su Il Foglio "Contro le tavole della legge di Maastricht"

IL FOGLIO - 7 gennaio 2012

 

C’era una volta la politica economica….

Per tutto il corso del secondo dopoguerra, fino agli anni settanta, gli economisti avevano un’idea abbastanza precisa di come si dovesse impostare l’azione dei governi in campo economico: si partiva dalle previsioni sull’evoluzione tendenziale dell’economia basate sull’andamento dell’economia mondiale e sulle tendenze della domanda interna; si valutava se vi era disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata, se era possibile o utile rafforzare gli stimoli alla crescita o se l’inflazione o il deficit della bilancia dei pagamenti suggerivano una politica più cauta. Poi si cominciava a discutere della politica monetaria, del bilancio pubblico e delle combinazioni migliori nell’uso di questi due strumenti, anche tenendo conto dei problemi del tasso di cambio. Per tutti i primi trent’anni del dopoguerra, l’Europa, utilizzando questa impostazione, è cresciuta molto e l’Italia ha fatto anche meglio della media dei Paesi europei. Così più o meno per tutti i Paesi dell’OCSE.

 

Poi è venuta la controrivoluzione sotto la veste del monetarismo e delle politiche dell’offerta. A partire dagli anni ottanta gli economisti americani, salvo rare eccezioni, hanno sancito che le politiche economiche, che pure avevano accompagnato la crescita del dopoguerra, non funzionavano affatto. I mercati – dicevano - capiscono in anticipo le intenzioni dei governi e le frustrano. Si aumenta il deficit pubblico per stimolare la domanda? I cittadini non si fanno ingannare: hanno letto David Ricardo e sanno che le tasse dovranno aumentare e quindi invece di spendere risparmiano! I tassi di interesse si rifiutano di scendere. Cresce solo l’inflazione. Di conseguenza ai governi è stato consigliato di riporre i due strumenti di controllo della domanda e  concentrare l’attenzione sulle politiche di stimolo dell’economia dalla parte dell’offerta. Più concorrenza, liberalizzare I mercati, a cominciare dal mercato del lavoro, eliminare tutti I lacci e lacciuoli che impediscono il pieno esplicarsi delle energie imprenditoriali.

 

Avrebbe dovuto essere l’inizio di un nuovo Rinascimento! E così siamo tornati ad Hayek che sosteneva che non si poteva far nulla per alterare l’andamento naturale dei cicli economici, ivi inclusa la disoccupazione dei lavoratori. E a quando, per mostrare l’assurdità di queste tesi, Richard Kahn chiedeva ironicamente in un celebre dibattito fra loro, se, secondo lui, un consumatore che fosse uscito di casa per comprare un cappotto nuovo, avrebbe provocato un aumento della disoccupazione. Al che Hayek, seraficamente, rispondeva che era esattamente così, ma la dimostrazione matematica era lunga e complessa…

 

Il pendolo delle discussioni economiche ha sempre oscillato fra questi due estremi ed arrivato a un estremo, si è messo in moto nell’altra direzione. Così è avvenuto in questi anni negli Stati Uniti e così sta avvenendo in Giappone. Lo stesso Fondo Monetario che, per anni ha proposto le politiche del rigore si  è reso conto che la crisi economica europea, era stata accentuata da quelle politiche e, con garbo, ha proposto di rivederne l’impostazione. Ma né in Europa, né in Italia c’è stato nulla da fare, sia perché, nel frattempo la rivoluzione monetarista aveva fatto proseliti nelle nostre maggiori università (vedi le posizioni degli economisti della Bocconi), sia perché l’Europa ha commesso uno sbaglio drammatico al momento di adottare la moneta unica e di fare un passo coraggioso (e rischioso) nella direzione dell’unificazione dell’Europa.

 

Avrebbe dovuto indicare le regole per scegliere chi fa la politica economica o sotto quale controllo democratico. Ha invece scelto di vincolare in modo  assoluto la politica economica a una delle due strade possibili. Nelle Tavole della legge – cioè nel Trattato di Maastricht – è stata iscritta la visione più conservatrice fra quelle si contendono la scena. Per cui oggi, quando perfino i teorici più tetragoni del rigore e dell’austerità chiedono – senza l’onestà intellettuale di riconoscere che stanno correggendo le loro impostazioni e che bisogna tornare a Keynes – di aumentare il deficit pubblico per rilanciare l’economia, non lo si può fare perché le Tavole della legge sono immutabili. Anche perché per cambiarle servirebbe l’unanimità di tutti I Paesi dell’Unione Europea.

 

Per questo è importante l’appello pubblicato giorni fa sul Manifesto e l’interessante discussione che ne è scaturita. In queste condizioni, l’Italia – ma anche la Francia, la Spagna e gli altri Paesi della zona euro che non crescono – debbono decidere se attenersi fino alla morte al Credo dell’austerità o se distaccarsene.

 

Che cosa vuol dire essere europeisti

Oggi si comincia a capire che questa seconda strada non ha alternative: l’Italia deve imboccarla con determinazione. E tanto più potrebbe farlo oggi perché ha un Governo guidato da un uomo politico dalle impeccabili credenziali europeistiche sostenuto da un Presidente della Repubblica che ha la stessa visione. Essere europeisti non vuol dire accettare con rassegnazione la crisi italiana. Mi ha indignato l’articolo del senatore Monti che ha scritto che oggi l’Italia ha peso e prestigio in Europa, ma non ha mai citato una volta la parola disoccupazione: un prestigio costruito sulle spalle di chi perde lavoro!!

 

Non può essere ulteriormente accettata la rassegnazione per le sorti dell’economia italiana  e per le condizioni della disoccupazione, quella rassegnazione che fa accettare senza reagire una previsione di crescita del reddito di un misero 0,5-1% al massimo nel 2014 e più o meno altrettanto nel 2015. Bisogna scrivere obiettivi più coraggiosi e calcolare quale fabbisogno pubblico possa consentirne il raggiungimento e va comunicato all’Europa questo risultato. Non discusso. Comunicato.

 

 

In allegato il pdf dell'articolo.

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