La Malfa su Il Mattino del 17 ottobre: "Per la ripresa ci vuole più deficit"

di Giorgio La Malfa - 17/10/2014 - Economia
La Malfa su Il Mattino del 17 ottobre: "Per la ripresa ci vuole più deficit"

Il Consiglio dei Ministri  ha approvato ieri la legge di stabilità per l’anno 2015. Il premier Renzi l’ha presentata con grande enfasi come una manovra destinata a rilanciare l’economia italiana. Si è cominciato immediatamente a discutere di coperture e di equità, ma, nell’eccitazione, nessuno ha rivolto al Primo Ministro la domanda più semplice ed essenziale: quale aumento del reddito nazionale il Governo ritiene di determinare nel 2015 con questa manovra? In altre parole, che effetto avrà questa imponente manovra di finanza pubblica, fatta di tagli, di coperture e di deficit, sull’andamento dell’economia italiana a partire dai prossimi mesi?

La domanda non è stata fatta e Renzi di sua volontà non ne ha parlato.  Ma si tratta della domanda cruciale che viene prima ancora di discutere  delle singole misure contenute nel pacchetto. Dopo anni di crisi che hanno distrutto un quarto della struttura produttiva del Paese e portato la disoccupazione oltre il 12%, il tema è la ripresa economica. Il giudizio sulla manovra nasce dalla risposta a questo problema, prima ancora che dagli aspetti tecnici della sua composizione. Il giudizio è positivo se la manovra fa sperare in una ripartenza dell’economia italiana. Altrimenti, di che cosa stiamo parlando?

La risposta che ieri non è stata data è contenuta nella Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza approvata il 30 settembre  scorso dal Governo e passata largamente sotto silenzio, sommersa (volutamente sommersa?) dalle discussioni sull’art 18 e dintorni. Ed è una risposta molto insoddisfacente. Nella Nota, consultabile al sito  http://www.mef.gov.it, a pag 2, c’è una tabella molto chiara. In essa si  fa una distinzione fra il deficit tendenziale di bilancio per il 2015 e il deficit che costituisce l’obiettivo del Governo. Dai dati della Tabella risulta che il governo prevede una riduzione tendenziale del deficit dal 3% di quest’anno al 2,2%. Risulta anche che in luogo del 2,2% il Governo pensava di riportare in alto il deficit fino a quasi il 3% utilizzando questo margine per sostenere una migliore performance dell’economia. Di quanto? Esattamente dello 0,8, così far passare il reddito nazionale da un -0,3% nel 2014 a un + 0,5% nel 2015.

La manovra del Governo di ieri, è la traduzione  legislativa di queste cifre. Come ha detto il Presidente del Consiglio, il deficit cresce di 0.7 punti percentuali (rispetto al tendenziale) pur restando sotto il 3 % delle regole europee. Di conseguenza – si comprende dalla Nota – si potrebbe avere una qualche crescita del reddito nel 2015. Questo è tutto. Il resto riguarda singoli aspetti della manovra.

L’aspetto positivo delle decisioni di ieri è che  esse rivelano che il Governo ritiene efficace ai fini dell’andamento del reddito l’entità del deficit. L’aspetto negativo          è che, pur consapevole di questo, il Governo non osa fare uso del deficit per dare una spinta sostanziale alla ripresa. Si accontenta di galleggiare. Senza dire però con chiarezza ai cittadini che esso prevede un altro anno di sacrifici e di perdite di posti di lavoro. Se le cose stanno così, cioè se tutto quello che il Governo si aspetta dalla manovra di ieri è un altro anno difficile, che senso ha tutta quella enfasi, come se davvero ieri si fosse data una svolta alla vita italiana?

La domanda successiva  da porre al Primo Ministro è che cosa lo trattiene dal fare di più. Perché non ha utilizzato con più coraggio lo strumento della finanza pubblica per determinare l’inizio di una nuova fase di crescita? Se uno  0,7 % di deficit viene giudicato utile, allora un 1,7 o un 2% sarebbe ancora più utile e forse determinante per ridare speranza e fiducia a imprenditori e consumatori. Si deve anche aggiungere che solo nel quadro di un’economia che si riprende ha un senso ridurre l’irap pagato dalle imprese. In un’economia che cresce il miglioramento dei redditi  di impresa può diventare espansione della produzione e dell’occupazione. In un’ economia stagnante  non vi è garanzia che un aumento di redditi di impresa  si trasformi in investimenti o consumi.  Il rischio è che vada solo verso il risparmio o peggio che alimenti i movimenti di capitale.

Posso immaginare la risposta del governo e cioè che, se già il 2,9% di deficit rischia di provocare il giudizio negativo della Commissione Europea, figurarsi cosa avverrebbe se andassimo oltre il 3% e ci ripromettessimo di farlo per più anni. Il tutto rafforzato dai segnali che provengono dai mercati finanziari di questi giorni. Personalmente non penso che sia così, ma se è così, si tratta di un problema politico di prima  grandezza che non può essere nascosto agli italiani. Se stare in Europa comporta una lunga interminabile deflazione, i cittadini lo debbono sapere e decidere essi se il prezzo economico che si paga è giustificato dal valore politico di aderire al vincolo europeo.

 Giorgio La Malfa

 

 

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