La Malfa sul SOLE 24 ORE: Il cuore indipendente di Mediobanca

di Giorgio La Malfa - 31/01/2013 - Economia
La Malfa sul SOLE 24 ORE: Il cuore indipendente di Mediobanca

IL SOLE 24 ORE – 31 gennaio 2013

 

Mediobanca venne costituita il 10 aprile del 1946, a pochi mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il capitale sociale di un miliardo di lire, assai consistente per l’epoca, fu sottoscritto per il 35% dalla Banca Commerciale e dal Credito Italiano e per il restante 30% del Banco di Roma.  Circa le origini del progetto, il 23 gennaio 1946, nell’informare il Consiglio di amministrazione della Banca Commerciale dell’ormai imminente costituzione del nuovo istituto, Raffaele Mattioli  ricordava che “nell’estate del 1944, subito dopo la liberazione di Roma, richiamammo l’attenzione delle autorità finanziarie sui gravi problemi che il sistema bancario italiano si sarebbe trovato ad affrontare nell’immediato dopoguerra.”

 

E aggiungeva: “Le ingenti perdite effettive cagionate dalla guerra alla nostra attrezzatura produttiva nel senso più lato non avrebbero potuto non risolversi in una accentuata generale insufficienza di mezzi finanziari.” Di conseguenza, proseguiva Mattioli, “le banche di credito ordinario si sarebbero trovate, in relazione a tale squilibrio, di fronte a due alternative: o mascherare sotto forma di crediti di esercizio, da rinnovare più volte alle scadenze nominali, effettivi crediti finanziari; o limitare la propria azione ai rapporti con quelle poche imprese che erano riuscite a salvare dalle vicende della guerra un minimo organico della propria attrezzatura e possibilità produttive.” Enrico Cuccia, che era allora un condirettore centrale della Comit ed  era stato stato associato fin dall’inizio da Mattioli alla progettazione dell’iniziativa, venne nominato Direttore generale della nuova banca. Tre anni dopo, eletto in Consiglio di Amministrazione, assunse anche la carica di Amministratore delegato, che conservò fino al 1982 quando l’IRI (Presidente Prodi) gli impose le dimissioni per raggiunti limiti di età.

 

Anche Cuccia si soffermò sulle funzioni di Mediobanca nella prima relazione annuale dell’Istituto, letta il 29 ottobre 1947:  “In un momento in cui il nostro Paese muoveva i primi passi per uscire dal labirinto delle sue rovine -  scrisse Cuccia in quella occasione – era sembrato essenziale, per la ripresa economica italiana, la creazione di un organismo che promuovesse la formazione di nuovo risparmio a media scadenza necessario a mettere  le aziende produttive in condizioni finanziarie di equilibrio e che contribuisse a contenere le richieste delle aziende stesse all’impoverito settore creditizio ordinario entro i limiti delle effettive esigenze a breve termine”. L’iter per la creazione di Mediobanca era stato molto complesso, tanto che trascorsero 18 mesi fra la prima esposizione dell’idea da parte di Mattioli e la costituzione della banca. Vi furono, in primo luogo,  notevoli difficoltà nell’identificare i possibili soci e nel convincerli a sottoscrivere il capitale. Mattioli aveva concepito inizialmente l’idea che Mediobanca dovesse avere un elevato numero di partecipanti, 14 per l’esattezza, fra cui tutte le principali banche e assicurazioni, proprio per sottolineare che non si trattava di una iniziativa della sola Comit. Solo il Credito Italiano fu favorevole fin dall’inizio, e senza riserve, all’iniziativa.

 

La maggior parte degli interpellati si sottrasse, probabilmente sospettando che, in ogni caso, data la personalità di Mattioli, Mediobanca sarebbe stata essenzialmente un braccio armato della Comit. La resistenza più forte venne da Luigi Einaudi, divenuto in quel tempo Governatore della Banca d’Italia. La preoccupazione di Einaudi era che, attraverso Mediobanca, la Comit volesse  tornare “ai vecchi amori della banca mista” da cui era nata la crisi degli anni trenta e la creazione obbligata dell’IRI.  Del resto, in quegli stessi mesi, l’Economist, avuto sentore del progetto, ne diede un giudizio liquidatorio, scrivendo che il nuovo istituto non sarebbe stato altro che ‘il cestino della carta straccia della Comit”. Vi furono animate discussioni con il Governatore, che si piegò soltanto quando Mattioli prospettò la possibilità di un ingresso nella compagine azionaria del nuovo istituto di una delle maggiori banche svizzere. A quel punto la Banca d’Italia cedette, anche se l’offerta svizzera non ebbe seguito. Né è chiaro se la disponibilità manifestata dagli svizzeri fosse effettiva o un favore reso a Mattioli per facilitargli la strada con Einaudi.

