Mercato e Stato, ricostruire la fiducia

di Paolo Savona - 02/03/2009 - Economia
Mercato e Stato, ricostruire la fiducia
Nonostante la crisi economica in corso sia stata analizzata nelle sue origini e nei suoi sviluppi, essa aleggia ancora su noi come un UFO, un oggetto straniero non identificabile, capace di suscitare solo paure. Gli strumenti attivati per tamponarla e quelli che le autorità si prefiggono di attivare per sanarla non sono stati capaci di ristabilire la fiducia nelle borse valori, nei consumatori e negli investitori. Non sembra essere un problema di prevalente carenza di domanda aggregata, come sostengono i keynesiani, perché neanche la promessa di portare il deficit pubblico americano al 12,5% e la promessa di una manovra reflattiva cinese pari al 18% per PIL in due anni riassorbe la sfiducia nel futuro. Né sembra essere un problema di competitività, come sostengono i liberisti ad oltranza, perché nulla è cambiato rispetto al passato e anche nei paesi considerati più competitivi la produzione cala.

Un tentativo di reinterpretazione della crisi si può avere portando al centro delle politiche il problema che assilla tutti: quale è oggi il rischio che si corre e quale sia la sua distribuzione tra i diversi operatori di mercato, dalle banche alle imprese, dai lavoratori ai capitalisti, dai risparmiatori agli investitori. Dopo un massiccio e crescente accollo del rischio al settore pubblico tipico del dopoguerra si è passati dalla fine degli anni settanta in poi al trasferimento dello stesso al mercato, che non si è mostrato capace di gestirlo, pur avendo inventato vari modi per trattarlo sul piano economico (le innovazioni finanziarie) e sociale (il welfare). Gli eccessi finanziari e produttivi finanziati con disequilibri di bilancia estera hanno causato una repentina inversione di tendenza e oggi il rischio tende a ricadere nuovamente e in modo massiccio sulle spalle dello Stato attraverso l’accensione di notevoli quantità di debito pubblico. Pochi si oppongono e molti protestano perché si sta facendo poco, ma nessuno valuta che queste politiche portano l’onere a carico delle generazioni future per far vivere meglio quelle presenti. Si va compiendo una grave frattura delle relazioni intergenerazionali. Forse è il caso di investire del problema la pubblica opinione, invece di continuare a promettere agli elettori nuove spese e protezioni. Dopo la Grande crisi, il New Deal Rooseveltiano portò il rischio a carico delle generazioni future, ma queste beneficiarono più delle generazioni allora presenti della ripresa produttiva e occupazionale che questa politica consentì di raggiungere. Lo stesso fu per i modi in cui l’Italia, con Beneduce e Menichella, portò il rischio, con metodi e gestioni corrette, sulle spalle della collettività, le cui generazioni future (cioè noi) ne trassero beneficio fin dal dopoguerra. Dopo, però, l’accollo del rischio allo Stato si moltiplicò per la facilità con cui si realizzò l’intervento pubblico e per gli sperperi che l’accompagnarono. Non abbiamo ancora completato il ritorno del rischio nelle mani del mercato, che ebbe coscientemente inizio negli anni novanta, e ci troviamo nella necessità di invertire la tendenza sotto la spinta delle paure e con scarse riflessioni.

I
tempi non sembrano maturi e le istituzioni pronte per una gestione diretta del rischio da parte dello Stato e il mercato non è capace di accollarselo. La crisi di fiducia ha radici in questo mancato incontro, che potrebbe essere favorito dal ricorso a strumenti diversi da quelli dell’intervento diretto nel capitale di banche e imprese o nella concessione di sussidi che non inducono i titolari di reddito di ogni tipo a cambiare comportamento, ma solo a sfruttare le circostanze. Penso che debba essere lasciata al mercato – banche e imprese, risparmiatori e investitori – la responsabilità di valutare il rischio e la misura del suo intervento; e allo Stato il compito di stendere una rete protettiva attraverso un sistema di garanzie. In caso di successo il costo degli interventi anticrisi a carico del bilancio pubblico dovrebbe risultare più basso, soprattutto perché il metodo lascia tempo al Governo per identificare l’UFO e decidere come proteggersi meglio dalle incertezze. In caso di insuccesso si spenderebbe quanto si va spendendo, ovviamente se la dimensione della spesa pubblica è correttamente definita per propiziare la ripresa. Comunque la si valuti, i metodi che si vanno seguendo si mostrano inefficaci e questo dovrebbe indurre la politica a cambiare orientamento affrontando il nocciolo della questione, quello di chi si accolla il rischio produttivo e sociale. Lo Stato o i privati? Le generazioni presenti o quelle future?

da Il Messaggero del 28 febbraio 2009
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