La Malfa sul Sole 24 Ore: Più Europa politica, ma riformata

di Giorgio La Malfa - 14/05/2013 - Economia
La Malfa sul Sole 24 Ore: Più Europa politica, ma riformata

IL SOLE 24 ORE – 14 maggio 2013

 

A proposito dei problemi dell’euro, c’è un vecchio scritto di Friedrich von Hayek sul quale sarebbe molto utile riflettere seriamente in questo momento. Ha per titolo The Economic Conditions of Interstate Federalism. Pubblicato originariamente nel settembre del 1939 sul New Commonwealth Quarterly fu successivamente incluso nel volume Individualism and Economic Order (University of Chicago Press, Chicago 1948).

 

Come è ormai evidente, per tutta la prima fase dell’Unione monetaria europea, dal suo avvio nel 1999 praticamente fino ad oggi, le istituzioni europee e i governi nazionali si sono rifiutati di prendere in considerazione le voci di quanti attiravano l’attenzione sui difetti delle regole di funzionamento dell’euro e sulle drammatiche conseguenze economiche che esse avrebbero potuto avere – e che stanno purtroppo avendo – sui Paesi membri. La fiducia incrollabile nelle virtù del pareggio dei bilanci pubblici, l’esclusivo appello alla flessibilità dei mercati e la certezza del dogma dell’inefficacia delle politiche keynesiane hanno impedito per lungo tempo qualsiasi seria discussione. Questa situazione si è protratta ben oltre l’inizio della grande crisi economica iniziata nel 2008, fino a quando le situazioni della Grecia, della Spagna, dell’Irlanda, del Portogallo, dell’Italia e più di recente di Cipro, hanno scosso le certezze sulla solidità della moneta unica.

 

Dallo scorso anno, l’atteggiamento è cambiato. Caduto il tabù della intangibilità delle regole di Maastricht, si è cominciato a parlare della incompletezza della costruzione europea. Oggi, si ammette pacificamente (anche da parte di molti che non avevano mai mostrato alcuna sensibilità su questo tema) che, così come è, l’unione monetaria non funziona. La nuova communis opinio è che l’euro può reggere soltanto se vi sarà in Europa un centro promotore della crescita e che questo, a sua volta, richiede una maggiore integrazione politica. La parola d’ordine sembra essere divenuta: “più Europa”. Anche se il tempo passa senza che da questa nuova consapevolezza discenda un cambiamento sostanziale nelle politiche dell’Unione Europea, per lo meno si è rotta la cappa di piombo del conformismo.
È qui però che conviene riflettere su quello che scriveva Hayek ragionando in astratto sui problemi delle unioni politiche e delle unioni economiche e monetarie. In quel suo vecchio scritto si trovano due osservazioni essenziali. La prima rafforza l’appello a un rapido progresso dell’unione politica, ma l’altra pone il problema se questa possa essere, di per sé, una strada risolutiva.

 

Hayek affronta il problema ipotizzando che sia stata istituita una unione politica di tipo federale fra un certo numero di Stati prima di un’unione economica e monetaria e si domanda se tale assetto sia funzionante. A questa domanda risponde negativamente. Un’unione politica – scrive Hayek – nasce evidentemente con l’obiettivo di assicurare condizioni di pace e di cooperazione fra gli stati che la compongono. Ma l’autonomia degli Stati membri nel condurre la politica economica può portare “a delle variazioni sostanziali nel tenore di vita di uno degli stati in rapporto a quello di un altro stato dell’unione” e dunque rischia di determinare conflitti che possono turbare la vita interna della federazione. La conclusione è che “è abbastanza evidente che un’unione politica fra Stati un tempo sovrani non possa sopravvivere a lungo se non sia accompagnata da una unione economica”.

 

Per quanto la situazione attuale dell’Europa sia diversa da quella ipotizzata da Hayek, nel senso che c’è già l’unione monetaria e vi sono molti elementi di unione politica già in essere, l’argomento di Hayek fa emergere il vero aspetto di incompletezza dell’Unione Europea: la mancanza di una vera e propria unione economica che ponga nelle mani della federazione tutti gli aspetti della vita economica dei Paesi membri, a cominciare dal problema della crescita e dell’occupazione.