 

In realtà, l’idea di una partecipazione di banche estere nel capitale di Mediobanca fu presente fin dall’inizio. Almeno così scrisse Cuccia in un memorandum riservato inviato all’IRI nel luglio del 1984, quando ebbe inizio lo scontro con Romano Prodi che avrebbe portato, nel 1988, alla privatizzazione di Mediobanca e alla designazione di Cuccia   come Presidente onorario, mentre Maranghi veniva nominato Amministratore Delegato. In effetti, l’ingresso dei soci esteri si concretizzò nel 1958. Non ne furono protagonisti gli svizzeri, bensì la Banca Lazard, la Lehman Brothers di New York, la Berliner Handels di Francoforte e la belga Sofina. Con Lazard, e in particolare con André Meyer, Cuccia strinse un rapporto molto forte che, a partire dagli anni sessanta, ha accompagnato e favorito la crescita di Mediobanca.

 

Come è noto, Cuccia fu uno straordinario amministratore di Mediobanca, che guidò con assoluta indipendenza, anche rispetto ai suoi soci e alla stessa Banca Commerciale da cui proveniva.  Tanto da far nascere qualche discussione con lo stesso Mattioli. Ve ne è traccia in una lettera emersa negli anni ottanta, ma scritta molti anni prima, nella quale Mattioli rivolgeva a Cuccia la domanda polemica: “Nell’interesse di chi è amministrata Mediobanca?”, e aggiungeva che Mediobanca non era e non poteva essere considerata un semplice “investimento di portafoglio” delle BIN.

 

Si è detto, a questo proposito,  che Mattioli fosse perplesso, o addirittura contrario, al coinvolgimento di Mediobanca nei grandi affari. In realtà, la lettera risale all’inizio degli anni sessanta, quando  la partecipazione di Mediobanca alle vicende dei grandi gruppi industriali italiani era appena agli inizi. In realtà , il problema di Mattioli era un altro: da un lato era turbato dall’estrema riservatezza con la quale Cuccia  circondava le proprie decisioni, dall’altro non accettava del tutto la posizione netta di rifiuto da parte di Mediobanca di accettare le indicazioni dei soci circa il finanziamento di alcuni dei loro clienti. Qualche anno fa ho pubblicato una nota di Mattioli, lasciata a margine di un Consiglio di amministrazione di Mediobanca,  nella quale Mattioli lamentava che il suo istituto era talvolta costretto a prendere in carico finanziamenti non a breve termine dei propri clienti perché Mediobanca si rifiutava di farlo. Cuccia, a sua volta, sosteneva che, data la particolarità del giudizio che una banca di credito industriale era chiamata a  dare nel decidere se finanziare o meno un programma di pluriennale investimenti, solo l’istituto, e non i suoi soci bancari, poteva e doveva apprezzare le circostanze del progetto prospettato.

 

Non c’è dubbio, però, che non erano queste differenze di valutazione né queste incomprensioni momentanee a modificare il profondo rapporto di stima e di affetto che legava Cuccia e Mattioli. , tra Cuccia e Mattioli vi sia stata una collaborazione straordinaria in tutta la lunga storia di Mediobanca, fino alla scomparsa di Mattioli nel 1973. Nell’Assemblea di Mediobanca di quell’anno si legge che “Mediobanca ha un particolare motivo di compianto perché egli (Mattioli) ne volle la fondazione e per anni e anni concorse alla sua amministrazione e alla sua affermazione con assidua presenza e illuminata saggezza”.

 

Nel novembre del 1947, poco dopo l’inizio della sua avventura in Mediobanca, Mattioli faceva dono a Cuccia, per i suoi quarant’anni, di un tagliacarte di pietra degli Urali e lo accompagnava con un biglietto su cui scriveva a mano: “Ti auguriamo durezza e taglio uralici per i prossimi quarant’anni”. L’augurio si è rivelato felice. Quarant’anni dopo, nel novembre 1987,  in una lettera a Vincenzino Maranghi, Enrico Cuccia ricordando l’episodio del dono di Mattioli scriveva: “Per quel che mi riguarda cursum consummavi, e mi preparo a salutare tutti; e adesso tocca a lei e voglio io tagliare il nastro del suo secondo venticinquennio [Maranghi era entrato in Mediobanca nel 1962], trasferendo a Lei il dono con il bigliettino che lo accompagnava e formulando un voto proprio negli stessi termini usati da Mattioli: “Le auguro di tutto cuore durezza e taglio uralici” per i prossimi XXV anni, lieto di stabilire così un legame tra un passato a lei e a me caro e il Suo avvenire, che è anche l’avvenire di Mediobanca per il nuovo quarto di secolo”. In realtà, per fortuna della Banca e di quanto ammirarono e  vollero bene a Enrico Cuccia, il suo corso si chiuse soltanto tredici anni dopo, nel giugno del 2000.

 

 

In allegato, il pdf dell'articolo.

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