La Malfa lettera a La Stampa: "Meno tasse più export"

di Giorgio La Malfa - 07/05/2012 - Economia
La Malfa lettera a La Stampa: "Meno tasse più export"

 

LA STAMPA – 7 maggio 2012

Caro direttore,

nel suo bell’articolo di stamane Luigi La Spina fa un’ipotesi e, insieme, esprime una speranza: che dalla crisi dell’euro si possa uscire attraverso un maggiore ruolo delle istituzioni europee. Esse potrebbero finalmente risolversi a svolgere un ruolo più incisivo nel garantire la crescita economica dei Paesi dell’area, consentendo agli stati membri di non deflettere dal rigore dei conti pubblici. In fondo, questo è ciò di cui parla Mario Draghi ed a cui, con grande cautela, sembrerebbe oggi aprire uno spiraglio la Cancelliera Merkel. E’ questa, credo, la speranza del Presidente del Consiglio, Monti, che di fronte alla crisi italiana non può non offrire almeno una speranza per il futuro.

L’auspicio di La Spina si scontra, però, con la lentezza dei meccanismi decisionali europei. Ci sono voluti due anni e più, nonostante la crisi drammatica della Grecia e di altri paesi, per mettere a punto il cosiddetto Fondo Salvastati. Quante discussioni saranno necessarie per mettere a punto le idee sui project bonds europei, per emetterli davvero, per ripartirli equilibratamente fra tutti i Paesi membri? Ed alla fine, quanti soldi affluiranno a ciascun Paese ed a quali progetti infrastrutturali si destineranno? I tempi non coincidono: la crisi economica morde oggi e comporta il rischio che la frana del gettito fiscale apra nuovi buchi nei bilanci pubblici. Bisogna decidere, nel frattempo, se coprirli o non coprirli e con quali conseguenze.

Una seconda considerazione riguarda la natura della crisi economica da cui dipende anche la scelta degli strumenti più efficaci per affrontarla. E’ un’opinione largamente condivisa che, specialmente in Italia, uno dei maggiori fattori di crisi sia il livello della pressione fiscale. Se è così un intervento efficace per aiutare la ripresa dei consumi e degli investimenti sarebbe la riduzione del prelievo fiscale, mentre una maggiore spesa europea in infrastrutture, per quanto utile, avrebbe meno effetto di una buona riduzione delle imposte all’interno. In questo caso, forse sarebbe più utile per l’Europa riesaminare le regole del cosiddetto Fiscal Compact ed autorizzare qualche maggiore flessibilità sui deficit pubblici. Rigore e sviluppo possono essere coniugati, ma bisogna evitare di fare del rigore un feticcio al quale sacrificare qualunque altra cosa.

Vi è poi un’ulteriore considerazione. Una delle cose che renderebbero più facile la linea del rigore nei conti pubblici è una buona ripresa dell’economia privata. Se l’Europa non volesse discostarsi dalle regole del cosiddetto Fiscal Compact, bisognerebbe che essa favorisse una ripresa delle esportazioni. Se il rapporto di cambio fra euro e dollaro scendesse dal livello attuale di 130 dollari/euro alla quota di 115 circa dalla quale partimmo quando nacque la moneta unica, l’Europa (e l’Italia) trarrebbero da queste quotazioni più realistiche dell’euro una autentica boccata di ossigeno e uscirebbero più facilmente dalla spirale deflattiva dalla quale siamo schiacciati. Ma questo argomento è un altro dei tabù dell’Unione Monetaria e della Germania in particolare. Se l’auspicabile vittoria di Francois Hollande riaprisse anche questo capitolo, forse le speranze di La Spina di superare la crisi europea diverrebbero realtà.

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