 

Fin qui, dunque, Hayek rafforza gli argomenti a favore dell’integrazione politica dell’Europa. E tuttavia, la sua seconda osservazione introduce un aspetto assai più problematico. Supponendo che il processo federativo si completi comprendendo sia gli aspetti politici che quelli economici e monetari, quale tipo di politica economica – si chiede Hayek – avrà maggiori probabilità di emergere da questa nuova situazione? Quale grado di regolazione della vita economica potrà essere concordato in una federazione composta da Paesi fra loro molto diversi?

 

La risposta di Hayek è che una federazione tenderà generalmente ad avere meno poteri economici degli stati nazionali che l’hanno preceduta. Alla base di questa conclusione vi è l’osservazione che, affinché la federazione possa esercitare questi poteri, sarà necessario un accordo in seno alla federazione non solo sulla questione se questi poteri dovranno essere usati, ma come essi dovranno essere usati. E poiché in molti casi sarà difficile o impossibile raggiungere tali accordi, alla fine in una federazione “sarà necessario avere meno governo”. E dunque, “in una federazione certi poteri economici, che oggi sono generalmente esercitati dagli stati nazionali, non potrebbero essere esercitati né dalla federazione, né dai singoli Stati”.

 

È un’osservazione molto acuta, di cui abbiamo una conferma in seno all’Europa di oggi, dove le differenze di opinioni fra gli Stati circa la politica economica producono la paralisi sostanziale delle decisioni. Tutti i tentativi di aggiungere nuovi elementi di politica economica a quelli originariamente previsti al momento della creazione dell’Ume e dunque di andare oltre il Trattato di Maastricht procedono con esasperante lentezza, nonostante l’evidenza dei problemi e gli accordi raggiunti nei Consigli Europei. In una fase nella quale è evidente la necessità di un uso attivo di questi poteri per stimolare la ripresa dell’economia, i contrasti di opinione fra gli Stati membri stanno determinando, come aveva previsto Hayek, la sostanziale paralisi di questi poteri. Per Hayek, questa era una ragione ulteriore per apprezzare i sistemi federali, proprio perché essi rendono meno probabili le interferenze della mano pubblica nel mercato e dunque riducono il pericolo di imboccare “la strada verso la schiavitù” insita nell’intervento dello Stato. Ma per noi europei, che stiamo sperimentando in questi anni il fallimento dei mercati e le conseguenze economiche e sociali che ne discendono, è prudente andare, senza averne appieno valutato le conseguenze, in una direzione che rischia di rendere ancora più difficile cambiare strada?

 

Le riflessioni di Hayek, corroborate come esse sono dall’esperienza di questi anni, conducono alla conclusione che da solo il passaggio dall’unione monetaria all’unione politica non fornisce una risposta sufficiente. Non vi è alcuna garanzia che, di per sé, l’unione politica sia in grado di assolvere ai doveri di una politica economica attiva nei momenti in cui ciò diviene necessario. Bisogna intendersi bene con gli altri Stati sulle politiche economiche che l’unione politica potrebbe condurre. E bisogna tener conto che il Trattato di Maastricht ha fissato una costituzione economica liberista da cui l’unione politica dovrebbe ora discostarsi. Dunque la parola d’ordine dell’unione politica di per sé non significa nulla: se si vuole andare in questa direzione, bisogna negoziare in anticipo la costituzione economica dell’Europa politica. In particolare è indispensabile chiarire che bisogna mettere nelle mani dei cittadini europei le scelte di politica economica e che non vi possono essere limiti costituzionali alle politiche economiche scelte. Solo a questa condizione più Europa potrebbe voler dire un maggiore successo dell’Unione Europea. Serve dunque un nuovo Trattato che faccia chiarezza sulle questioni fondamentali. Se no, si rischia di peggiorare ancora la situazione. Hayek insegna.

 

 

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